Detroit, dal neoliberismo al “socialismo”Tribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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Detroit, dal neoliberismo al “socialismo”

Uno degli emblemi del disastro economico finanziario scoppiato negli Usa nel 2007 è il default di Detroit, ma cosa è accaduto dopo il fallimento?

Fonte: Oltremedianews

A quasi sette anni dalla esplosione della crisi finanziaria negli Stati Uniti, le cronache i dibattiti sull’argomento sembrano essersi spostati prevalentemente sulla evoluzione (o degenerazione) degli effetti del crack finanziario del 2007 in Europa, complici le politiche di austerity che a tutt’oggi imperano indisturbate. Ma cosa è accaduto in America in questi anni? Ed, in particolare, che fine hanno fatto i simboli del disastro economico?

A chiunque abbia assunto in questi anni una minima familiarità con le vicenda della crisi economica ed abbia tentato una loro semplice ricostruzione non possono non venire in mente, a tal proposito, le immagini degli uffici della Lehman Brothers pieni di scatoloni a seguito del fallimento, o i giorni neri della borsa internazionale, o, ancora, gli espropri operati dalle banche ai danni dei loro debitori a causa della stipulazione di prestiti rischiosi e mal garantiti. Ma c’è un’altra fotografia che ha rappresentato prepotentemente la decadenza di un intero modo di concepire e sviluppare le relazioni produttive e sociali: la decadenza morale e materiale di Detroit. Palazzi sventrati, dissesto urbano ed economico sono la cifra di una catastrofe finanziaria che l’anno scorso ha sancito la bancarotta di una città simbolo del turbo capitalismo americano. La città sinonimo di investimenti e mercato internazionale è presto diventata la città fantasma con livelli di distruzione di capacità produttiva e riduzione inimmaginabili degli indici di natalità fino a pochi anni addietro. La classe medio-alta di proprietari che ha fatto buono e cattivo tra siti industriali di Detroit è presto diventata una classe di disperati: sempre più proprietari hanno smesso di pagare le tasse, sono arrivati persino a distruggere dolosamente i loro immobili, sperimentando un nuovo tipo di rendita: quella della truffa assicurativa.

Ma in questo scenario, degno delle macerie post belliche che sovente popolano i libri di storia, ha fatto seguito uno sviluppo interessante: secondo più di una fonte informativa americana, la conseguenza di questo apocalittico paesaggio è stata la piena ridefinizione dei rapporti di proprietà. Già. Gran parte della città (e di quasi tutte le sue aree più scarne e degradate) è stata assorbita nelle mani dell’amministrazione pubblica. Con la nascita di Land Banks, agenzie speciali che hanno rapidamente avuto accesso a gran parte di questo patrimonio, ha avuto luogo un fenomeno di riqualificazioneurbana che è passato attraverso il cambio di destinazione dei beni e politiche di “collettivizzazione” delle gestioni. Fatto interessante, secondo le opinione dell’informazione americana mainstream, è rappresentato dall’assenza di una volontà collettiva nel raggiungimento di un siffatto modello di recupero, ma, al contrario, dalla presenza dell’elemento della “necessità” che ha mosso l’intero meccanismo di riqualificazione. La pubblicizzazione e la “collettivizzazione” di questo patrimonio in decadenza è stata la risposta alla caduta di redditività di terreni e immobili urbani che era scaturita dalla pioggia di comodati d’uso e cessioni unilaterali “a due dollari”. In effetti, il fenomeno citato non si è verificato solo nei confini della dissestata Detroit ma ha coinvolto diverse città della Rustbelt, la regione del degrado post industriale che comprende gli Stati del Nord Est e Nord Est centrale.

Oltre agli usi prettamente rigenerativi sotto il profilo urbano (risanamento ecologico e agricoltura urbana) si fa strada anche l’idea di una vera e propria “rivoluzione” persino rispetto alla concezione dell’abitare: la ridefinizione dei rapporti di proprietà e l’eliminazione dei vincoli della sua forma “privata”, stanno aprendo la strada a modelli di community land trust, cioè prototipi di cooperative a proprietà indivisa, che porteranno alla realizzazione di luoghi abitativi integrati con attività produttive terziarie, prevalentemente a carattere manifatturiero leggero. Questo modello trova già sperimentazione in Cleveland, centro in cui si registra allo stesso tempo un aumento demografico ed un pieno controllo del valore degli immobili, un combinato disposto che le tradizionali alienazioni privatistiche non sono riuscite a garantire in passato.

In questo quadro, un aspetto non secondario è rappresentato dall’instaurarsi di un processo di “pacifica convivenza” tra uomo e ambiente: contrariamente, infatti, a ciò che lo sviluppo urbano selvaggio degli anni “ruggenti” pre-collasso hanno posto in essere, questi nuovi modelli compatibili di proprietà hanno permesso la riscoperta delle risorse naturali e paesaggistiche che frequentemente sono state sacrificate poiché assunte in antitesi rispetto ad un modello di sviluppo senza freni: valorizzazione delle acque, riutilizzo degli “scarti” fondiari, integrazione fra ecosistema e densità urbana, hanno dismesso il manto di utopia che fino a poco tempo fa le avvolgeva ed oggi rappresentano il valore aggiunto di un differente modello di sviluppo. Si parla di Detroit, ma non molto diversamente si potrebbe dire a proposito di casa nostra, di Roma in particolare. Da anni si lamenta un totale collasso dell’economia e dell’intero sistema urbano (Oltremedia si è occupata, di recente, di approfondire la questione del Lago abbandonato in zona Prenestina, in un ottica di riqualificazione che richiama molto di quanto anzidetto). Perciò, queste nuove sperimentazioni possono appassionare per almeno tre motivi: in primis perchè cominciano a prendere forma proprio lì dove il paradigma di sviluppo è stato di segno completamente opposto fino a pochi anni fa; secondo, perché appaiono sempre più come uno sbocco “necessario” ad una crisi che, ai più, appare senza via d’uscita nei limiti dei compatibilità privatistiche e lucrative; ed, infine, perché parlano ad un bacino d’interesse ampio che supera i confini localistici e particolare e comprende pressochè tutte le realtà in degrado.

Curioso che, per “aree in degrando” fino non molto tempo fa, si sarebbe pensato all’emisfero australe del globo, oggi sarebbe sufficiente affacciarsi dal balcone di casa.

  Francesco Valerio Della Croce

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