Di foglie, nomenclature e RabbiaTribuno del Popolo
sabato , 23 settembre 2017
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Di foglie, nomenclature e Rabbia

Al Teatro Valle si sta dando corpo ad un progetto che coinvolga attori, tecnici, scrittori, registi e in generale i lavoratori dello spettacolo, al fine di mettere in piedi un tipo di struttura che si offra come luogo di produzione culturale: Rabbia.

Fonte: Oltremedianews

Mi è capitato di trovare su internet un’immagine in cui sono accostati alcuni loghi di aziende piuttosto famose a delle foglie di albero, invitando il fruitore a nominare prima gli uni, poi le altre. Mi rendo conto di avere molta più facilità nel dare un nome ai loghi che non alle foglie, ed immagino che sia ciò che capita alla stragrande maggioranza delle persone. Ora, il punto non è valutare la validità dell’operazione sottesa all’immagine (della serie “guardate come ci siamo ridotti, a sapere i nomi dei loghi e non più delle foglie”), quanto però a riconoscerne un aspetto utile: il saper nominare una classe di oggetti è un indice della familiarità che si ha con quelli; il che, però, non è ancora conoscenza: posso sapere riconoscere il logo di Amazon, ma posso benissimo non sapere come funzionino i magazzini e che tipo di lavoro massacrante sia quello degli addetti allo smistamento merci. Ora, questo piccolo preambolo per dire che cosa? Tutt’altro, ma non sarà stato inutile.

Del Teatro Valle se ne parla sempre, nel bene e nel male, in quanto teatro, in quanto luogo di rivendicazioni politiche, in quanto ospitante spettacoli in anteprima in Italia, in quanto premiato dalla regina d’Olanda in quanto eccetera. E tutto questo, e molto altro, è effettivamente il Teatro Valle. Ci sono però alcuni aspetti, alcune quinte, di questo teatro, che fan parte di quel molto altro che rimane spesso un accenno generale. Nello specifico parlo del tentativo di creare un dispositivo che sia contemporaneamente un luogo di creazione di scritture (per il teatro, cinema, tv o web series o altro ancora), di incontro tra attoriscrittoritecnici e pubblico, infine luogo di produzione e sostegno delle eventuali opere prodotte. Questo dispositivo, che altro poi non è che un ramo della Fondazione del Teatro Valle, è molto difficile da nominare, sebbene vi possa essere la tentazione di chiamarlo laboratorio di scritture (al plurale), o altre variazioni sul tema, non cederò a tale tentazione dando l’impressione di voler esaurire la questione, fingendo di esaurire ciò che c’è da sapere semplicemente affibbiando un nome. Ecco allora che ritorna la questione dell’inizio: è sempre un male non avere i nomi per le cose? L’assenza di nomi, di nomenclature prefissate, o quanto meno la loro insufficienza, lascia aperto lo spazio a nuove possibilità linguistiche. Per cui mi limiterò a chiamarlo Rabbia, che è il nome che è stato dato al progetto.

Eppure qualcosa si dovrà pur dire, di un po’ più specifico, di Rabbia. Allora ecco due aspetti che credo possano aiutare a farsi un’idea di cosa accada all’interno di quello che potrebbe sembrare semplicemente un grosso calderone in cui si agitano brownianamente tante particelle impazzite: 1) durante un’assemblea saltò fuori questo paragone “se si espone sullo scaffale una scatoletta di tonno, non si è pescatori. Oggi, in Italia, non c’è più un luogo in cui si produca cultura, ma ci sono solo espositori di prodotti già finiti.” Rabbia cerca di radunare i pescatori/artisti (mi si passi il termine artisti e metteteci tante virgolette a seconda di quanto vi sentite prudere appena sentite questa parola) alla deriva non per esporre il loro pescato/prodotto, ma per dare loro una struttura che li accolga, che crei una comunità, e che faccia da punto di riferimento per chi non sa a chi offrire a chi proporre il frutto del proprio lavoro; 2) legato strettamente a 1), la comunità che si verrà a costituire (e che sarà sempre in processo di costituirsi) non sarà composta esclusivamente da artisti di varia natura, ma da tecnici, operatori e dal pubblico (gran parte delle sessioni di Rabbia sono aperte al pubblico). Il semplice lavoro dello scrittore, che ognuno fa a casa propria, nella sua intimità, in Rabbia viene messo alla prova, interpretato dagli attori, ripreso dai film maker, ci sono registi che aggiustano la portata delle idee di chi scrive, ci si scontra con difficoltà tecniche, e si ha un riscontro del pubblico. L’obiettivo è quello di arrivare a produrre, a mettere in scena, ciò che da questa esperienza verrà fuori.

Per concludere, il nome più perspicuo che si può dare a questo tipo di esperienza è un nome proprio, Rabbia, e come tutti i soggetti con un nome proprio, il modo migliore per farsene un’idea è conoscerlo di persona.

 Simone Traversa

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