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venerdì , 21 luglio 2017
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Di Pietro-Grillo-Ferrero. Al di là della destra e della sinistra

Nell’incerto scenario politico elettorale che si va profilando tutto sembra possibile. Grillo allunga la mano a Di Pietro e Ferrero prova ad attaccarsi all’ex pm per farsi trascinare nel calderone grillino. Ma sono conciliabili le posizioni di una sinistra- Ferrero – che non ritrova più la sua identità e una destra – Di Pietro e Grillo – che si camuffa da sinistra per trovare spazio e collocazione politica?

Fonte http://oltremedia.weebly.com/5/post/2012/11/di-pietro-grillo-ferrero-al-di-l-della-destra-e-della-sinistra.html

Al tempo dei comici in politica, si sa, se ne possono sentire di belle. Quando la politica diventa cabaret e addirittura un movimento semi-partitico viene governato dalle pagine di un blog può succedere di tutto: che uno come Antonio Di Pietro venga “candidato” alla futura Presidenza della Repubblica con un semplice tweet o che una consigliera regionale venga silurata con una battuta a dir poco misogina in quanto rea di “eccitarsi troppo” nei talk show televisivi; può succedere infine che una parte di sinistra, quella extraparlamentare per scelta o per natura proponga un’alleanza allo stesso ex-pm avvicinandosi di fatto a chi dice che destra e sinistra pari sono. Antonio Di Pietro, Beppe Grillo e Paolo Ferrero hanno ben poco in comune. Il primo ha costruito la sua immagine nel corso di Tangentopoli ergendosi come esempio di rettitudine, di uomo anti-casta, di innovatore e nemico del malcostume e della corruzione. Congedatosi dalla magistratura ha trovato il proprio humus ideale nel corso dell’epopea berlusconiana quando sempre più sono emerse la questione democratica e la questione morale. Incerto nel campo dei temi economici e del lavoro, Antonio Di Pietro così come ha costruito le fortune sue e del suo movimento nel solco dell’antiberlusconismo è entrato in crisi nel momento stesso in cui Silvio Berlusconi è uscito di scena, finendo per trovarsi, suo malgrado, a dover fare opposizione da sinistra al governo Monti.

Il secondo, grida più forte, ha più carisma, trasforma il cabaret in politica e la politica in uno scherzo e, soprattutto, non deve fare i conti con esperienze di governo o trascorsi nelle istituzioni, Beppe Grillo sembra aver studiato bene la lezione berlusconiana: gli italiani hanno sempre bisogno di qualcuno che pensa per loro, meglio se simpatico e donnaiolo; tanto più se questo qualcuno non quei vincoli di coerenza che le regole di un partito o la presenza delle istituzioni ti impongono. Temprato da anni di esilio dai grandi palcoscenici, il comico genovese fa del buio/luce mediatico la sua forza: quando c’è da fare un comizio e da fare monologhi è il primo lanciarsi sul palco, quando invece giungono delle domande e si instaura un dibattito Grillo rende le sue risposte al massimo dal suo pc di casa.

I entrambi i casi, nonostante l’antiberlusconismo militante, il Cavaliere è diventato loro punto, forse involontario, di riferimento. Sia l’IDV che M5S sono modellati sulla figura del caro leader al quale arrivano e dal quale passano tutte le decisioni. Sono partiti patrimoniali che campano grazie all’introito dei rispettivi capi. Del resto la realtà storica costituitasi in Italia con il fenomeno Berlusconi è chiara. Si è creato un bacino elettorale di persone di destra che non si rispecchiavano nella politica imprenditoriale di Berlusconi e si sono riversati in cartelli elettorali, Di Pietro prima e Grillo ora, che gli garantivano sopravvivenza politica. Di Pietro si è collocato a sinistra solo perché la destra era piena, ma, nonostante l’IDV abbia fra i suoi dirigenti anche esponenti di sinistra, proprio perché di partito patrimoniale si tratta, la vocazione delle politiche dipietriste resta di destra; e nel solco dell’Italia dei Valori si collocano anche i grillini: entrambi a favore di una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, quindi di una ulteriore precarizzazione della vita, entrambigiustizialisti – mentre la sinistra per sua vocazione naturale è, bene ricordarlo, innocentista – entrambi che non hanno mai nascosto pericolose simpatie per l’estremismo, Di Pietro è stato missino e nel momento del divorzio tra Berlusconi e Fini ha strizzato l’occhio all’ex AN, Grillo ha sempre protetto gli atti xenofobi di Casapound che, infatti, lo indica ai suoi adepti tra le preferenze di voto.

Difatti ora che Di Pietro sta per tirare, politicamente, le cuoia, al suo capezzale (elettorale) spunta Grillo, conscio che portarsi a casa il 2% dell’IDV fa sempre bene. Proprio Grillo che è stato il vero killer mediatico di Di Pietro, colui che cioè ha sfruttato il momento di difficoltà dell’ex pm infliggendo al suo partito numerose ferite dalle quali vi negli ultimi anni è scaturita quell’emorragia di voti che ha fatto grande il M5S. Difficile credere che il comico genovese voglia però annettere al suo movimento l’intera IDV, compresi gli squali e i pescecani allevati da Di Pietro. Più facile che Grillo, voglia portarsi l’ex pm a casa, come fosse un trofeo, come avrebbe voluto fare a suo tempo Silvio Berlusconi. Grillo che doveva essere, dichiarò illo tempore Di Pietro, il figlioccio politico del molisano, uccide il padre e diventa re. Un re che sfoggia i suoi vessilli e dal suo blog muove le candidature degli uomini a lui più vicini. L’ipotesi Quirinale era ed è, ovviamente, una boutade, ma anche un preciso messaggio in codice per dire a Di Pietro, “vieni con me e non sarai costretto a confluire a testa bassa nel PD” – ipotesi alla quale lavorano Donati e Li Gotti. Da padrone a servitore. L’alternativa dell’ex pm sarebbe passare per le forche caudine facendo pubbliche scuse a Napolitano, condicio sine qua non imposta dai vertici del PD fargli salva la pelle, o vendere l’anima al diavolo e presentarsi come frontman del duo Casaleggio-Grillo. In pratica dinanzi a Di Pietro si profila un’uscita di scena, deve solo scegliere la meno umiliante e Grillo, per continuità di pensiero e di modo di porsi politicamente, è la più papabile.

Ma in questo gioco al massacro cosa c’entra Ferrero? Come già detto è difficile immaginare una specie di foto di Vasto con Di Pietro, Grillo e Ferrero. Eppure i giochi della politica con le grandi giravolte cui i leader dei principali partiti ci hanno abituato di questi tempi non possono fare escludere nulla a priori. Provare a prevedere quello che sarà il quadro politico con cui si andrà al voto è difficilissimo. Ma proprio in questi casi la logica può fungere da sostegno al ragionamento. Il segretario di Rifondazione si trova proprio in queste ore a dover affrontare il consiglio della Fds che certificherà, secondo i principali rumors, lo scioglimento della Federazione della Sinistra. La fine dell’esperienza unitaria giunge oggi come naturale causa dei dissensi che da mesi intercorrono fra i soggetti fondatori, Prc Pdci e Partito del Lavoro, divisi tra l’assunzione di un profilo di governo, con l’annessa prospettiva di un’adesione al centrosinistra, e la svolta extraparlamentarista promossa dall’ex esponente demoproletario. Ad ogni modo, archiviata l’esperienza FDS, Paolo Ferrero avrà il problema di cercare dei soggetti con cui correre alle prossime elezioni, quantomento per poter entrare in parlamento. In quest’ottica l’unica speranza viene dai movimenti e da Antonio Di Pietro, con il quale, secondo il segretario di Rc, sarebbe possibile riproporre la felice esperienza di Napoli avviando una fase costituente per una nuova sinistra. Prospettiva che tanto piace a Ferrero quanto spaventa lo stesso Di Pietro. Da mesi l’ex pm si presenta a mani giunte al Partito Democratico per stringere un  nuovo patto di coalizione. Troppo logori i rapporti tra il leader Idv e alcune aree dei democratici, troppo forte la pressione di Napolitano. Eppure lo sguardo di Di Pietro, inutile che se ne dica, è sempre stato lì, riposto nella speranza di far pace con i democratici; mai, in nessuna intervista, Antonio Di Pietro ha manifestato anche solo la volontà di aprire una costituente a sinistra andandosi a legare con quei soggetti politici, e qui ci metto anche i movimenti, che sono stati protagonisti a suo tempo della pagina nera del G8. Sappiamo tutti l’ex-pm in quell’occasione da che parte stava, dunque vedere tonino allearsi con Alba e con la sinistra di Rifondazione sarebbe più difficile che fotografarlo a braccetto con Giorgio Napolitano.  Detto ciò, in politica mai dire mai. Resta il fatto che l’unico fronte aperto per il leader Idv era e rimane Beppe Grillo. Dal canto suo Ferrero disprezza l’ipotesi di appoggio elettorale al PD, cerca un coinvolgimento dei movimenti, in particolare di Alba e della nascente Lista De Magistris, ma poi fa la corte ad Antonio Di Pietro.
L’empasse è servito. Come se ne esce? Proviamo a ragionare per assurdo consci di muoverci più che altro nel campo delle supposizioni. Se Di Pietro ha in Grillo il suo salvagente e Ferrero corteggia l’ex-pm, dato che  in politica non si può rimanere a ragionare sui nomi ma alla fine ciò che conta sono le posizioni su questa o quella questione, proprietà transitiva vuole che Ferrero è molto più vicino a Beppe Grillo di quanto non sembri. Ferrero con Grillo, il leader della vetero sinistra con il Guru del Movimento 5 stelle che fa dell’antipolitica la propria arma, e da sempre si sa che l’antipolitica era e resta una cosa di destra. Verrebbe da chiedersi come concilierà Ferrero le questioni di tutela dei diritti del lavoro con chi propone maggiore precarietà, con chi non ha detto una parola su Pomigliano, con chi non ritiene l’abrogazione della riforma Fornero dell’art. 18 una prorità. L’impressione è che ancora una volta, se è vero che nel centrosinistra non si toccheranno alcuni temi che potrebbero risultare scottanti per la tenuta della coalizione, è altrettanto vero allora che nel fronte alternativo al centrosinistra sarà molto difficile formulare una posizione condivisa sui temi appena citati. Il risultato sarebbe che si comporrebbe l’ennesimo soggetto politico anti-tav, anti-inceneritore, anti-discarica-, anti-ponte sullo stretto, anti-euro, anti-debito, insomma anti-tutto e senza la minima cultura del partito di governo che il mondo del lavoro da sempre richiede.

Ma l’abbiamo detto in apertura, siamo al tempo della politica dello scherzo, in cui i partiti diventano scatole con etichetta senza contenuto. La questione, infatti qui è che, cattivo costume italiano, si dimentica che la politica non sono solo i leader ma anche la base. Se è vero che i vertici PD sono stati equivoci in questi anni, pur facendo ora dietrofront ponendosi in discontinuità con le politiche montiane, è vero anche che la base del PD è un elettorato che ancora si ritiene di sinistra, della vera sinistra, e che attende una svolta a sinistra anche dei vertici, svolta possibile solo se nella prossima coalizione saranno presenti SEL e la FDS, evitando così il compromesso con Casini. Di contro, sul versante IDV/M5S la base che si è venuta a creare è prevalentemente di destra, non è un mistero che il successo elettorale in Sicilia di Grillo proviene dagli ex PDL delusi e non dagli astensionisti, così come al nord il M5S fa fortuna sulle disgrazie dei leghisti post-cerchio magico.

Di Pietro-Grillo-Ferrero, forse è ancora un’ipotesi lontana, ma la prospettiva segnerebbe sicuramente la svendita della sinistra pronta all’inciucio storico (questa volta nella vera accezione del termine) con la destra pur di sopravvivere. La sinistra depone le armi, si arrende all’antipolitica nel quale l’ideale, il programma, sono soltanto idee antiquate. Gaber si chiedeva “cos’è la destra? cos’è la sinistra?” Allo stato degli atti la domanda è ancora valida. Agli elettori l’ardua sentenza.

Antonio Siniscalchi  Michele Trotta

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