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giovedì , 23 marzo 2017
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Dilma: una vittoria della sinistra

 

La ripetizione della polarizzazione tra petistas e tucanos nel secondo turno delle elezioni brasiliane rafforza la centralità dello scontro tra neoliberalismo e post- neoliberalismo nel campo politico brasiliano, come anche negli altri paesi dell’America Latina. Il confronto di programmi delle forze politiche in ogni campo, riafferma in modo ineludibile la polarizzazione tra destra e sinistra nella forma che essa assume nell’era neoliberale.

Traduzione di Marx21.it

Specialmente per la chiarezza del conflitto nel secondo turno, aggiunta alla grande mobilitazione dei militanti del PT e degli altri partiti di sinistra (compreso il principale partito della sinistra radicale, il PSOL), di tutti i movimenti sociali, culturali e popolari, è stato possibile rimettere in campo quella che è oggi la sinistra brasiliana. La leadership indiscutibile di Lula è stata decisiva nello scorcio finale della campagna, come pure il grande protagonismo di Dilma, facendo in modo che i due escano dalla disputa come i grandi leader popolari del Brasile di oggi.

La mostruosità della campagna, interna e internazionale, per cercare di vincere le elezioni e cambiare il corso della politica brasiliana, compreso il suo ruolo nei processi di integrazione latinoamericana e del Sud del mondo, dà la dimensione di ciò che stava in gioco nelle elezioni. La destra brasiliana, latinoamericana e mondiale si era illusa della possibilità di cambiare la politica economica, di impossessarsi delle grandi risorse di Pre-sal (le risorse petrolifere oceaniche), di indebolire Mercosur, Unasur, Celac e, in particolare, i Brics, i cui ultimi accordi infastidiscono profondamente gli Stati Uniti e i loro alleati.

La difesa della continuità del modello di sviluppo economico con la distribuzione della rendita, lo sfruttamento di Pre-sal da parte di Petrobras, con risorse destinate all’educazione e alla sanità, con la riforma politica che interrompa i finanziamenti delle imprese alle campagne politiche, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, hanno dato vigore alla sinistra nella campagna elettorale di Dilma, ancor più quando la campagna della sinistra ha rappresentato la resistenza alle proposte di riduzione dei salari, di aumento della disoccupazione e di riduzione drastica delle banche pubbliche, come modi per riattivare l’economia, con ogni concessione al grande capitale privato. Oltre all’indebolimento del ruolo del Brasile nei processi di integrazione, di sganciamento dall’accerchiamento strategico degli Stati Uniti, della consegna dello sfruttamento di Pre-sal a imprese private internazionali e dell’uscita del Brasile dai Brics.

Per questo la vittoria di Dilma – che è, a sua volta, la vittoria di Lula e del PT – è una vittoria della sinistra, brasiliana e latinoamericana. Che, oltre ad evitare i cambiamenti interni e internazionali proposti dall’opposizione, avrà, tra le altre responsabilità, quella di partecipare attivamente al rilancio di Unasur, ora sotto la segreteria generale dell’ex presidente colombiano Ernesto Samper, come anche la realizzazione degli strategici accordi firmati dai Brics a Fortaleza, nel luglio di quest’anno.

Non è un caso che la vittoria di misura di Dilma sia stata immediatamente salutata dai presidenti della regione – innanzitutto da Cristina, e da Rafael Correa, Evo Morales, Pepe Mujica, Nicolasa Maduro, tra gli altri. Sanno che è la vittoria di una corrente di cui fanno parte anche tutti loro.

Emir Sader*

*Emir Sader è coordinatore del Laboratorio di Politiche Pubbliche dell’Università Statale di San Paolo 

 

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