Do you remember Sabra e Chatila? Una delegazione contro l'oblioTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Do you remember Sabra e Chatila? Una delegazione contro l’oblio

Recarsi in Libano in occasione del massacro di Sabra e Chatila a portare solidarietà ai nostri amici palestinesi che da decenni lì vivono non è mai stato in questi anni – la nostra esperienza nacque nel 1999 grazie allo straordinario lavoro del giornalista del “manifesto” Stefano Chiarini – un atto rituale. In questi quindici anni abbiamo visto tante tragedie, tante emergenze, una sovrapposizione drammatica che non eliminava mai le precedenti.

Un percorso che ha rafforzato in noi la consapevolezza che la crisi palestinese ha un carattere strettamente politico e che quindi coerentemente tale deve essere la solidarietà.

La richiesta di giustizia per quel’orrendo crimine compiuto nell’ormai lontano 1982 si unisce, infatti, alla richiesta di giustizia per un popolo che da decenni vive una occupazione criminale e che vede anno dopo anno allontanarsi qualsiasi ipotesi di pace e di futuro. I massacri purtroppo da allora si sono succeduto con drammatica regolarità, simili gli interessi che si nascondono e simili le mani dei criminali e le complicità internazionali che li compiono, li coprono e li giustificano.

Uguali, purtroppo anche le vittime, i palestinesi. Quante similitudini fra quei corpi straziati nelle stradine di Chatila con le donne e i bambini uccisi nelle settimane scorse a Gaza. Una immagine su tutte: quella dei bimbi che giocavano nella spiaggia di fronte ai grandi alberghi deserti che un tempo dovevano rappresentare una possibilità di sviluppo per la Striscia. Strage di innocenti.

E proprio Gaza quest’anno caratterizzerà la nostra missione nel Paese dei cedri. Innanzitutto perché troppo vicino l’ultimo impunito crimine compiuto da Israele, i bombardamenti di questa estate fanno ancora sentire il loro eco e i morti non cessano, come con puntualità ci informa Michele Giorgio sul sito Nenanews, di allungare un elenco già lunghissimo. Quella che è avvenuta a Gaza nelle scorse settimane non è stata una guerra fra Israele e Hamas, troppe le differenze e le asimmetrie in campo, bensì una brutale aggressione verso l’intero popolo di Palestina.

Ma sarebbe sbagliato credere che quanto avvenuto sia stato il frutto di casualità o di una insensata sete di sangue da parte del governo Netanyahu. Quei bombardamenti hanno dietro logiche ferree e precise e hanno l’obiettivo di rafforzare il carattere imperialista e neo coloniale dell’occupazione israeliana delle terre arabe e palestinesi. Gaza – dove vivono circa un milione e ottocento mila palestinesi, con una delle più alte densità abitative del mondo – rappresenta per Israele anche uno straordinario mercato per le sue merci. La gente vive ammassata in una sorta di prigione a cielo aperto, dietro l’angolo la perenne minaccia di bombardamenti, le frontiere tutte ermeticamente chiuse, ma in questo carcere i prodotti di Israele entrano e riempiono i negozi. Così che le vittime si vedono costrette per sopravvivere a comprare le merci dei loro aguzzini. E con la stessa logica nei prossimi mesi saranno proprio quanti in un modo e nell’altro hanno avallato i bombardamenti israeliani di questa triste estate a giovarsi e ad arricchirsi nella ricostruzione della Gaza distrutta. Gaza deve essere umiliata, distrutta, messa in ginocchio, ma non eliminata. Per questo finiti i bombardamenti continua l’assedio altrettanto omicida.

Non paradossi, ma il colonialismo del xxi secolo.

Gran parte delle compagne e dei compagni che da sabato 13 settembre saranno in Libano con il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila, erano stati lo scorso gennaio a Gaza. Un viaggio tormentato che ci ha permesso di conoscere e di toccare con mano i molteplici aspetti dell’occupazione. Eravamo andati per ricordare a tutti noi che il diritto al ritorno non riguarda solo i rifugiati che vivono in Libano, Giordania, Siria… ma anche oltre due terzi della popolazione della Striscia rifugiata lì da altre parti della Palestina. Ribadire al mondo il diritto del popolo palestinese a poter ritornare nelle loro terre (come peraltro previsto dalla legalità internazionale) è anche un modo per affermare l’unicità di questo popolo. Non esiste Gaza, Cisgiordania, o Gerusalemme, come non esistono i palestinesi del Libano, della Giordania o della Siria, di Israele. La Palestina è una, e uno è il popolo palestinese.

Se non si capisce questo aspetto non si riesce a comprendere la straordinaria forza dei nostri amici che ci aspettano a Beirut, la loro voglia di sentirsi popolo e il loro diritto a ribadire la volontà di avere una esistenza dignitosa oggi. Per queste donne e questi uomini la nostra presenza è un atto di solidarietà, ma soprattutto è la consapevolezza che esiste un pezzo di mondo che non si chiude orecchie, occhi e bocca, e che lotta insieme a loro per un futuro diverso.

Marx21

Maurizio Musolino*

* Portavoce del Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”

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