Dopo il XVIII Congresso del Partito Comunista CineseTribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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Dopo il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese

Relazione presentata al convegno tenutosi a Roma il 2 ottobre 2015 ”La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008″

Stato di diritto, modernizzazione della governance, rafforzamento della disciplina di partito e della lotta alla corruzione

La Cina degli ultimi anni ha osato cambiare profondamente, oltre ogni aspettativa, quasi come un animale che, dopo la muta, diventa irriconoscibile a se stesso. Ma questa trasformazione ha indotto l’Occidente ad usare categorie descrittive che rischiano di essere improprie, come “riformisti-conservatori” e “destra-sinistra”. Bisognerebbe invece tenere presente le nostre diverse impostazioni culturali e le nostre differenze di lessico politico per provare a interpretare la Cina contemporanea senza deformarla. Tutto questo mostra una cosa: mentre i cinesi si sono aperti al confronto con l’Occidente, noi siamo rimasti fermi senza porci il problema di cambiare e acquisire le categorie adatte per dialogare con questo mondo. Questa è, a mio modesto avviso, una sfida culturale che l’intellettualità di sinistra e marxista italiana ed europea deve saper cogliere, anche grazie a confronti e scambi come quello odierno.
Un esempio lampante della difficoltà di comprensione della realtà cinese è la campagna contro la corruzione. La lettura più in voga sui media occidentali è quella di uno strumento pretestuoso della leadership cinese per liberarsi degli avversari politici interni. In realtà questa campagna merita di essere analizzata e compresa nella sua dimensione e manifestazione di classe perché aiuta lo sviluppo delle regioni meno avanzate e delle fasce di popolazione meno ricche all’interno del Paese, sradicando la possibilità di crescita di network criminali o settori della borghesia cinese in grado di conquistare il potere politico. Inoltre il PCC persegue tre obiettivi strategici: 1) impedire che fenomeni corruttivi possano spezzare il legame tra il Partito e le masse, passivizzando queste ultime e burocratizzando il primo; 2) ripulire e rafforzare il PCC; 3) imprimere una svolta strategica all’economia.

Per essere pronta alle nuove sfide globali la Cina deve assolutamente riformare e innovare, ancora una volta, la sua economia ed entrare così in una nuova fase di razionalizzazione della propria condotta (ciò spiega il dibattito sulla “rule of law” [yifa zhiguo 依法治国]), internazionalizzare il RMB ed imboccare una nuova via di sviluppo (chiamato il “new normal”) capace di imprimere modifiche strutturali al modello vigente. Questo cambio è sempre più necessario per rompere la politica americana di contenimento e contrasto all’ascesa cinese, che la leadership di Pechino affronta con la strategia del “One Belt, One Road” [Yídài yílù 一带一路] sviluppando colossali investimenti, rafforzando la diplomazia ed incrementando il soft power. Mentre gli Usa spingono per una guerra tra la Cina ed i vicini, i cinesi si proiettano strategicamente in Europa attuando, nel 21° secolo, il principio “del vuoto e del sostanziale” teorizzato da Sun Tzu nell’Arte della Guerra [Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法].

Un altro terreno sul quale si esercita la pressione esterna straniera sul dibattito interno al gruppo dirigente e al popolo cinese è quello relativo alla forma di governo ed allo sviluppo della “rule of law”. È un punto delicato anche all’interno della società cinese che, spinta dai nuovi bisogni, ha sviluppato una forte richiesta di attenzione su temi quali “diritti dei cittadini”, “rapporto dei cittadini con lo stato” etc. Alcuni studiosi riconoscono l’esistenza di uno stato di diritto solo nelle attività commerciali ed economiche ma non nel campo dei diritti politici e civili, per cui affermano che la Repubblica Popolare si sia trasformata da un sistema basato sul “rule of man” (centrato sulla figura di Mao Zedong) ad uno avviato alla “lunga marcia verso il “rule of law”. Ma questi paladini del sistema occidentale ritengono che la permanenza di regole che prevedono il “primato del Partito”, evidenziano l’esistenza di ostacoli e contraddizioni tra ordinamento giuridico e potere politico.

Invece è interessante notare come le riforme di Deng Xiaoping abbiano prodotto, anche su questo terreno, una grande innovazione teorica rispetto ai limiti politici del movimento comunista. Il socialismo reale in Europa orientale è stato caratterizzato dall’illusione che la realizzazione dei diritti economici e sociali, rendesse superflua la garanzia giuridica dello stato di diritto, sebbene proprio le riforme del sistema socialista (alfabetizzazione ed istruzione di massa, liberazione dalla penuria,…) avevano portato alla nascita di una società civile che doveva fare i conti con la democrazia e le sue regole. Se Marx ed Engels, nella Critica al Programma di Gotha, parlano di un generico superamento della divisione del lavoro e dell’estinzione dello Stato e del potere politico nei Paesi dove il proletariato prende il potere, il lungo processo di apprendimento del PCC nella transizione al socialismo, porta invece ad assumere come essenziale la necessità della costruzione di uno stato di diritto.

È del tutto evidente che questo processo non avviene nel vuoto ma deve necessariamente tener conto delle caratteristiche peculiari della società cinese, frutto di una storia antica, di una lunga dominazione coloniale, di caratteristiche geografiche, etniche e linguistiche uniche. Coloro che rimproverano alle riforme di Deng il fatto di aver realizzato una sorta di perestrojka (riforme economiche) senza glasnost (riforme politiche) dimenticano di fare i conti con questi aspetti centrali. Il nodo nevralgico nella costruzione dello stato di diritto, resta ovviamente il ruolo che il PCC potrà continuare ad esercitare nella società, promuovendo un sistema di governance fondato su uno stato di diritto socialista e conservando il ruolo guida nella società. Sappiamo, questo, essere uno dei temi caldi del dibattito anche all’interno del Paese e del Partito (e ad esso legato quelli sul “governo del Partito” [dangzhi 党治] e della “lotta di classe” [jieji douzheng 阶级斗争]), ma non possiamo dimenticarci che il processo di costituzione di una governance in Cina è ancora agli inizi. La borghesia francese trova nella repubblica parlamentare la forma stabile dell’esercizio del suo potere e della sua egemonia solo dopo il tormentato periodo storico che va dal 1789 al 1871. Gramsci sottolineava che affinché si considerasse conclusa una rivoluzione, non bastava solo conquistare il potere, ma andava individuata la forma politica stabile della sua gestione.

Pertanto, quello aperto con la Rivoluzione cinese è un processo di lunga durata in pieno svolgimento e, diversamente dalle letture occidentali, la campagna contro la corruzione ed il dibattito sulla “rule of law”, servono per definirne i contenuti economico-sociali e la forma politica. Quale sarà l’esito di questo lungo cammino, è ancora troppo presto per poterlo dire.

Fonte: Marx21.it

Francesco Maringiò

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