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giovedì , 19 gennaio 2017
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Dopo la “Primavera Araba”, ecco la “Primavera Latina”

Dopo i fatti che nel 2011 hanno sconvolto l’assetto geopolitico del Nord Africa e del Medio Oriente, in  molti in questo 2012 iniziano a vedere movimenti analoghi anche in Sudamerica. Secondo Adrian Salbuchi, analista argentino, vi sarebbero segni preoccupanti anche in America Latina di un tentativo di destabilizzare lo status quo.

Prima le proteste di piazza in Cile, poi il “Golpe bianco” in Paraguay, sono solo due dei segni preoccupanti che si sono verificati in America Latina negli ultimi mesi del 2012, mesi che hanno indotto diversi analisti a parlare di una possibile “Primavera Latina” che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Secondo Adrian Salbuchi, analista argentino che scrive per Russia Today, l’America Latina starebbe vivendo un fermento sempre più violento su diversi fronti. Questo aspetto rende molto difficile riuscire a distinguere tra le proteste sociali in buona fede, come quelle cilene, e quelle invece create ad arte per creare i presupposti e il contesto adatto a un intervento straniero, un pò ciò che è successo nel mondo arabo. In Sudamerica del resto gli Stati Uniti hanno sperimentato diverse forme di colpi di stato militari, anche se questa opzione ora è venuta meno con la fine della Guerra Fredda, che giustificava nei decenni addietro gli interventi americani nel continente. Per tutti gli anni Sessanta e Settanta si è assistito a una serie di “golpe” anticomunisti, sempre applauditi da Londra e Washington. Negli anni Ottanta e Novanta si è invece assistito a una sorta di “ritorno” della democrazia, con i diritti umani che sono tornati al centro del dibattito politico. Finalmente quindi i militari erano stati messi da parte dalla politica, che ora era il nuovo referente degli Stati Uniti. Come ricorda Sabuchi però, “democrazia” per l’America Latina ha solo significato che il potere non era più gestito con fucili e mitra, ma da un sacco di soldi.  Secondo molti analisti ora i tempi sarebbero finalmente maturi per una nuova “Primavera” in grado da cambiare i rapporti di forza. Sarebbe, tuttavia, essere un errore pensare che questa sarà una copia della primavera araba,dal momento che il contesto dell’America Latina è completamente differente da quello del mondo arabo. Ad esempio nel mondo arabo migliaia di giovani si trovavano sotto il tacco di dittature ereditarie da decenni, fatto questo assente nell’America Latina di oggi, dove tutti i governi sono almeno formalmente democratici. Anche dal punto di vista religioso ci sono molte differenze, con l’Islam che richiede militanza attiva dai suoi seguaci per difendere la fede, creando così una demarcazione confessionale tra sciiti e sunniti, tra regimi laici e clericali. “Tali questioni molto complesse hanno ostacolato la capacità del mondo musulmano di unirsi sotto una leadership solida e forte, così fondamentale per neutralizzare decenni, secoli di interferenze occidentali e di interventi in quella regione. Divide et impera è stata sempre la parola d’ordine dell’imperialismo“, ha spiegato Sabuchi. E’ stato dunque facile per l’Occidente sfruttare la rabbia dei giovani arabi, semmai l’unica difficoltà è stata quella di difendere i paesi amici come Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain dalla rivolta sociale. Il resto lo ha fatto la pressione dei petrodollari e quella militare della Quinta flotta americana e di Israele. In America Latina il contesto è completamente differente, non esistono conflitti confessionali e tutti i paesi sono formalmente democratici, di conseguenza diventa difficile convincere la gente a scendere in piazza per protestare contro supposti regimi autoritari.

Quando si parla di guerra, normalmente pensiamo in termini di Seconda guerra mondiale, cioè a degli eserciti invasori. Ma la guerra è diventata molto più nascosta e meno evidente. Oggi sono usate  forme più sottili come quelle dei colpi di stato, o  come successo in  Libia e ora la Siria di guerra civile“, spiega ancora Salbuchi. Per “Primavera” si intendono invece quelle guerre programmate da tempo, da scatenarsi all’interno di un determinato Paese. Prima di scatenarla occorre identificare le linee di divisione all’interno della società locale, facendo leva sulle rimostranze della gente, sui fervori religiosi e manipolando odi etnici e politici. Dopo questa prima fase si passa a quella vera e propria della guerra psicologica, con il coinvolgimento attivo delle Ong, dei militanti locali e delle lobbies, dei politici dell’opposizione, della stampa, e naturalmente le ambasciate. Se poi il piano fallisce, ecco il “Piano B” da realizzarsi addestrando e scatenando bande sovversive armate, esattamente quello che sta accadendo in Siria. Salbuchi sostiene però che la “guerra” sudamericana non è quella che si combatte per motivi etnici e religiosi, bensì quella “di classe” tra ricchi e poveri. Proprio i poveri sarebbero sempre più consapevoli del loro numero e della loro potenziale forza. La consapevolezza della povertà finisce per generare frustrazione sociale che si estrinseca nella criminalità di strada, nel traffico di droga, nella guerra per bande, nella pornografia, una guerra che “fisicamente, intellettualmente e spiritualmente annienta milioni e milioni di persone nelle strade di Messico, Brasile, Colombia e Argentina“. E se i milioni di poveri sudamericani la smettessero di farsi la guerra tra loro? Una eventualità che fa tremare le gambe alle èlites globali per cui, come ha detto tempo fa l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, “la presa di coscienza politica del popolo“, rappresenterebbe una terribile minaccia per l’establishment mondiale. Insomma, secondo Salbuchi la colossale crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti, Europa, Regno Unito potrebbe indurre a scatenare a una guerra dei ricchi contro i poveri in America Latina, una sorta di “Primavera Latina” scatenata per rimescolare le carte e che potrebbe avere conseguenze potenzialmente globali.

 

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