Dov'è la sinistra? Morti democristiani, per non resuscitare grilliniTribuno del Popolo
domenica , 24 settembre 2017
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Dov’è la sinistra? Morti democristiani, per non resuscitare grillini

Dopo il week-end che ha portato alla nascita del governo Letta la sensazione del ritorno della balena bianca apre gli interrogativi nel popolo della sinistra. “Siamo morti democristiani” dice qualcuno. Ma dov’è la sinistra? Da dove ripartire.

Fonte: Oltremedianews

“Se serve all’italia, serve alla sinistra”, a sentire l’editoriale di Claudio Sardo su l’Unità di sabato scorso, l’ennesimo boccone amaro per il popolo della sinistra era nell’aria. A delitto consumato poi, con il Pd che formava il governo con Berlusconi e Alfano, il coro dei quotidiani è diventato unanime, sino a trasformarsi in un monocolore di encomi e magnificazioni per questa ennesima minestra in salsa Dc quale è il primo Governo Letta. Un blocco unifono se possibile rafforzato dai tragici spari di Palazzo Chigi, dopo i quali la critica, da irresponsabile per come veniva tacciata, è divenuta addirittura “pericolosa” e da limitare.

Insomma non è stato un week end facile per la sinistra italiana, né tantomeno la settimana è cominciata meglio dopo che nel suo discorso di insediamento il neopremier Enrico Letta, sostenuto da Pd, Pdl e Sc, ha pronunciato alcuni passaggi del suo programma con parti apparentemente prese tra le proposte migliori (o peggiori?) dell’uno e l’altro partito. Quella foto con Alfano, poi, è un colpo al cuore per tutti quelli che dalle urne si aspettavano un governo del cambiamento, per quel popolo che chiedeva moralità ed intransigenza e non inciucio, per tutti quelli che in quel dicembre 2011 salutavano con gioia la (momentanea) caduta di Silvio Berlusconi e chiedevano a gran voce il voto; per tutti quelli che si aspettavano una stagione di innovazione nel campo dei diritti civili e sociali, dall’eutanasia al riconoscimento dei diritti per le coppie gay, passando per una battaglia contro l’illegalità e la corruzione; per tutti quei giovani che sono scesi in piazza in questi anni per difendere istruzione pubblica e diritto al lavoro, esprimendo un energia positiva che chiedeva a gran voce rappresentanza. Un urlo collettivo, con la sua richiesta di cambiamento, che è rimasto in questi mesi strozzato in gola a quanti guardavano con fiducia ad una nuova politica della partecipazione, per poi risultare definitivamente tradito da quell’abbraccio mortale Pdl-Pd che sembra aver mandato in coma la nostra democrazia.

Ormai è troppo. Troppo per i cuori di quella parte d’Italia che non ha mai creduto nella favola berlusconiana. Cuori indeboliti da anni di sconfitte e di tradimenti. Nemmeno più il sermone domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica convince più. Lui che nel passato ha rappresentato un po’ l’anima antiberlusconiana del suo quotidiano, oggi scrive che “l’Italia l’è malada” e che sì ci vuole un governo d’eccezione; “la ricchezza – scrive ancora Scalfari – tende a distribuirsi tra i paesi che emergono dalla povertà e gli altri che riposano passivamente su un’antica opulenza”. Della serie, siccome c’è la Cina dobbiamo tenerci Berlusconi. E guai a chiedere il lavoro al centro del programma, guai a rivendicare un programma di sinistra, “oggi l’Europa è malata (anche lei) [...] ma spesso ce lo dimentichiamo  ed è un errore perché ci toglie la  prospettiva. [...] Probabilmente – conclude il fondatore di Repubblica con un passaggio che sa un po’ di beffa per quella “Italia giusta” che chiedeva via Berlusconi – la causa dell’errore sta nel fatto che l’analisi della situazione e la terapia capace di guarirne la malattia sono soverchiate dagli interessi, dalle ambizioni, dalle vanità delle lobbies e degli individui”. Insomma, più che un totem dell’opposizione culturale al ventennio del Caimano, oggi Scalfari nel paragonare Napolitano a Togliatti e Berlinguer appare più che altro un vecchio reazionario in intima complicità con il presidente più interventista della storia della nostra Repubblica.

Così lo scoramento la fa da padrone. Anni di lotte sui territori, vicini alla gente, anni di militanza nell’unico partito di massa rimasto, i Ds e poi il Pd, buttati via per un’assurda trattativa avvenuta nelle stanze del potere. E quel motto che i vecchi PCI hanno ripetuto per decenni, e che oggi ha il sapore della beffa. “Non voglio morir democristiano”. Anche quella semplice frase è stata tradita, simbolo come era del sogno di una sinistra di governo e trasformata come è stata negli anni nella chiave tramite la quale far digerire di tutto ad un popolo in sofferenza.

E’ il momento di dire basta. Basta con questi giochi di potere, basta con questi vilipendi alla storia e all’identità di una tradizione politica e culturale che viene da lontano. Basta con i tradimenti. Basta con questa classe dirigente che non sa nemmeno più guardar negli occhi la sofferenza della gente, del mondo del lavoro intero deriso ed umiliato da anni di controriforme. Lo dico su queste colonne, lo stanno gridando in tanti tra i militanti democratici e non, e tra tutti coloro che avevano intimamente creduto e sperato in un governo del riscatto. Che questo governo monocolore DC di Enrico Letta sia l’anno zero.

Ma dov’è la sinistra? Si ricomincia da lì, dalle sezioni in rivolta nel segno di #OccupyPd, dal cantiere targato Vendola, dai luoghi di lavoro e dove ogni giorno la nostra democrazia si compie, dalla voglia di partecipazione dei nostri giovani che quotidianamente si ribellano, che lottano nelle università e che chiedono occupazione e futuro. Occorre che questo dissenso sia catalizzato e che questa richiesta di rappresentanza sia colta con una profonda riforma dei partitiattualmente esistenti e con un nuovo pensiero forte che non sia subalterno al berlusconismo. Morti democristiani, per non resuscitare grillini.

 Michele Trotta

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