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sabato , 21 ottobre 2017
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Due pesi, due misure. La Guerra Fredda non è ancora finita

Dopo la smagliante vittoria di Hugo Chàvez alle elezioni presidenziali quasi tutti i giornali occidentali hanno accolto la notizia con visibile fastidio. C’è chi lo chiama “dittatore”, chi invece storce il naso di fronte al suo “populismo”, ignorando invece quanto sta accadendo in Europa, dove la troika sta obbligando i governi a tagli scriteriati assolutamente non voluti dalla cittadinanza…due pesi e due misure, a servizio di una visione del mondo.

 

In molti credevano che con il 1989 la Guerra Fredda fosse finalmente finita. Per Guerra Fredda comunemente si intende quel conflitto larvato e mai direttamente guerreggiato tra Mosca e Washington, conflitto che ha diviso letteralmente in due distinte zone di influenza il globo terrestre. Così in modo manicheo ciascuno dei due blocchi presentava l’altro come l’inferno in terra, faceva parte del gioco delle parti e ogni scusa, ogni occasione poteva essere buona per avvantaggiarsi nella partita a scacchi contro gli avversari. Per questo pur non condividendo, ho sempre capito perchè gli Stati Uniti hanno presentato Cuba come l’inferno in terra, Cuba rappresentava una sfida inaccettabile con l’Urss viva, e dopo la caduta del socialismo reale il fatto stesso che L’Avana continuasse a esistere rappresentava per Washington uno schiaffo inaccettabile; da qui la continuazione dell’embargo.  Ma la Guerra Fredda non è finita con il 1989. Forse gli americani hanno evocato forze inarrestabili che continuano la loro caccia alle streghe anche dopo che il loro compito è stato portato a termine. Così si potrebbe spiegare la pervicacia con cui, a distanza di oltre vent’anni, si continua a bombardare, giorno dopo giorno,  tutto quello che esiste più a “sinistra” del  consentito.

Così la parola “Stato” è assurta quasi magicamente alla quintessenza dell’inefficienza, come se fosse un sinonimo di disastro economico. Niente di più distante dalla realtà, e lo sa bene Omero Ciai, inviato de “La Repubblica” in Venezuela, uomo capace di acrobazie incredibili come riuscire a dire che quella di Chàvez in Venezuela è una “vittoria elettorale ma una sconfitta politica”. Ma come? vincere per il quarto mandato consecutivo rappresenterebbe una sconfitta politica? Forse una sconfitta politica di coloro che da anni hanno lavorato indefessamente, e profumatamente pagati, per macchiare l’idea della Rivoluzione Bolivariana, l’ennesima sfida lanciata all’establishment mondiale.Così nel giudizio mirabile che Ciai ci da da Caracas del Chavismo, si addita il “populismo” come uno dei problemi del governo bolivariano del Paese, dimenticandosi forse che in Italia il populismo, quello vero, lo conosciamo da oltre vent’anni. La differenza semmai è che Chàvez interpreta il populismo “buono”, quello popolare, quello che arreca ai poveri, che in Venezuela sono la maggioranza, vantaggi e miglioramenti nella vita dei tutti in giorni. In Italia semmai abbiamo conosciuto il populismo arrogante, quello bovino e ovattato da sempre a favore dei poteri forti, che più che lavorare “per” il bene del popolo, lavora per il bene di una sua parte, convincendo il resto del contrario. Non che la figura di Chàvez sia aliena da ombre, infatti qui non si sta proponendo un elogio acritico a qualcuno, ma solo segnalando un vulnus nella qualità dell’informazione.

Stando così le cose, come stupirsi che persino qualche campione della sinistra cosiddetta moderata italiana storca il naso di fronte alla vittoria di Chàvez? La Guerra Fredda, in realtà, non è mai finita, ha solo cambiato forme e bersagli ma è sopravvissuta, adattandosi ai tempi. I nemici dell’Occidente oggi si chiamano Putin, Assad, Gheddafi, Chàvez, Fidel Castro, e il mainstream lavora ogni giorno, ogni ora, per destabilizzare, ingannare, intorbidire le acque, al fine di danneggiarli. Cosa pensa di loro il loro popolo? Inutile scoprire la verità, bisogna dire che il loro popolo sta male, e quello e solo quel messaggio sarà quello che riuscirà a passare dalle maglie della censura. Così, come diceva Malcolm X, gli sfruttati diventano sfruttatori, i carnefici diventano vittime, un gioco grottesco ma spietato nella sua semplicità. Così Yoani Sanchèz occupa le prime pagine de “La Repubblica” perchè arrestata per trenta ore per un reato che le sarebbe costata l’arresto in tutto il mondo conosciuto, mentre si considera “democrazia” un Paese come l’Italia dove la polizia manganella gli studenti 15enni, dove il 30% dei giovani non ha un lavoro, e dove in Parlamento siedono indagati e prescritti. Giudicare gli altri dall’alto di uno scranno di superiorità del resto, è un vizio che l’Occidente ha sempre avuto, un vizio che come al solito negli Stati Uniti è andato peggiorando, raggiungendo il parossismo. Il giudizio poi si sovrappone alla realtà, e il gioco è fatto. La Repubblica, il Corriere della Sera, lo stesso Fatto Quotidiano, accettano o sono chiamati ad accettare la visione del mondo della Nato, e quindi sono obbligati a mutuarne in toto la scala di valori.Per questo motivo sulle loro pagine se un dittatore africano alleato della Nato ucciderà dei bambini non lo leggerete, se in Arabia Saudita una donna verrà lapidata non lo leggerete, ma se Chàvez o Raul Castro oseranno arrestare un dissidente applicando la legge dei loro rispettivi paesi sovrani, ecco aprirsi la campagna stampa. E in questo, badate bene, non esiste differenza, almeno a casa nostra, tra Il Fatto Quotidiano e Il Giornale…

Basta poi trovare qualcuno come Roberto Saviano da scatenare a favore di un generico appello per i diritti civili che il gioco è bello e che fatto. Funziona così: Saviano è riconosciuto da tutti come un autorità nell’antimafia. La mafia è argomento delicato quindi, anche giustamente, chi combatte la mafia ottiene quasi automaticamente l’alone del rispetto e della saggezza.  A quel punto quindi perchè non utilizzare Saviano anche per lanciare bombe di profondità a destra e sinistra per incanalare l’italico pensiero anche riguardo alla politica estera? Basta mettere Saviano che appoggia Yoani Sanchez in prima pagina et voilà, il gioco è fatto.

Ma torniamo al nostro Venezuela, prepotentemente d’attualità dato che Chàvez, vincendo per la quarta volta consecutiva elezioni considerate completamente democratiche e regolari dallo stesso Jimmy Carter. Questo non basta a convincere i media americani, che hanno invece deciso in modo incontrovertibile che socialismo equivale al diavolo. Che la Guerra Fredda non sia ancora finita lo si può facilmente constatare semplicemente leggendo diversi giornali stranieri. Il Billingham Herald, ad esempio, arriva a sostenere che vi erano timori che se avesse perso Chàvez avrebbe scatenato una guerra civile. Si arriva qui al rovesciamento della realtà, una delle specialità del mainstream. Chàvez ha subito un golpe militare all’inizio del XXI secolo proprio da parte della destra che non ha accettato il responso elettorale favorevole al presidente bolivariano, quindi accusare proprio lui di voler scatenare una guerra civile sembra, quantomeno, fuori luogo. Ma andiamo avanti…diversi giornali britannici e americani parlano del programma politico ed economico di Chàvez con una punta di ironia e disprezzo, come se fosse fallimentare per antonomasia. Anche loro però non ce la fanno a non ammettere che Chàvez, utilizzando i proventi del petrolio dal 1999, è diventato “amato dai poveri”. La stampa britannica lo dice con un certo paternalismo che sfocia quasi nell’arroganza, ma non si accorge di riportare, tra le righe, un altro punto di vista. Sempre il “Billingham Post” infatti sostiene: “Chavez, 58 anni, ha preso il potere dal 1999 e ha utilizzato i proventi del petrolio per promuovere riforme socialiste e programmi di welfare che lo hanno reso un eroe per i poveri. Ha detto che vorrebbe usare gli altri sei anni del mandato per portare avanti il suo Socialismo del XXI Secolo, costruire più case popolari, porre fine alla disoccupazione e costruire altre dieci università pubbliche“. Io sinceramente approvo tutte queste cose proposte e fatte da Chàvez, mentre dalla penna del giornalista si intravede un certo fastidio. Loro con i proventi del petrolio ci farebbero ben altro, perchè sprecarli per costosi programmi di welfare? Del resto, permettetemi una provocazione, i poveri per il capitalismo sono un peso, sono una massa amorfa da manovrare a proprio piacimento per tenere in piedi la struttura che invece garantisce ricchezze per una ristretta minoranza. Per questo, viene da pensare, Chàvez e il suo esperimento devono fallire, e se non falliscono bisogna raccontare che sono fallimentari, e poi magari mettere in moto dinamiche tese a farlo fallire. Ne va la credibilità del capitalismo, ne va la credibilità di decine di soloni che passano la loro vita a dirti che non c’è alternativa al neoliberismo, alla privatizzazione, alla liberalizzazione. Un’alternativa invece si può costruire, ne erano certi Fidel Castro e Ernesto Che Guevara nella Sierra Maestra nel 1959, ne è certo oggi Hugo Chàvez nel 2012, quando ormai l’Occidente sembrava aver vinto anche la storia per poi finire vittima delle sue stesse contraddizioni.

Stia tranquillo Omero Ciai, a noi la “statalizzazione ipertrofica” non spaventa. Semmai ci spaventa chi giudica i pesi ancora nell’ottica distorta della Guerra Fredda, confondendo il lavoro del giornalista con quello del politico. Non riusciranno a convincerci che aiutare i poveri e costruire un Paese che da dignità, istruzione, e sanità gratuita a tutti, è peggio di un sistema che sulla carta distribuisce libertà a tutti, ma che nella pratica abbandona ciascun individuo al proprio destino. Non riusciranno a farci credere che tagliare il welfare e i diritti dei lavoratori è il prezzo che dobbiamo pagare per uscire da una crisi che sembra essere stata scatenata proprio per ricacciare indietro le conquiste che, diciamolo apertamente, sono figlie delle lotte operaie, delle migliaia di patrioti uccisi in tutto il mondo per il diritto al lavoro, alla salute, alla terra. Pensano davvero coloro che prendono per oro colato tutto ciò che esce  dal mainstream di vivere in un mondo libero?

D. C.

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