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venerdì , 28 luglio 2017
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E poi arrivò l’Otto settembre

L’8 settembre 1943 è una data storica per il nostro Paese, una data gravida di significati che merita di essere ricordata ancora oggi. Quella data rappresentò la fine del fascismo in Italia e l’inizio della rinascita che avrebbe portato alla Liberazione. Sancì l’inizio di un percorso di riscatto che avrebbe poi permesso al nostro Paese di riacquistare la legittimità internazionale e non, mettendo a nudo le bugie del fascismo.

Quando l’8 settembre 1943 gli apparecchi radiofonici trasmisero il messaggio vocale del Capo del Governo italiano, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, gli italiani cominciavano già ad averne abbastanza della guerra.  La follia del fascismo infatti aveva portato la guerra direttamente su territorio italiano, e le bombe alleate falciavano una popolazione già duramente provata dalla sforzo bellico e dall’incapacità del regime fascista di farvi fronte. Il malumore serpeggiava e il malcontento nei confronti del fascismo raggiunse il parossismo, così quando gli italiani udirono con le proprie orecchie che entrava in vigore l’armistizio di Cassibile firmato con gli anglo-americani il 3 settembre, in molti reagirono ingenuamente, pensando che fosse finalmente arrivata tanto agognata fine della guerra. A Roma migliaia di persone scesero in piazza distruggendo i segni esteriori di un regime ormai in decadenza, e ovunque in Italia i fascisti che l’avevano fin a quel momento fatta da padrone dovettero nascondersi, per evitare la furia popolare. La fuga vergognosa da Roma di Badoglio assieme al Re Vittorio Emanuele III poi, disvelò in modo chiaro la meschinità dei vertici militari e politici del paese, lasciando così l’intera Italia senza una guida. Fu in questo momento drammatico nel quale i soldati vennero letteralmente lasciati in pasto ai tedeschi, che si accese la fiammella della Resistenza, dapprima tenue e sottile, poi sempre più intensa, riscaldata dagli animi dei soldati che decisero di unirsi ai primi partigiani che dalle città risalivano le strade carrozzabili verso le montagne. Furono oltre 600.000 i soldati italiani che vennero catturati dall’esercito nazista, quasi tutti detenuti e destinati a diversi Lager in Germania con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani). Molti di loro, più del 90%, non accettarono di vestire l’uniforme della repubblichetta di Salò, quella che invece fu indossata da quei fanatici che non volevano saperne di ammainare le bandiere insanguinate del fascismo. Così, grazie anche al loro silente sacrificio, ben presto la Repubblica di Salò si sarebbe trovata senza nessuno che volesse impugnare le armi contro i partigiani, segnando così la sua disfatta. Ed è proprio così che noi del Tribuno vogliamo ricordare l’8 settembre, come una data di rinascita di un Paese che solo quando viene messo con le spalle al muro è in grado realmente di reagire tirando fuori le sue risorse  più brillanti.  A distanza di decenni comunque, lo schiaffo che il Re con la sua fuga diede agli italiani fa ancora male e si erge a imperituro monumento all’incapacità della monarchia italiana di servire il proprio popolo. A futura memoria.

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