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martedì , 23 maggio 2017
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Ecco chi specula sui generi alimentari

Da luglio i generi alimentari hanno registrato un aumento globale di oltre il 10% dopo tre mesi di relativa calma. Oggi le cose non vanno meglio, e la colpa sarebbe degli speculatori e non, come si sostiene, di siccità e clima.

Uno dei motivi che ha contribuito a scatenare la Primavera Araba in Tunisia è stato, insieme agli altri, quello della crisi alimentare, intesa come un’aumento sproporzionato e incontrollabile dei prezzi dei generi alimentari. L’allarme si è riproposto quest’estate, a luglio, quando i generi alimentari hanno registrato un aumento globale del 10%. Secondo la  FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), inoltre, i prezzi dei generi alimentari sono tornati a salire, questa volta dell’1,4%, e potrebbero continuare a farlo, creando scenari davvero poco promettenti. Si stima che tra il 10 e il 15% della spesa media di una famiglia di un paese sviluppato venga destinata all’acquisto di cibi. Questa percentuale s’impenna fino al 50-90% tra i settori più poveri dei paesi in via di sviluppo.Cosa accadrà quando la percentuale delle famiglie dei paesi sviluppati salirà sopra il 30% ?

L’International Food Policy Research Institute (IFPRI) ha pubblicato ieri il suo nuovo Global Hunger Index (GHI). A livello mondiale, si colloca al primo posto il Burundi, seguito da Eritrea, Haiti, Etiopia e Chad. Secondo la FAO però non ci sarebbero problemi di domanda e offerta legati fattori climatici come la siccità o all’aumento della domanda, quindi l’aumento incondizionato dei prezzi sarebbe legato unicamente agli speculatori.  Si calcola che oggi l’investimento finanziario-speculativo controlla oltre il 60% dei mercati alimentari. Il 12% nel 1996. Gli speculatori quindi sarebbero in grado di determinare il prezzo dei generi alimentari, con conseguenze potenzialmente devastanti. Per contrastare questo fenomeno, a fine settembre la Commissione del Parlamento europeo per gli affari economici e monetari ha votato a favore di una regolamentazione dei mercati finanziari dei derivati di energia e alimenti. Il progetto, che sarà esaminato in una riunione della Commissione europea a novembre, esiste da tempo negli Stati Uniti.

Quello della speculazione è un problema vero e proprio, basti pensare a quanto successo con il cacao nel 201o. Il 17 luglio di quell’anno un fondo di investimenti ad alto rischio, Armajaro, basato a Londra, aveva acquistato oltre 240.000 tonnellate di cacao (il 7% della produzione globale annuale). Dal 1997 il cacao non toccava prezzi tanto alti, e tutto ciò in un solo giorno di acquisizione massiva di un potente attore finanziario.L’asse di tali speculazioni è il cosiddetto mercato dei futures, contratti a termine standardizzati per poter essere facilmente negoziati in Borsa. Si tratta di un mercato nato negli Stati Uniti nel secolo XIX per aiutare gli agricoltori a neutralizzare le fluttuazioni dei prezzi delle colture. Negli anni Ottanta e Novanta la questione si è criticizzata e sono sorti alcuni contratti complessi chiamati “derivati” che di fatto hanno aperto la strada a una speculazione illimitata.  Come i futures, sono contratti che possono essere acquistati o venduti senza disporre del prodotto. Grazie all’immediatezza di internet, la loro compravendita ha assunto una sua propria dinamica, per certi versi non più controllabile.S e ad esempio oggi il prezzo di una tonnellata di mais è di 100 dollari, ma il doppio in un contratto futures con scadenza a tre mesi, la tentazione di rinviare la vendita, attendendo una migliore rendita, influenza negativamente l’offerta presente e il prezzo del prodotto.

Visto e considerato che sul finire del 2010 almeno 44 milioni di persone sono cadute in povertà proprio a causa di queste speculazioni, il rischio di nuove ondate è serio ancor più che la crescita economica globale ha subito un brusco rallentamento mettendo a rischio crisi alimentare almeno altri 130 milioni di persone che vivono con un reddito giornaliero di 1,25 dollari.

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