Economia-rewind. Nuovo crack in Argentina, si torna agli anni '80?Tribuno del Popolo
giovedì , 23 marzo 2017
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Economia-rewind. Nuovo crack in Argentina, si torna agli anni ’80?

Dietro le nuove difficoltà che scuotono l’Argentina, i grandi movimenti di capitali che cominciano a fiutare un nuovo corso della lunga depressione post-2008. Se negli USA sembra consolidarsi la ripresa, le preoccupazioni ora sono per Sud America, Africa e Sud-est Asiatico. E l’Europa?

Fonte: Oltremedianews

 Cosa c’entrano la nuova – ennesima - crisi economica argentina e la rivoluzione monetarista degli anni ’80? Apparentemente nulla. Mentre l’America e l’Europa a cavallo tra ’78 e ’83 assaggiavano un antipasto delle politiche di austerity che oggi ne deprimono la crescita politica e non solo, l’Argentina usciva da una vigorosa crescita ventennale ed entrava, assieme a tante altre nazioni del sud del mondo, nel dramma della dittatura militare. Guardando più a fondo, però, c’è più di un segnale che presenta evidenti analogie col passato e che pone seri dubbi sulla tenuta dei paesi emergenti e dei cosiddetti BRICS che dal 2008 ad oggi hanno trainato l’economia mondiale.

A richiamare foschi presagi su momenti bui del recente passato ci ha pensato la presidente argentina Cristina Kirchner che, riapparsa in pubblico dopo mesi di malattia per annunciare un piano straordinario di sostegno ai giovani più poveri che nel paese tornano a moltiplicarsi, si è lasciata sfuggire mestamente queste parole: “Uno Stato da solo non ce la può fare. Nessun governo ce la può fare da solo e neanche un presidente” .
E’ apparsa stanca e sfiduciata la Kirchner, e questo è più di un campanello di allarme per quanti proprio dall’Argentina si attendendo rassicurazioni sulla nuova crisi economica che lì ha ricominciato a mordere. Tornano ad addensarsi nubi nere, anzi nerissime, per il Paese sudamericano, e questa volta nemmeno l’amata presidentessa, disposta a litigare col FMI pur di non ammettere le palesi difficoltà sorte nuovamente sul cammino dell’Argentina, ha potuto nascondere la preoccupazione.

Sono passati soli 13 anni dall’ultimo tremendo default e come una maledizione che il paese non riesce a scrollarsi di dosso ecco che i più importanti valori macroeconomici tornano a ballare pericolosamente; dalla bilancia commerciale allacrescita economica che comincia a rallentare, passando per il debito pubblico che torna a crescere, sino ad arrivare al problema più grosso: l’inflazione. I dati ufficiali del governo la danno 10,6%, ma agenzie private parlano di tassi stellari del25%-30% senza contare chi spara al 40%. Non un problema da poco se si pensa che l’iper-inflazione è capace di mangiarsi l’intera crescita, di falsare gli scambi. Stipendi che vanno ritoccati una volta l’anno, prezzi che crescono una volta al mese, povertà che risale pericolosamente, quindi i primi forti scambi sul ‘peso’. La svalutazione è infatti dietro l’angolo e nessuno vuole veder ridotti i propri risparmi, ciò spinge gli argentini a preferire qualsiasi riserva di valore in sostituzione della moneta:la corsa all’oro e al dollaro è appena cominciata. E poi c’è la variabile impazzita della speculazione: riuscirà la traballante moneta argentina a reggere il fardello del panico più o meno giustificato?  La domanda è la stessa che in molti si sono posti sull’Euro, ma la risposta potrebbe essere diversa; sì, perché se è vero che l’economia reale conserva ancora buone performance in tema di occupazione, il vero problema dell’Argentina oggi sembra essere soprattutto la fiducia.

Fiducia nei propri mezzi, fiducia in una classe politica che da 40 anni non azzecca più una politica economica, fiducia del mondo e dei mercati in un futuro radioso per un paese che solo 100 anni fa era la 5 potenza economica globale.
Oggi nessuno crede nell’Argentina. A cominciare dai suoi stessi giovani, cresciuti affamati dalla terribile crisi del 2001 e che il mese scorso hanno dato vita a saccheggi nelle città dell’entroterra; passando per le nazioni estere ed i mercati internazionali dai quali l’Argentina è rimasta esclusa nell’ultimo decennio post-default. E questo la Kirchner lo sa. Lei che nei mesi scorsi ha provato a fermare la corsa al dollaro fissando un tasso fisso di cambio; lei che nel sogno di un’america latina libera dalle multinazionali aveva nazionalizzato le società di gestione delle enormi risorse energetiche di cui il Paese dispone. Amatissima dai suoi elettori, la Kirchner è fortemente criticata dall’opposizione tra le cui fila i maligni parlano di un incremento della spesa pubblica dettato da fini elettorali. Sarà, fatto sta che oggi i risultati danno torto alla presidentessa: tra tante buone idee ed altrettante scelleratezze di stampo populista, i provvedimenti economici messi in campo negli ultimi anni sembra abbiano fatto scappare i capitali stranieri, aumentare un debito pubblico che il paese non può sostenere con l’accesso al credito dal quale è escluso, soprattutto ha alimentato il mercato nero della valuta dove oggi gli Argentini sembra siano disposti a pagare il 50% in più per avere un po’ di dollari, ritenuti più sicuri.

Abbandonato dai suoi cittadini, isolato dal contesto internazionale che lo ritiene un cattivo creditore, obbligato a rimanere sempre in attivo a causa della chiusura dei rubinetti del credito internazionale, così si riduce un Paese sulla via del nuovo tracollo, il settimo della sua storia. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla sostenibilità della politica del pareggio di bilancio, basta guardare cosa accade oggi in Argentina e Grecia. Da un capo all’altro del mondo, anche la Cina e l’India si trovano ad affrontare criticità. Problemi diversissimi, s’intende, che non fanno altro che confermare la non complementarietà delle economie dei BRICS e delle relative ricette economiche; tanto differenti quanto allarmanti però, se è vero che in Cinasembra scricchiolare il possente sistema creditizio della futura prima economia globale mentre il Pil continua a rallentare attestandosi sotto il +7%, con l’India e la Turchia che seguono a ruota nel segno delle contraddizioni interne e dell’instabilità politica.

Quanto basta per mettere in guardia i mercati: ieri un primo lunedì nero, per oggi si attende la replica. Il fatto è che dopo anni in cui l’economia mondiale è stata trainata dai paesi in via di sviluppo, molti nodi che rappresentano i problemi interni di tali contraddittorie realtà stanno venendo al pettine ed lo spauracchio si chiama l’incertezza economica ma soprattutto politica con il rischio, in diversi casi, di una escalation di violenze. Il congiunturale rallentamento delle economie di questi paesi, dopo anni di poderosa crescita economica non sempre equilibrata, può essere sostenuto solo con una buona tenuta del sistema politico. L’instabilità e le disuguaglianze invece possono spingere i governi ad indebitarsi per mantenere la crescita alta.

E proprio qui sta la similitudine con gli anni ’80. Allora come oggi il mondo usciva da una profonda depressione economica, ieri causata dallo shock petrolifero degli anni ’70, oggi dal più grande crack finanziario dopo il ’29. Allora come oggi l’occidente si interrogava sulla propria grave crisi di sistema, stretto nella morsa tra le esigenze politiche interne e la competizione estera. Per determinare la definitiva analogia con il passato, oltre alla maggiore incisività della depressione post-2008, un solo elemento rimane come variabile; questo fattore si chiama Stati Uniti d’America. Se infatti oggi come ieri i timidi segnali di ripresa riportassero l’economia USA a correre, sarebbe legittimo attendersi nel giro di qualche anno unaumento dei tassi d’interesse cui alla fine potrebbe allinearsi l’Europa. Investire in America diverrebbe improvvisamente più sicuro e più redditizio.
L’effetto anni ’80 è dietro l’angolo: all’epoca lo shock monetarista produsse un abbattimento dell’inflazione con un aumento vertiginoso dei tassi d’interesse. Il costo mondiale di accesso al credito divenne sempre più alto in quanto per convincere gli investitori ad impiegare i propri soldi in paesi come l’Argentina piuttosto che gli USA costrinse i primi ad aumentare i propri rendimenti. Risultato: le nazioni in via di sviluppo e quelle con alto debito si ritrovarono con un fardello troppo pesante da sopportare e, quando andò bene furono commissariate dalla Banca Mondiale e dal FMI delle cui ricette economiche suicide patiscono ancora in molti, quando andò male sventrate da colpi di stato nell’ottica del risiko mondiale delle forze imperialiste americane e sovietiche. E’ così che è nato il terzo mondo.

Ebbene oggi la storia potrebbe ripetersi. Non senza le molteplici complessità dovute alla differenza del contesto mondiale attuale rispetto a quello di fine anni ’70 e alla pluralità delle variabili in campo. Il capitalismo però è un sistema e come ogni sistema presenta, oltre alle tante variabili viste, anche alcune costanti. Ancora oggi la costante è rappresentata dai paesi in via di sviluppo e da qualche pesce grosso da dare in pasto alla speculazione. Dopo aver investito massicciamente sui BRICS, i capitali mondiali potrebbero infatti tornare ad invertire il proprio flusso scommettendo sulla ripresa dell’America, ed i primi segnali sono già evidenziati dai vigorosi tentativi di stretta monetaria posti in essere da Argentina, Turchia ed India ed apparentemente andati a vuoto. Se la configurazione dovesse ripetersi, per il sud del mondo si aprirebbe un nuovo periodo di forti tensioni in futuro sempre più caratterizzate dall’insinuarsi di interessi geopolitici di stampo imperialista, nell’ottica di una continua ricerca di un equilibrio fra superpotenze quali USA e Cina.

E l’Europa? Nel 1983 fu recessione, poi a cavallo tra anni ’80 e ’90 l’Italia si trovò presto sotto attacco. Tuttavia a far le spese delle scelte americane, oltre ai paesi del terzo mondo, fu soprattutto l’intero blocco sovietico che, affossato dal proprio debito e dai problemi interni, rivelò l’efficacia anzitutto strategica dei provvedimenti adottati da Reagan in chiave anti-comunista. Oggi il contesto europeo è ben differente ma se non si rivedranno le politiche economiche e se crescita ed occupazione non torneranno soddisfacenti i prossimi a trovarsi in difficoltà potremmo essere proprio noi. Su questo binario corre la sfida del vecchio continente: armonizzare le economie della comunità verso l’alto, per uno sviluppo sostenibile e senza squilibri, ma soprattutto proporsi come soggetto unitario sullo scacchiere internazionale per evitare che si commettano gli errori del passato. Altrimenti l’Europa potrebbe rimanere in un limbo che ne accompagnerebbe il lento ma inesorabile declino.

Trotta Michele

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