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lunedì , 22 maggio 2017
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Ecuador: un esempio per l’America Latina

Una delegazione del Parlamento Europeo si è recata recentemente in Ecuador. Gli obiettivi: approfondire la conoscenza della realtà politica, economica e sociale ecuadoriana e discutere gli aspetti della relazione tra questo paese della cordigliera andina e l’Unione Europea. [www.Marx21.it]


Il coraggioso rifiuto da parte dell‘Ecuador, nel 2009, di un accordo di libero commercio con l’UE ha scosso gli interessi economici e finanziari che sono abituati a beneficiare della liberalizzazione del commercio e anche i loro rappresentanti politici. Questo è stato uno dei temi caratterizzanti la visita. Ma l’agenda della delegazione, che includeva riunioni con diversi membri del governo ecuadoriano e con lo stesso presidente Rafael Correa, non si è limitata alle questioni commerciali.E’ stata un’eccellente opportunità per osservare più da vicino le profonde trasformazioni in corso in Ecuador, uno dei più piccoli paesi dell’America del Sud, con 14,5 milioni di abitanti. A prima vista, poco ci avvicina a questo paese, che si estende dalla costa del Pacifico alla foresta amazzonica, passando per i crinali della cordigliera a più di seimila metri di altitudine, senza dimenticare le famose isole Galapagos. Tuttavia, è difficile guardare alla storia recente dell’Ecuador senza scorgervi forti paralleli con la realtà oggi vissuta da paesi come il Portogallo. Le strade seguite, qui e in America Latina, vanno nel senso opposto: il che, di per sé rende più interessante e utile questo sguardo.Fino alla metà dello scorso decennio, la realtà ecuadoriana era segnata da politiche che noi conosciamo molto bene. A somiglianza di ciò che è successo in tanti altri paesi latinoamericani, gli epigoni del neoliberalismo hanno messo in pratica, per anni, le teorie dello “Stato minimo”: programmi di aggiustamento tagliati a misura del FMI; privatizzazioni di risorse e settori chiave dell’economia; liberalizzazione di numerose sfere della vita sociale (salute, insegnamento, ecc.). Le conseguenze: disuguaglianze sociali estreme, povertà, disoccupazione; un’economia dipendente e periferica; un colossale debito estero, auto-incentivato da un asfissiante servizio del debito.Nel 2006, si verifica una rottura profonda di questo percorso. Correa, da poco eletto, dichiara la sospensione del pagamento del debito e un’immediata rinegoziazione. “La vita prima del debito”, ammonisce il presidente. E’ stato l’inizio di un processo che ha portato all’elaborazione e all’approvazione della nuova Costituzione del paese, di matrice progressista ed ecologista, e a una democratizzazione e riconfigurazione profonda dello Stato, con il rafforzamento del suo ruolo: nella pianificazione, nella produzione, nella regolazione e nella distribuzione della ricchezza. Sono stati rinegoziati i contratti con privati (comprese molte multinazionali), che erano lesivi degli interessi dello Stato; gli investimenti pubblici nella percentuale del PIL nazionale sono più che raddoppiati; si è scommesso sulla produzione nazionale e sulla sostituzione progressiva delle importazioni; sono stati difesi i settori economici più deboli, rifiutando gli accordi di libero commercio con gli USA e l’UE; si è aumentata sostanzialmente la parte della rendita nazionale destinata a remunerare il lavoro, con l’elevamento significativo dei salari più bassi; si è allargata la copertura dei sistemi della sanità, della scuola e della sicurezza sociale. Il tutto inquadrato in un piano di sviluppo del paese, lucidamente chiamato “Piano Nazionale per il Ben Vivere”. Il bilancio di cinque anni di applicazione di questo piano non lascia margine a dubbi. L’Ecuador ha presentato nel 2011 il terzo maggior tasso di crescita economica dell’America Latina – l’otto per cento (circa il doppio della media della regione); il tasso di povertà è caduto di dieci punti percentuali e sono diminuite le disuguaglianze sociali; la disoccupazione ha raggiunto il livello più basso di sempre (cinque per cento); il paese ha conquistato sei posizioni nell’Indice di Sviluppo Umano dell’ONU, davanti a paesi come il Brasile.In cinque anni, il debito estero ecuadoriano è passato da più del 100 per cento del PIL a circa il 20 per cento e il peso del servizio del debito, che prima rappresentava quasi un quarto del bilancio annuale dello Stato, oggi non va oltre il sette per cento.Correa afferma che l’Ecuador, più che un’epoca di cambiamenti, sta vivendo un “cambiamento di epoca”. L’epoca delle “trappole istituzionali” che garantivano la persistenza delle politiche indipendentemente dai loro protagonisti, attraverso cui il FMI rivedeva i conti e definiva le politiche, è dietro le spalle. Oggi, “se qualche burocrate del FMI atterra in Ecuador, torna subito indietro sullo stesso aereo. Non lo vogliamo qui!”, ha affermato il presidente nella riunione con i parlamentari europei.

Joao Ferreira, tratto da www.Marx21.it

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