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mercoledì , 29 marzo 2017
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Egitto. La guerra civile è a un passo

Continuano gli scontri dei manifestanti contro la polizia in Piazza Tahrir, mentre Port Said, altra città simbolo degli scontri, continua a chiedere giustizia per i morti nella strage dello stadio del 2013. IL governo dei Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi traballa, e in molti temono che presto lo Stato collasserà, facendo precipitare il Paese in una guerra civile. 

EGYPT-POLITICS-PROTEST

L’Egitto è un paese profondamente diviso, un Paese all’interno del quale convivono laici ed estremisti religiosi, ultras e salafiti, e dove ogni giorno giungono notizie di nuovi scontri con la polizia in diverse località. A piazza Tahrir, il simbolo della Primavera Araba che due anni fa sancì la fine del regime di Hosni Mubarak, non passa giorno senza che gruppi di ragazzi non si scontrino con gli agenti di polizia, sempre al solito posto, tra l’Hotel Semiramis e il ponte Qasr el-Nil. In quel piccolo pezzetto di città, al Cairo, si trova il ministero dell’Interno, e a difesa del palazzo ci sono ogni giorno centinaia di poliziotti che devono difendere le istituzioni dall’avanzata dei manifestanti.  Non ci sono più le folle oceaniche che riempivano la piazza facendo tremare il regime e facendo girare foto in tutto il mondo, ora ci sono disoccupati di ogni età che, ogni giorno, vanno a scontrarsi con la polizia. Come riporta Limesagli scontri è ormai molto ma molto facile trovare dei bambini, figli di attivisti che magari campeggiano di giorno in piazza Tahrir. Quello che è importante è che in Egitto l’economia non è ripartita, i disoccupati sono decine e decine di migliaia e il governo è assolutamente incapace di garantire la sicurezza per le strade e di garantire un minimo di crescita economica. In questo contesto drammatico, le crepe sociali sottostanti si vanno approfondendo giorno dopo giorno, rischiando di trascinare il Paese in una nuova ondata di rabbia. L’Egitto è un Paese diviso anche lungo le linee di faglia delle generazioni, con i vecchi che sono conservatori e religiosi e i giovani, soprattutto nelle grandi città, che sono invece laici, secolaristi e rivoluzionari. Nelle università infatti, la Fratellanza musulmana è uscita sconfitta nell’elezione dei rappresentanti studenteschi, briciole, ma pur sempre un segnale importante.

La legge egiziana però prevede, codice penale egiziano alla mano, che qualsiasi privato cittadino possa arrestare coloro che vengono colti in attività illecite o sovversive. Recentemente il ministero della Giustizia ha stabilito che i privati cittadini potranno applicare questa legge, e questo potrebbe ben presto portare alla formazione di milizie paramilitari cittadine e di quartiere. Il rischio concreto è che questo possa essere un ulteriore passo verso la guerra civile e l’anarchia, visto e considerato che l’esercito non vede di buon occhio questa legge e potrebbe reagire di conseguenza. Sullo sfondo c’è ancora la strage di Port Said, la terribile strage dove trovarono la morte 72 persone a causa delle negligenze della polizia e della furia degli ultras. Secondo molti quella strage sarebbe stata la prova provata delle ingerenze dei poteri forti nella società egiziana, si sarebbe trattato sostanzialmente di un piano congegnato dall’alto per far piombare il Paese nel caos. In molti sospettano che gli ultras dell’ Al Alhy possano ora schierarsi con la Rivoluzione, andando in piazza a scontrarsi con la polizia, cosa peraltro già successa dopo le deludenti sentenze emesse sulla strage di Port Said.

In questa situazione drammatica in molti avanzano il dubbio che sia l’esercito, ancora una volta, a muovere i fili. Mentre l’odio verso la polizia e l’odio reciproco tra laici e religiosi monta, l’unico organo che sembra godere di crescente consenso è proprio l’esercito, in quanto viene percepito come l’unico vero garante della sicurezza. Per questo in molti temono che sia proprio l’esercito a manovrare dall’alto in attesa di creare le condizioni per un colpo di Stato. In tutto questo Morsi sembra incapace di dare respiro all’economia egiziana, e ovunque nel Paese aumentano gli scioperi, tanto che se si votasse di nuovo oggi, non sono molti quelli che scommetterebbero di nuovo nella vittoria dei Fratelli Musulmani. Insomma l’Egitto sembra un Paese sull’orlo del collasso, dove diversi attori si muovono nell’ombra per cambiare gli equilibri delle forze, e dove potrebbe bastare una scintilla per trascinare l’intero paese in una furiosa guerra civile da tutti contro tutti.

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