Egitto. Rischio di scenario alla "siriana"Tribuno del Popolo
giovedì , 14 dicembre 2017
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Egitto. Rischio di scenario alla “siriana”

Egitto nel caos dopo la strage delle scorse ore dove hanno trovato la morte oltre 600 persone. Oggi nel “venerdì della rabbia” migliaia di Fratelli Musulmani sfidano nuovamente il governo dei militari. Per l’Egitto si configura sempre più uno scenario “alla siriana”.

Photo Credit  (AFP Photo)

Quando l’11 febbraio 2011 il “Raìs” Hosni Mubarak venne scaricato dall’esercito e dal suo popolo si pensava che potesse finalmente cominciare un nuovo periodo di democratizzazione per l’Egitto. E invece a tre anni di distanza da quel giorno si vede solo una lunga striscia di sangue che porta oggi all’emergere di quella che sembra una vera e propria guerra civile. Una guerra civile che ricalca per certi versi gli schieramenti che siamo ormai abituati a conoscere in Siria, laici ed esercito da una parte e islamisti moderati e radicali dall’altra, possibilmente con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Occidente. Così quando l’esercito qualche settimana fa ha deposto Mohammed Morsi e i Fratelli Musulmani dal potere, in molti si erano illusi che finalmente l’Egitto potesse raggiungere un periodo di pace e calma, anche se solo momentanea. L’Egitto però è diviso in due, la parte laica, giovane, progressista di stampo nasseriano da un lato, e i Fratelli Musulmani decisi ad andare fino in fondo per rimettere Morsi al potere e costringere quelli che chiamano “golpisti” a fare un passo indietro.

Una guerra civile-  Ma ormai non è possibile tornare indietro dopo quello che è successo nelle scorse ore, con oltre seicento morti e tremila feriti. Non è possibile tornare indietro dopo che le opposte fazioni hanno deciso di andare avanti fino in fondo. I Fratelli Musulmani del resto sapevano perfettamente che prima o dopo l’esercito sarebbe entrato in azione sgomberando piazze e barricate, nonostante questo i leader hanno giocato con la benzina sul fuoco, manovrando come marionette le migliaia di egiziani che sicuramente in buonafede sono scesi in piazza. Si sapeva che sarebbe stato un massacro, lo sapevano tutti, anche e soprattutto i leader dei Fratelli Musulmani, oggi accusati di aver voluto strumentalizzare il sangue dei martiri per sovvertire il governo dei militari. “I Fratelli musulmani usano l’Islam per arrivare al potere, anche a costo di spargere sangue“: è il duro j’accuse lanciato dall’imam della moschea Omar Makram che campeggia in piazza Tahrir, simbolo della rivolta anti-Mubarak e anti-Morsi. Dall’altro lato l’esercito e la polizia parlano di vera e propria guerriglia urbana  da parte dei Fratelli Musulmani, che avrebbero ucciso decine di poliziotti appartenenti alle forze di sicurezza in altre località dell’Egitto e dato alle fiamme diverse chiese copte. Una guerra civile non più minacciata, ma guerreggiata, con bande che hanno già cominciato a sparare contro l’esercito e la polizia. Ed ecco che in Sinai emerge il pericolo dei jihadisti radicali, una minaccia alla gola dell’Egitto che ora rischia di sprofondare in un caos molto, troppo simile allo scenario siriano. I Fratelli Musulmani inoltre non intendono mediare in alcun modo, vogliono solo e unicamente la liberazione di Morsi e il passo indietro dell’esercito, una posizione radicale e inconciliabile che rischia di infiammare ulteriormente la situazione. Come se non bastasse sono sempre di più i militanti dei Fratelli Musulmani muniti di pistole e fucili ripresi dalle telecamere degli elicotteri mentre sparano sugli agenti protetti dalla folla. D’altro canto il governo di Al Sisi ha annunciato il coprifuoco e ha autorizzato i poliziotti a sparare per difendere i luoghi del potere, e infatti nel pomeriggio si registravano già altri quattro morti a Ismailia.

Obama cala la maschera- Ed ecco il nodo gordiano della questione, il rapporto dell’Egitto con gli Stati Uniti. Da sempre gli Usa dopo la morte di Nasser si sono schierati accanto al governo di Il Cairo, e dopo la Primavera Araba la Casa Bianca aveva puntato senza tentennamenti sui Fratelli Musulmani, e poco importa che Morsi e i suoi sodali volessero far tornare indietro l’Egitto di un secolo, annullando libertà individuali e civili date ormai per assodate. Paradossale che Obama, il difensore dei diritti umani per antonomasia, si facesse amici simili, ma tant’è. All’indomani della strage di mercoledì sera infatti, proprio la Casa Bianca ha espresso preoccupazione, allo stesso modo con cui si è schierata in Siria contro il governo di Damasco e a favore di bande di islamici radicali che si sarebbero poi macchiate di crimini inenarrabili. E così dopo che Obama ha minacciato di interrompere ogni partnership militare con il Cario, viene da pensare che l’esercito egiziano abbia voltato le spalle alla Casa Bianca, perdendo così l’appoggio internazionale della potente macchina dei media. Così i Tamarod, che ai primi di luglio ci venivano proposti come dei giovani partigiani e progressisti, oggi passano dalla parte dei cattivi, e i “buoni” diventano i Fratelli Musulmani. Evidentemente l’esercito egiziano ha in mente per l’Egitto un futuro di sovranità nazionale che non va a genio alla Casa Bianca, decisamente più a suo agio quando può trattare con l’Islam radicale.

Gracchus Babeuf

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