Eichmann a Sant’Anna. Il tribunale di Stoccarda nega giustizia al massacro | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Eichmann a Sant’Anna. Il tribunale di Stoccarda nega giustizia al massacro

La sconcertante decisione della procura di Stoccarda che non accoglie la richiesta di estradizione italiana per gli 8 ufficiali delle SS responsabili del massacro di Sant’Anna di Stazzema, rende ancor più insopportabile il ricordo dell’ingiustizia subita.

Tratto da Oltremedia.com 

Sant’Anna è una frazione del comune di Stazzema, provincia di Lucca. Nel 1944 c’era la guerra, ma a Stazzema si stava relativamente tranquilli in quanto il territorio era stato dichiarato zona “bianca”, cioè accoglieva sfollati e rifugiati. Una sorta di campo profughi. Inoltre Stazzema non era un luogo strategico, tanto che non ci furono mai neanche episodi di gruppi partigiani che agivano nella zona. Eppure il 12 agosto del 1944 a Sant’Anna avvenne uno degli eccidi più tristemente noti della seconda guerra mondiale e, come spesso accade nella nostra Italia dalla memoria corta, più tristemente dimenticati.

Alle sette del mattino a Sant’Anna arrivò il 16 SS-Panzergrenadier-Division “Reichs-SS” accompagnata da alcune “camice nere” che conoscevano la zona. La 16 Division Reichsführer delle SS non era una divisione qualsiasi. Considerata tra le più fedeli e spietate divisioni dell’esercito nazista, che entrerà nella storia non solo per il suo passaggio a Stazzema ma anche per Vinca (170 morti) e, soprattutto, per Marzabotto (750) morti. Degli assassini seriali. Quel giorno a Sant’Anna i tedeschi devono “limitarsi” a rastrellare gli uomini e arruolarli forzatamente. Ma gli uomini di Stazzema dalle prime luci dell’alba sono fuggiti nei boschi.  La rappresaglia delle SS fu terrificante. Radunarono i 560 abitanti rimasti nella piazza del paese e lì massacrarono, quasi la metà erano minorenni, la vittima più giovane aveva 20 giorni. Compiuta la strage le SS diedero fuoco ai corpi e ripartirono. Questo accadeva sessantotto anni fa.

Il 30 settembre scorso la Procura di Stoccarda ha rifiutato la richiesta di estradizione italiana per gli 8 ufficiali delle SS responsabili di quella strage ancora in vita. Il processo nel nostro paese si chiuse nel 2007 con la Corte di Cassazione che confermò l’ergastolo per tutti gli imputati ma il procuratore capo di Stoccarda, Claudia Krauth, non ha ritenuto sufficienti le prove che dimostravano l’effettiva presenza di ogni singolo imputato alla strage. Difatti, assurdità della giustizia tedesca, l’estradizione poteva essere concessa solo “in solido” tra tutti gli imputati, nonostante tra di loro ci fossero anche dei rei confessi. Per tutta la cittadinanza di Sant’Anna la decisione di Stoccarda è insensata, illogica, una di quelle decisioni che ti stringono lo stomaco, che risvegliano fantasmi, forse sopiti ma mai dimenticati, che ti rendono, l’ingiustizia subita, se è possibile, ancora più ingiusta. Vedere i colpevoli di un gesto che non ha niente di umano restare impuniti.

Sant’Anna viene offesa una “terza” volta. Terza perché va ricordato che tra la strage del 1944 e l’incredibile decisione della corte di Stoccarda si è anche verificato l’episodio del c.d. “Armadio della Vergogna”. Si fa riferimento all’armadio ritrovato nel 1994 a Palazzo Cesi, sede di vari organi di giustizia militare, nel quale furono nascosti 695 fascicoli riguardanti stragi, massacri ed altri episodi di violenza perpetuati dai nazi-fascisti in Italia durante la II guerra mondiale, tra i quali anche i fatti relativi a Sant’Anna di Stazzema. I morti di Sant’Anna ancora lottano perché gli sia riconosciuta dignità, lottano contro un sistema che perde la qualità del “giusto” e residua nel mero legale, nelle procedure, nella burocrazia. Nel 1963 Hanna Arendt scrisse  “Eichmann a Gerusalemme”, nel quale ritraeva il gerarca nazista la cui unica difesa era l’essersi limitato ad eseguire gli ordini. La Harendt dipingeva un uomo nel quale non sopravviveva più alcuna coscienza, morale, etica; perdeva ogni sentimento umano, ogni passione, per rintanarsi nei panni di un burocrate, un mero esecutore, al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Un grigio ragioniere della morte. Le persone erano cifre da inserire in una lista per dimostrare al comando supremo l’efficienza delle operazioni. In Eichmann emergeva la banalità del male.

Sant’Anna da quasi settanta anni è ancora imbrigliata nei labirinti di una giustizia che si riduce ad essere procedura normativa, tecnicismo legale e legalista. La motivazione della procura di Stoccarda: o estradizione in solido o nulla, nonostante la presenza di un reo confesso, non rispetta l’ansia di veder riconosciuta l’ingiustizia subita, paradigma iniziale per cui è stato creato il diritto, e lascia che la legge sia priva di contenuto e viva solo in se stessa, nelle sue ritualità, nelle sue liturgie, nelle sue procedure. Il diritto che si ancora ai cavilli legali offende la dignità della persona, e permette ai crimini del passato di perpetuarsi: si assiste all’eterno ritorno della banalità del male, stigmatizzata dalla sua freddezza, insensibilità, e parimenti dalla sua ossequiosità nel rispettare le regole senza domandarsi se quelle regole siano giuste o ingiuste, senza chiedersi cosa ne è dell’altro e della sua voglia di essere riconosciuto quale essere umano portatore di diritti universali ed incondizionati, in primis, il diritto alla giustia giustizia. Eichmann ottiene, a Stoccarda, una sua piccola rivincita.

Antonio Siniscalchi
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