Elezioni in Uruguay: è in gioco il processo democratico latinoamericanoTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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Elezioni in Uruguay: è in gioco il processo democratico latinoamericano

Elezioni in Uruguay: è in gioco il processo democratico latinoamericano

Il 30 novembre, gli uruguayani sono chiamati ad eleggere il nuovo presidente. Due progetti si affrontano: Tabaré Vazquez, del Frente Amplio, che deve dare continuità al processo democratico progressista, versus Luis Lacalle Pou, del Partito Nazionale, che segue la linea neoliberale ereditata dal padre. Portal Vermelho ha intervistato Rony Corbo, della Commissione Relazioni Internazionali del Partito Comunista dell’Uruguay. 

Fonte: Marx21.it

Come appartenente al PC dell’Uruguay, Corbo fa parte della coalizione di governo Frente Amplio, che concorre al terzo mandato consecutivo del paese. In un’intervista esclusiva, egli traccia il profilo dei candidati alla presidenza e dichiara a chi va il favore dei comunisti, per i quali la grande preoccupazione è il ritorno a un passato neoliberale. Corbo è ottimista è confida nel fatto che, nelle urne, il popolo riconoscerà i successi ottenuti negli ultimi dieci anni di governo. Secondo lui, c’è ancora molto da fare nel paese e occorre approfondire le conquiste e pensare a cambiamenti strutturali. Di seguito l’intervista:

Portal Vermelho: Cosa ci si aspetta dal secondo turno delle elezioni uruguaiane del 30 novembre?

Rony Corbo: Siamo di fronte a un processo elettorale in cui è in gioco la continuità del progetto democratico, con Tabaré Vazquez, o il ritorno del neoliberalismo in Rugiay, con Lacalle Pou. Lacalle Pou è una figura giovane, il tipico playboy, figlio dell’ex presidente neoliberale degli anni 90 [Luis Alberto Lacalle, 1990-1995]. Esponente, pertanto, dell’oligarchia uruguayana.

La tendenza dei sondaggi indica un vantaggio di Vazquez, che è ben conosciuto, poiché ha presieduto il paese dal 2005 al 2010, e ora cerca un nuovo mandato con la coalizione di sinistra Frente Amplio (FA), dell’attuale presidente José Mujica.

Noi del Partito Comunista dell’Uruguay, in quanto parte del FA, abbiamo condotto una forte campagna in tutte le località del paese e il nostro termometro è la mobilitazione popolare. Stiamo lavorando consapevoli del rischio che corre il nostro progetto, ma riponiamo fiducia nelle gestioni precedenti, tanto di Tabaré quanto di Mujica, che hanno avuto un grande successo.

Ciò che speriamo è che il popolo del nostro paese, al momento di votare, rifletta, dimostri consapevolezza e non voglia il ritorno al passato neoliberale. Confidiamo che quanto abbiamo realizzato sarà riconosciuto dagli uruguayani perché, in caso contrario, la popolazione perderà molto.

L’Uruguay è avanzato abbastanza con le politiche progressiste degli ultimi dieci anni, ma cosa resta ancora da fare?

Il Frente Amplio è una coalizione politica formata da 28 partiti, tutti i partiti della sinistra riuniti. Dal mio punto di vista, di militante del Partito Comunista, occorre ancora approfondire il processo democratico e avviare cambiamenti di fondo strutturali.

Consolidare la Legge dei Mezzi è una delle misure urgenti, perché è necessario limitare il monopolio dei mezzi di comunicazione che, in Uruguay, sono nelle mani di quattro famiglie. Questa è una situazione che credo si ripeta anche in Brasile. Quando si tratta di dare la notizia, una cosa è quanto fa il governo, un’altra cosa è come la si comunica. Questo è il nostro “tallone d’Achille”, perché pregiudica molto l’informazione. Riusciamo solo a dar spazio alle nostre conquiste e progressi attraverso i “mezzi di comunicazione amici” e ai media alternativi.

Abbiamo bisogno anche di pensare a cambiamenti più profondi come quelli riguardanti il fisco che fa ancora pagare il 30% delle imposte sul nostro salario. Questa è una grande contraddizione per un governo progressista.

Quali misure rappresentano le principali conquiste realizzate nel paese?

Siamo riusciti ad approvare la legge sulla compravendita e la coltivazione della marijuana, sotto la supervisione dello Stato, che è una misura significativa nella lotta contro il narcotraffico nel continente, dal momento che la cosiddetta “guerra alle droghe” è naufragata. L’Uruguay è anche il secondo paese latinoamericano che ha approvato la legge sul matrimonio egualitario. Nel 2012, il paese ha depenalizzato l’interruzione della gravidanza fino alla 12° settimana di gestazione, dalla quale sono previsti procedimenti medici regolati dallo Stato. Sono misure forti per l’America Latina, che dimostrano la capacità del nostro paese, pur piccolo, di riconoscere i diritti umani nella diversità.

Da quando il Frente Amplio ha assunto il governo nel 2005, abbiamo molto da celebrare. Abbiamo realizzato il più alto livello di impiego nella storia del paese; il salario minimo è aumentato del 42%; Siamo riusciti a diminuire la povertà e siamo stati riconosciuti dalla Cepal come il secondo paese con il minor indice della regione, poiché abbiamo sottratto più di 850.000 persone a questa situazione; abbiamo migliorato il Sistema Nazionale della Sanità; abbiamo una crescita importante delle esportazioni; abbiamo rafforzato le iniziative culturali; e altre cose ancora che non posso citare tutte.

Qual è il segreto che ha permesso all’Uruguay di conseguire tanti progressi?

In politica, una cosa è l’imposizione, un’altra è avere un rapporto di forze che ti permetta di avanzare. Abbiamo la fortuna, a differenza del Brasile, di poter contare su una maggioranza parlamentare. Abbiamo anche saputo lavorare all’interno della diversità della sinistra, poiché la prima cosa è arrivare a un consenso tra noi. E’ chiaro che ci confrontiamo, ci mettiamo d’accordo su quanto è possibile, poiché si tratta di una diversità all’interno dell’unità.

Come valutate il tema dell’integrazione, tema comune ai governi progressisti dell’America Latina?

Un altro tema che è rimasto in sospeso, a mio parere, è lo sviluppo del Mercato Comune del Sud (Mercosul), che ha incontrato difficoltà. Dobbiamo rivitalizzarlo. Ciò che vogliamo è che l’America Latina sia multi-colorata e, si spera, che si approfondisca quel processo che alcuni chiamano “svolta di sinistra” per consolidare l’integrazione regionale.

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