Essere moderni significa essere sfruttati? E' il Medioevo dell'era tecnologicaTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Essere moderni significa essere sfruttati? E’ il Medioevo dell’era tecnologica

Da più parti si fa un gran parlare di modernizzazione e di adattarsi al mondo globalizzato che non è più quello degli anni Settanta. Il che significa far passare il concetto che la tutela della dignità delle persone è un concetto vecchio e obsoleto. Per questo si può correttamente parlare dell’avvento di un Medioevo dell’era tecnolgica..

Secondo molti viviamo nella migliore delle ere possibili, e per molti punti di vista è sicuramente vero dal momento che mai come oggi esiste la possibilità di venire curati in caso di malattia e mai come oggi esistono tecnologie in grado di rendere meno faticoso il lavoro umano. Peccato che negli ultimi anni parallelamente allo sviluppo della tecnologia si stia assistendo anche a uno sgretolamento valoriale della nostra società, ormai sempre di più un insieme di persone atomizzate e impaurite che hanno come unico scopo futuro quello della realizzazione di sè. Si è assistito nel corso del XX secolo alla distruzione progressiva del “sogno collettivo” della costruzione di una società più giusta col risultato di un progressivo imbarbarimento dei rapporti umani e sociali reso ancora più marcato dall’avvento massivo della tecnologia, di internet, della globalizzazione. Siamo in una sorta di “medioevo tecnologico” nel quale l’uomo assapora le potenzialità della tecnologie ma ancora non riesce a svilupparne tutte le possibilità anche perchè vengono utilizzate principalmente aumentare i profitti o sviluppare armi più che per mettere al servizio del benessere umano. E come nel Medioevo che studiamo nei libri di storia la fine di ogni illusione di miglioramento sociale ha portato a una mancanza di fiducia in qualsiasi progetto condiviso facendo ritornare i nazionalismi e gli individualismi che fanno scattare la rivalità tra gruppi etnici e geografici per il possesso delle risorse. Se pensate che siamo eccessivi pensate solo al discorso sulle tutele nel lavoro; vent’anni fa sarebbe stato impossibile anche solo ipotizzare di distruggere l’Articolo 18, oggi invece è una cosa quasi normale che viene pronunciata con semplicità come se fosse una cosa ovvia. La “fine del sogno” del socialismo che ha prodotto nel suo scontro contro il capitalismo nel corso del XX secolo delle conquiste incredibili per le masse di lavoratori, sta portando allo sgretolamento di ognuna di quelle conquiste, e sono le persone stesse che dovrebbero lottare per il loro mantenimento che vogliono al contrario liberarsene per essere “al passo coi tempi”. Inoltre per uno strano gioco del destino oggi i politici affermano chiaramente che voler difendere il lavoro è un retaggio del passato, come a dire che il presente e il futuro appartengono a uno sfruttamento senza fine della massa di lavoratori, sempre più una massa amorfa di forza lavoro intercambiabile e da tenere a bada con un homo homini lupus che porta a una sostanziale guerra tra poveri incapace di far percepire come “classe” l’insieme di sfruttati su cui si poggia il nostro sistema economico e industriale. E come un antico Medioevo c’è anche il “Dio mercato” che non può essere messo in discussione e cui tutto deve essere sacrificato. Ci sono anche i chierici, ovvero gli intellettuali che compiono acrobatismi quotidiani per spiegare sui quotidiani del mainstream quanto sia moderno fare “contratti flessibili”, il che tradotto altro non vuol dire che fare contratti che non tengono in alcun conto le necessità di un essere umano che vuole vivere una vita dignitosa. E dato che l’unica verità accettata è quella del mainstream, proprio come nel medioevo era la voce del Re, chiunque osa mettere in discussione tale vulgata diventa il “pazzo del villaggio”, e ovviamente il risultato è che si forma una sorta di immane brodo di critica al sistema nel quale si trovano sia critiche costruttive e analitiche sia biechi complottismi. Mettendo tutto insieme il risultato è che anche le critiche costruttive vengono percepite come semplici cazzate, proprio come nel medioevo chi sosteneva che la terra fosse tonda veniva messo all’Indice. Oggi desiderare sicurezza nel lavoro per poter mettere su famiglia è considerato un retaggio del passato e lottare per questo una “incrostazione ideologica”. Modernità è invece la negazione di tutto questo, modernità è avere solo il profitto come bussola. E questa religione del profitto sta creando una società di sapore medioevale dove un pugno di ottimati si divide potere e ricchezza usando una massa amorfa di schiavi che pensano di essere liberi  e intrisi di ignoranza e di conformismo come forza lavoro. Un tempo la cultura per tutto il XX secolo è stata considerata importante per l’emancipazione umana, oggi al contrario la cultura è diventata un fardello inutile, un qualcosa che se uno vuole deve fare da sè, perchè come disse qualcuno, “con la cultura non si mangia”. Nemmeno con la carità, aggiungeremmo noi. Inoltre, proprio come nel Medioevo si uccidevano gli infedeli in “nome della misericordia di Dio”, oggi si dichiarano guerre “contro il terrore” e gli “imperi del male”, sono tornate Jihad e guerre sante e c’è ancora chi si ritiene la “parte giusta” per diritto divino, sia in Occidente che nel mondo arabo. Ad aver perso sono i valori del progressismo e dell’illuminismo, sconfitti dall’anelito di conservazione di un mondo che sembrava sconfitto ma che ha saputo tessere con pazienza le fila della reazione. Per questo, senza una nuova Rivoluzione, da servi della gleba diventeremo servi del mercato, con l’unica differenza che stiamo vivendo un nuovo medioevo con la tecnologia.

Gracchus Babeuf

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