Estate: lavoratori schiavi per una stagioneTribuno del Popolo
lunedì , 23 ottobre 2017
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Estate: lavoratori schiavi per una stagione

I dati sul turismo della stagione estiva appena trascorsa si dimostrano alquanto incerti: secondo il Centro Studi di Federalberghi il risultato complessivo del trimestre estivo è pari ad un +0,8% determinato da un -2,7% di clientela italiana e da un +4,7% di quella estera con un giro d’affari che, comunque, anche nel 2013 subirà una flessione quantificabile al momento in un -8%; le condizioni di chi sostiene il settore turistico col sudore versato quotidianamente, stagione dopo stagione, peggiorano inesorabilmente. Il calderone retorico dell’ottimismo come volano della crescita dunque non risparmia nessuno.

Un settore come quello turistico che ha saputo attirare la clientela dai Brics a tal punto da spingere all’ottimismo le federazioni padronali, che si aggrappano a quel +0,8% di presenze, tuttavia non sembra così sano da reggere all’analisi dei dati sull’occupazione e sulle perdite di fatturato: è infatti afflitto da un calo di occupati che vede da gennaio ad agosto un -4,5% di lavoratori, di cui un -5,1% a tempo indeterminato e un -4% a tempo determinato (sempre da relazione Centro Studi di Federalberghi).

Così se i turisti aumentano per i prezzi low cost, i lavoratori che sostengono il settore sembrano passarsela sistematicamente peggio, pagando direttamente sulla loro pelle il ribasso dei prezzi nel settore turistico. Vado dunque a descrivere quali sono le condizioni di sfruttamento raccolte sul campo della riviera adriatica da varie associazioni come Schiavinriviera e Rumori Sinistri che stanno svolgendo un ottimo lavoro di inchiesta sulle condizioni di semi-schiavitù, tratta della manodopera straniera e infiltrazioni camorristiche che stanno dietro all’attuale modello di capitalismo turistico in crisi aperta.

L’allarme per la diffusione di forme contrattuali irregolari è stato lanciato all’inizio dell’estate dalla Cgilche, osservando preoccupata i dati della stagione 2012, ha intuito l’espansione delle zone grigie della riduzione dei costi del lavoro: orari più lunghi remunerati fuori busta, inquadramenti più bassi, mansioni senza controllo,abusi di forme contrattuali flessibili come il “contratto a chiamata” ecc. Il sindacato ha così tentato di arginare il problema lanciando una campagna di comunicazione contro il lavoro irregolare nel turismo e impegnandosi a fornire il supporto informativo necessario sulle ultime modifiche che riguardano la concessione degli ammortizzatori sociali, in particolare la mini-Aspi introdotta dalla riforma Fornero che riducendo le risorse per l’indennità di disoccupazione concederebbe l’assegno di disoccupazione a soli 8.000 lavoratori sui 23.000 con contratto in scadenza tra il 19 agosto e il 28 settembre (in riferimento alla sola provincia di Rimini). La politica schizofrenica del capitale però fa sì che le risorse statali per il mondo del marketing e per i costosissimi expo non manchino, anzi: i fondi per la programmazione turistica, secondo l’Assessore al Turismo della Provincia di Rimini Fabio Galli, sfiorano il milione di euro. Questa miope logica intrisa dalla supremazia del mercato e dal dominio della concorrenza vede il calo della domanda rimediabile solamente tramite nuove risorse che permettano di piazzare più facilmente il prodotto turistico, ovviamente dopo aver opportunamente tagliato il costo del lavoro. Così mentre il welfare sparisce e i diritti del lavoratore vengono cancellati, le condizioni materiali di chi lavora diventano sempre più critiche e precarie: larga diffusione del lavoro in nero, ribassi salariali, aumento degli orari lavorativi, mancato rispetto del giorno di riposo settimanale, condizioni igieniche insufficienti, alimentazione inadeguata, fino al ricatto e alle minacce che si esercitano direttamente sui lavoratori che osano rivendicare un minimo di tutela chiedendo il rispetto del CCLN. Così i lavoratori che rivendicano il rispetto della legalità vengono messi alla porta e si vedono costretti a passare la notte all’addiaccio, poiché spesso non hanno altra abitazione oltre alle camere sempre più fatiscenti che vengono loro gentilmente offerte presso le strutture turistiche.

Il mancato rispetto della legalità si esercita su larga scala nella regolamentazione dei rapporti di lavoro, spesso si innesta sul retroterra della tratta dei lavoratori dagli altri paesi e le Associazioni di lavoratori e volontari impegnate quotidianamente nella denuncia delle violazioni ormai ammettono che il lavoro in nero e gravemente sfruttato è un fenomeno talmente diffuso da non riuscire più a farvi fronte da soli. La mancanza delle istituzioni è palpabile al punto che la stessa logica securitaria ammorba l’aria e le forze pubbliche nel solo territorio del riminese si concentrano più sul controllo degli ambulanti abusivi (40 vigili) che sul controllo delle condizioni dei lavoratori in alberghi, ristoranti o impianti balneari (2 vigili) (intervista del Consigliere Fabio Pazzaglia al Fatto Quotidiano).

Se è quindi vero che il settore turistico è un importante fattore su cui investire, anche per via di una deindustrializzazione accompagnata e voluta fortemente dalle politiche neoliberiste; la terziarizzazione dell’economia rischia di essere sempre più un vicolo cieco, soprattutto alla luce del tracollo interno e dell’alta competitività mondiale a cui potrebbe aggiungersi pure lo stop dovuto alla frenata delle economie dei Brics che fino ad oggi ci hanno evitato il tracollo già avvenuto sul fronte del mercato interno. Infine, la concorrenza divenuta una semplice corsa al ribasso di diritti e salari di chi lavora nel settore, rivela come la miopia delle politiche liberiste altro non sia che la contraddizione di fondo del capitale di fronte all’elemento lavoro.

Uno spunto di riflessione finale da riprendere, a mio parere, è quello dell’interconnessione di queste forme di sfruttamento con il sistema di sfruttamento del lavoro nel settore dei servizi che si svolge nell’entroterra, non solo romagnolo, ossia nelle zone un tempo industrializzate e oggi costrette a riciclarsi nella famosa “terziarizzazione” spacciata come panacea occupazionale e produttiva. E allora ecco le cooperative come la Rear a Torino o la Cogefrin e la Ctl nei casi della logistica romagnola accogliere la manodopera di 50enni rifluiti dalle fabbriche, giovani, migranti in attesa di regolarizzazione per immetterli nel circuito produttivo dell’outsourcing aziendale: dal settore delle pulizie, alla vigilanza, alla gestione delle risorse, alla comunicazione col pubblico, o almeno così viene intesa la cultura quando è ridotta a puro business. Nessuna professione viene trascurata, e viene anzi mediata da queste cooperative che fluidificano il rapporto di lavoro facendo sparire il rapporto diretto tra lavoratore e capitalista fino a rendere socio il lavoratore subordinato, il che comporta un cambiamento notevole del suo status e un arretramento dal punto di vista dei suoi diritti, del salario e non ultimo del diritto alla piena indennità di disoccupazione nei frequenti periodi di inattività a cui è costretto da un mercato che inevitabilmente espelle sempre più manodopera.

Concludo questa breve riflessione lanciando uno sguardo alla continuità delle lotte, da quelle della primavera iniziate dai lavoratori migranti a quelle (mancate) dell’estate, si cerca di giungere alle future lotte autunnali con lo sciopero generale del 18 ottobre indetto dai sindacati di base USB,Cub,Cobas, Usi. E qui se da un lato la sinistra tenta di ricompattarsi attorno a figure autorevoli e carismatiche organizzando per il 12 ottobre una doverosa giornata in difesa della Costituzione, la base inevitabilmente cerca di rilanciare ripartendo dal conflitto sociale, l’unico conflitto ammissibile in democrazia (visti i tempi è bene ribadirlo). Organizzare il conflitto sociale dovrebbe essere una prerogativa, ed è bene che Landini non molli il punto sull’occupazione delle fabbriche, ma occorrerebbe rilanciare per non abbassare l’attenzione sull’offensiva del capitale negli altri settori e per non perdere il contatto con una massa di popolazione in ebollizione, ma che in occidente spesso si assopisce in fretta. Forse in pochi si sono accorti che quest’estate la piazza di Zuccotti Park è stata nuovamente occupata, ma questa volta non dal movimento di Occupy, bensì dai lavoratori dei fast-food in sciopero. Uno sciopero riuscito in oltre 50 città statunitensi con l’obiettivo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni penose a cui è ridotto sia il lavoro che il welfare (i lavoratori sono infatti costretti a supplicare l’assistenza pubblica con i food stamp, pur lavorando 12 ore al giorno). Nel cuore degli Stati Uniti, dove secondo molti analisti si sta verificando l’evocata ripresa economica, è possibile tutto ciò. Dunque, se anche fosse ripresa (ma non lo è), quale ripresa? Per chi? E quale sviluppo? Se abbiamo capito che non basta guardare lo spread per percepire lo stato reale della nostra economia, sarebbe bene capire che non basta guardare solo il Pil per vedere lo stato reale del benessere sociale.

Interviste ai lavoratori:

Alex Marsaglia

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