Eugenio Curiel, 70 anni dopoTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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Eugenio Curiel, 70 anni dopo

Eugenio Curiel, 70 anni dopo

70 anni fa, il 24 febbraio 1945, Eugenio Curiel – capo della gioventù comunista e animatore instancabile del Fronte della Gioventù, tra i maggiori teorici della “democrazia progressiva” – veniva ucciso dai fascisti a Milano. Lo ricordiamo con due citazioni – una del dirigente comunista Arturo Colombi, l’altra di Quinto Bonazzola, recentemente scomparso, che del Fronte della Gioventù di Curiel fece parte – tratte da una ricerca inedita di Spartaco A. Puttini. Cogliamo l’occasione per tornare a consigliare anche la lettura dei volumi che Cosimo Cerardi e Gianni Fresu hanno dedicato al comunista triestino, e per segnalare che sabato 7 marzo (ore 9-13), per iniziativa della sezione Anpi “Eugenio Curiel”, si terrà all’Università Statale di Milano (via Festa del Perdono, 7) un importante convegno dedicato alla sua figura.

Fonte: Marx21.it

«Il 24 febbraio del 1945 pranzammo in ufficio: Curiel, io, la sua giovane compagna e due altre nostre collaboratrici. Subito dopo discutemmo il piano del numero de “l’Unità” che doveva uscire nei giorni seguenti; ci ripartimmo i compiti, poi ci salutò, salutò la sua compagna e uscì. Non dovevamo più rivederlo vivo. Mezz’ora dopo, a poca distanza da noi, egli era freddato a colpi di mitra dagli sgherri fascisti. Sapemmo poi che lo aveva denunciato un miserabile traditore, ex confinato a Ventotene. Curiel ci aveva detto di aver fatto un incontro spiacevole. Un individuo che a Ventotene faceva il delatore lo aveva incontrato salutandolo cordialmente: buongiorno professore! Non demmo l’importanza dovuta alla cosa e le conseguenze furono tragiche. […] Mentre [Curiel] transitava per piazzale Baracca una squadra fascista lo raggiungeva e il triste delatore gridava: è lui!

Resosi conto del pericolo, Curiel, che era prestante anche nel fisico, si mise a correre. Una prima scarica di mitra lo colpiva, cadeva ma si rialzava prontamente, una seconda raffica lo inchiodava al suolo. Noi eravamo ignari di quanto era avvenuto. Il mattino seguente stavamo leggendo la notizia dell’uccisione di uno sconosciuto quando entrò in ufficio la compagna di Curiel con il volto sconvolto dallo sgomento: “Giorgio non è rientrato”, ci disse. Un triste presentimento, che non osavamo esprimere, ci diceva che l’assassinato di Piazzale Baracca era lui, il nostro Curiel. La sua compagna era come impietrita dal dolore; noi non sapevamo che dire: che cosa si può dire in simili casi? […] Non tardammo ad avere conferma dei nostri tristi presentimenti: il nostro caro compagno, l’amico, il fratello di lotta era stato barbaramente e freddamente trucidato sulla pubblica strada dagli assassini fascisti. […] era stata uccisa una delle più belle figure di patriota, una delle giovani forze più promettenti della scienza italiana, un forte combattente, un capo della classe operaia, il capo della gioventù italiana. La costernazione era scesa nei nostri cuori ma il combattimento continuava; stringemmo i denti e dicemmo ai nostri giovani, ai nostri partigiani, gapisti e sapisti, ai nostri operai delle fabbriche: colpite, colpite più forte, fate sì che questo regime di criminali affondi al più presto nell’ignominia e non possa fare altro male all’Italia e agli italiani!»

(A. Colombi, Eugenio Curiel capo combattente e martire della gioventù italiana, Edizioni Gioventù Nuova, pp. 26-27)

«Curiel […] svolse una funzione decisiva verso di noi: ci insegnò la fiducia. Fiducia nel popolo italiano […] Ci insegnò […] ad essere insomma i giovani della nuova Italia: uomini e non automi. […] Nei confronti dei soldati di Graziani, che noi disprezzavamo, Curiel insisteva sempre al fine di spingerci a compiere un’azione di propaganda; a non considerarli in nessun caso perduti per sempre. Ci spiegava in quali condizioni essi probabilmente avevano dovuto piegarsi ai bandi e alle minacce poste in atto per arruolarli. Ci invitava ad un lavoro serio per organizzare la disgregazione tra essi. Vedeva insomma anche in loro delle forze viventi in sviluppo e non solo delle divise. Ed anche in ciò era profondamente umano, cioè politico».

(Quinto Bonazzola, in “l’Unità”, 21 febbraio 1951)

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