Europa: Quando il "nero" cova sotto le ceneriTribuno del Popolo
martedì , 25 luglio 2017
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Europa: Quando il “nero” cova sotto le ceneri

Esiste un nesso innegabile tra la crisi dell’identità europea, l’infierire della crisi, e il risorgere di nazionalismi a carattere xenofobo e parafascista in tutta Europa.  Un pericolo che nei prossimi anni potrebbe ingigantirsi dal momento che la crisi non passerà così facilmente. Il rischio è quello di un’ondata nera in grado creare legami transnazionali pericolosi, tanto più pericolosi quanto le autorità dei singoli paesi sembrano sottovalutare quando non favorire questi rigurgiti neonazisti.

“La Storia insegna, ma non ha scolari”, lo disse Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali della storia recente italiana, spesso purtroppo ignorato e relegato ai margini del dibattito politico e dell’analisi fattuale della società contemporanea. Con la creazione dell’Unione Europea in molti hanno sperato, del tutto in buona fede, che il tempo dei beceri nazionalismi, degli odi xenofobi, e della mistica esoterica collegata, fossero finiti per sempre. Purtroppo a distanza di anni possiamo correttamente dire che si sbagliavano, e mai come oggi i sentimenti legati all’estrema destra, aggressiva e neonazista, sono tornati in voga. L’anticomunismo viscerale e quasi isterico che ha contraddistinto gli anni Settanta e Ottanta ha preparato la strada all’interno di ciascun Paese a una parziale rivalutazione (per esclusione) degli ideali e dei valori dell’estrema destra, giustamente relegati ai margini della società per decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Sconfitta l’unica ideologia che è stata capace di sconfiggere i fascismi, il capitalismo imperante si è trovato quasi senza rivali, e ha commesso il tragico errore di non ritenere un pericolo l’emergere dei sentimenti nazionalisti e xenofobi che stavano germogliando nel ventre di ciascun Paese. Quando poi la corsa del benessere, nel XXI secolo, si è arrestata con  l’avvento della crisi, proprio come negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso sono di nuovo emerse le rivalità tra i singoli stati-nazione, ed è venuta meno la fiducia negli organi sovranazionali come la Ue, non ritenuti più organi neutrali e super partes, bensì degli strumenti in mano ai paesi più forti (vedi la Germania), utilizzati spietatamente per perpetrare la loro egemonia sugli altri paesi. Il nazionalismo a carattere xenofobo, dopotutto, non viene considerata poi una minaccia così grave nei confronti dell’establishment dell’alta finanza, che anzi riesce a piegare le rivalità a carattere culturale ed etnico a proprio vantaggio. Ciò che è in grado di spaventare il capitalismo mondiale e il sistema finanziario che sta strangolando i popoli d’Europa non sono i nazionalismi, controllabili e manovrabili, quanto lo sviluppo di ideali internazionalisti che  tengono a trovare punti di contatto tra i popoli e non di divisione e rivalità Il “Divide et Impera” è ancora oggi una regola inflessibile che difficilmente sbaglia, e con l’aggravarsi della crisi l’imperativo dell’establishment europeo è proprio quello di tenere i popoli divisi, impedire che possa scattare una solidarietà di massa tra i popoli oppressi d’Europa, che invece secondo i loro progetti devono andare gli uni contro gli altri, oppressi contro oppressi, in modo simile a quanto successo con la Prima Guerra Mondiale, quando i proletari di tutta Europa si massacrarono nelle trincee. Così la Merkel   ha pensato bene di dirsi sgomenta quando in Grecia si è ventilata l’idea che potesse vincere Syriza, partito di sinistra radicale assolutamente democratico e rispettoso delle istituzioni, mentre non ha espresso parola alcuna sul successo di Alba Dorata, partito neonazista entrato in Parlamento. Nessuno ha pronunciato parola contro il governo apertamente parafascista di Orban in Ungheria, o contro le derive neonaziste in Polonia e Russia, mentre tutti sarebbero pronti a urlare allo scandalo e alla deriva antidemocratica nel caso dell’emergere di sentimenti socialisti e davvero pan-europei nel senso letterale del termine.  Il rischio però ora è reale, e soprattutto se si parte dall’analisi del fascismo come di un movimento fintamente popolare e antirivoluzionario al servizio dei “poteri industriali“, sprigionato e finanziato da essi al momento opportuno proprio per soffocare i movimenti popolari di rivoluzione o rinnovamento. Con la crisi che sta facendo aumentare di milioni di persone la % di europei disoccupati, ecco che il rischio di “nuovi fascismi” in grado di orientare le masse verso rivendicazioni populiste e fintamente rivoluzionarie è reale, così come il rischio di guerre civili all’interno di ciascun paese preparate per dividere i popoli al loro interno lungo linee di faglia etniche, religiose, ideologiche e razziali.

Gracchus Babeuf

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