Europa: ultima chiamata. Il significato del voto di ieriTribuno del Popolo
martedì , 30 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Europa: ultima chiamata. Il significato del voto di ieri

Che il voto di ieri rappresentasse uno dei più importanti banchi di prova per l’Unione Europea, forse il più rischioso ed incerto della sua storia recente, lo si era già capito dai sondaggi e dalla portata delle tematiche in campo: non più una semplice dialettica sulle sfumature, bensì un vero questionare sulla legittimazione democratica dei processi decisionali europei e sulla crescente insofferenza ai credo economici di Bruxelles. Ebbene, i risultati odierni non hanno smentito le sensazioni iniziali, confermando il significato di snodo focale di questa tornata elettorale europea.

Un primo dato viene dal numero di votanti. Ancora troppo bassa l’affluenza alle urne, che a livello europeo si è fermata a circa il 43%. Certo, non si poteva fare peggio del 2009, quando si registrò un orrendo 42%, ma al record negativo ci si è andati molto vicini. Oggi si parla di vittorie e di sconfitte, ma il vero spunto di riflessione è quanto i cittadini del vecchio continente sentano come propria la narrazione europea. Meno della metà. In questo sì, l’Unione è terribilmente moderna nel suo conformarsi all’altra ‘’grande democrazia’’ d’oltre oceano, dove il Presidente viene eletto dal 56% degli aventi diritto. Una questione di identità e legittimazione prima di tutto, ma anche un chiaro indice di quanto le istituzioni europee siano ritenute capaci di far fronte agli enormi problemi del vecchio continente e alle condizioni materiali di vita dei milioni di cittadini che lo abitano: men che nulla.

C’è però una differenza tra la percezione del singolo e l’effettiva realtà delle cose. Sì perché al di là delle singole norme di derivazione comunitaria che oramai assorbono la gran parte dell’intera produzione legislativa dei parlamenti nazionali, il motivo per cui tutti oggi guardano a Bruxelles è, inutile negarlo, per il suo peso nelle decisioni di politica economicaassegnatole dai trattati e da un contesto storico in cui sfide e problemi complessi richiedono soluzioni a livello aggregato. Aspetto questo magari poco rilevante nei periodi di crescita, ma nodo cruciale per il rilancio dell’economia nel corso delle depressioni. Così questa tornata elettorale ha assunto il significato che ogni votazione dovrebbe avere e che in Europa non ha mai avuto: per la prima volta si è avuta la sensazione che si potesse imprimere con la propria preferenza una svolta alle politiche comunitarie; di poter cambiare insomma gli equilibri in un Parlamento Europeo che non abbia solo una funzione di testimonianza di valenza esclusivamente politologica del variegato panorama partitico europeo, ma che lavori come una vera assemblea elettiva nell’influenzare le politiche dell’esecutivo imprimendone la direzione indicata dalle urne.

Non poca cosa, se pensiamo alla supponenza con cui i burocrati di Bruxelles hanno provato sino a ieri a convincerci che l’economia è una scienza esatta e come tale da mantenere possibilmente libera dalle influenze del voto politico: per la prima volta, insomma, si è avuta la sensazione che la vittoria di una conformazione politica piuttosto che di un altra potesse significare rispettivamente un perpetuarsi o un riformarsi delle politiche di austerity o addirittura la loro fine. Ecco, il vero significato delle elezioni di ieri è stato questo. Una novità dalla quale non si tornerà mai indietro: una politica che prova a riappropriarsi dell’economia – vedremo poi con quali risultati – con gli europei a votare guardando all’Europa e non al proprio giardino di casa. E non è un caso che per la prima volta tutti i partiti europei avessero indicato all’elettorato il proprio candidato alla presidenza della Commissione.

Dati questi ineludibili presupposti, l’analisi del voto riflette una dialettica di fondo sul ruolo dell’Europa e sul modo di approcciare alle sfide presenti e future. Chi ha vinto e chi ha perso?

Sicuramente, da uno sguardo aggregato scevro da valutazioni nazionali, hanno perso un po’ tutte le formazioni politiche più rappresentative. Al cospetto della portata dell’evento e delle questioni in gioco, le forze politiche non sono sembrate affatto capaci di indirizzare il dibattito sui temi veri cari all’elettorato. Così il risultato un po’ paradossale è stato quello di un’opinione pubblica apparsa molto più matura dei propri rappresentanti politici: mentre la piazza chiedeva risposte sulla legittimazione democratica delle istituzioni europee e sul futuro dell’austerity, dai palchi partivano solo insulti e parolacce. Uno spettacolo desolante che forse ha inciso anche questa volta sulla partecipazione al voto.

Analizzando invece i dati con riferimento alle singole formazioni politiche europee, si registra una vittoria di misura del PPEcui andranno 212 seggi, mentre 186 saranno quelli assegnati al PSE. Nessuno però, nemmeno con i rispettivi apparentamenti d’area supererà i 377 seggi che significherebbero maggioranza parlamentare. A rompere le uova nel paniere dei due principali partiti europei, entrambi in netto calo, ci sono le formazioni euroscettiche e della sinistra europea, forse le uniche capaci di interrogare gli elettori sui temi all’ordine del giorno (sia nel bene che nel male). Da una parte gli euroscettici, molto divisi al loro interno a dispetto dell’etichetta comune, che hanno triplicato i loro seggi, pur vedendo alcuni clamorosi fallimenti. Se in Francia ed Inghilterra la Le Pen e Farage hanno fatto incetta di voti le vittorie annunciate di Grillo ed euroscettici olandesi sono finite con gravi flop. Da registrarsi il buon risultato delle formazioni di sinistra che avanzano in Spagna, in Grecia, in Portogallo (col contributo minimo dell’Italia), consentendo al GUE di acquisire ben 43 seggi: segno che proprio dove la crisi morde l’esigenza è quella di una messa in discussione dei rigidi parametri economici europei.

Cosa dire dei risultati nazionali se non che essi sono spesso influenzati da dinamiche interne difficilmente riconducibili all’Europa? Sicuramente il voto meno europeo è stato quello italiano: nel BelPaese c’era in palio la legittimazione elettorale del governo Renzi ed il voto ha dato una chiara indicazione in tal senso, bocciando tutte le altre opposizioni. Come in Italia anche in Grecia l’affermazione di Syriza ha un enorme valore in chiave interna, con il governo Samaras sempre più messo alle strette dalla sinistra anti-Troika. Un voto più europeo lo si è avuto in Francia ed in Inghilterra: nonostante condizionati dalle pessime performance dei governi nazionali, il trionfo degli euroscettici poggia le sue basi in una mai sopita diffidenza nei confronti dell’Europa, alimentata in questo caso dalle tensioni in politica economica ed estera emerse nei confronti della Germania, con la quale gli interessi non sembrano più così convergenti come in passato.

Per concludere non si può dire che il voto europeo abbia inflitto una spallata al progetto di integrazione. Semmai il dato da cogliere è una crescente insofferenza che al momento si manifesta con l’avanzata di quelle forze politiche che mettono in discussione gli orientamenti adottati negli ultimi trent’anni dagli organismi comunitari. Una dialettica sicuramente positiva che può aprire al cambiamento, ma che se inascoltata può trovare sbocco nelle pulsioni di estrema destra che un po’ in tutto il continente tornano ad affiorare. Il voro europeo in questo senso ha conferito al Parlamento Europeo un’investitura che va al di là del ruolo assegnatogli dai trattati: farsi promotore delle istanze ed innescare una rivoluzione negli apparati esecutivi. Insomma c’è bisogno di Europa, ma di un’Europa diversa e queste elezioni rappresentano un po’ l’ultima chiamata.

 Michele Trotta

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top