Europa. Una alternativa Euromediterranea come possibile via d'uscita?Tribuno del Popolo
giovedì , 14 dicembre 2017
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Europa. Una alternativa Euromediterranea come possibile via d’uscita?

Da tempo si parla di euroscettici e “No Euro”, con una sinistra ancora una volta in ritardo e schiacciata tra l’antieuropeismo “di destra” e la difesa di uno status quo sempre più appiattito sul dominio dei mercati e dei capitali sugli stati e i cittadini. E’ tempo anche da sinistra di fare proposte per il superamento di una situazione intollerabile.

Da quando è cominciata la crisi anche in Europa parole come povertà, declino, e degrado sono tornate nell’uso comune. E dire che l’Europa, inteso come progetto più ampio e anche valoriale volto a mettere insieme la cultura comune del continente per arrivare a un superamento delle rivalità statuali che tanti lutti hanno portato, era un progetto che aveva affascinato molti anche a sinistra. Come non essere d’accordo del resto in linea di principio a una sovrastruttura che permetta una unione di popoli e di idee nel rispetto delle singole specificità? Peccato che tutto questo non sia accaduto, il tanto conclamato benessere che doveva derivare dall’unione monetaria non si è visto, e ora anzi rifioriscono le pulsioni antieuropeiste per tornare alla situazione precedente. Tutto questo è avvenuto, ci secca di essere ripetitivi, perchè l’Unione Europea non è avvenuta sulla base dell’unione dei popoli, bensì dell’unione monetaria, dei mercati appunto, che è avvenuta imposta dall’alto, alimentando così le disuguaglianze e depotenziando in modo pressochè inesorabile le singole politiche nazionali, con i politici che diventano sempre più simili a governatori ed esecutori piuttosto che rappresentanti della volontà popolare.

Come uscire da questo corto circuito in cui la politica è inutile oppure condizionata da fattori esterni come spread, rating, debito, stabilità di bilancio? E’ chiaro che urlare un “No Euro” a qualsiasi condizione rappresenta una via di fuga semplice, interessante, ma completamente priva di fattibilità vista la situazione complessa che determina a oggi la situazione internazionale. Il problema semmai va ricercato nel processo mostruoso e rivoluzionario di globalizzazione giunto a compimento con l’era di Bush junior a cavallo tra XX e XXI secolo. All’epoca, ve lo ricorderete, il tema del No Global era un tema sposato dalla sinistra cosiddetta radicale e ha visto il suo apice a cavallo del 2001, quando il mondo tra le cariche brutali di Genova, e l’attentato delle torri gemelle, cambiò per sempre. Dopo questi due avvenimenti ben precisi infatti la cosiddetta sinistra ha smesso di mettere in discussione il processo sregolato e immane della globalizzazione, accettando de facto i cambiamenti che avrebbero poi privilegiato in modo determinante una certa visione del capitalismo, la più rapace variante del neoliberismo dei mercati. Il cambiamento per cui bisognerebbe lottare a livello europeo quindi, a nostro avviso, è di tipo culturale, una soluzione a medio e lungo termine in grado di modificare i valori che ispirano l’Ue e il suo funzionamento.

La destra nazionalista in questi anni sta infatti traendo vantaggio dalla miseria indotta dall’austerity dell’Ue, cavalcando l’onda del malcontento popolare e proponendo il ritorno agli Stati nazione sul modello di quanto starebbe facendo Orban in Ungheria, dove l’antisemitismo è tornato in modo preoccupante nella vita di tutti i giorni. Con il Front National di Le Pen in Francia che conquista consensi, e Grillo e Berlusconi che promettono facili soluzioni in Italia, il fronte dei No-Euro si ingrossa giorno dopo giorno.E la sinistra? La sinistra rischia di trovarsi letteralmente schiacciata tra chi si oppone ai No Euro difendendo l’orrido status quo, perdendo così ogni credibilità, e chi rilancia un altrettanto poco credibile “No Euro” subito da sinistra. Occorrerebbe invece cavalcare un movimento culturale che opponga i valori del rispetto della Costituzione e dei diritti dei lavoratori  a quello del profitto dei mercati e del grigio impero dei numeri, e per farlo appare chiaro che in un mondo ormai globalizzato questo andrebbe fatto a livello europeo, magari partendo dalle convergenze culturali che l’Italia ha, da sempre,con l’area Medierranea, quella più colpita dalla crisi economica europea che invece non ha colpito, se non in minima parte, la parte settentrionale del continente. Un Euromediterraneo potrebbe essere un obiettivo a lungo termine per cui lavorare piuttosto che accettare un futuro di declino inesorabile del quadro politico e sociale.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/tpcom/3246111473/”>TPCOM</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/”>cc</a

Gracchus Babeuf

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