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sabato , 21 gennaio 2017
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F35: uno sperpero lungo 15 anni!

Il ministro della Difesa, l’ammiraglio De Paola, annuncia che non ci sarà alcun taglio agli F35. La vicenda relativa ai caccia bombardieri va avanti da 15 anni e ci è costa e ci costa tutt’ora fiumi di denaro. In più l’aereo da guerra non sembra essere all’altezza delle aspettative. Breve inchiesta su uno spreco di tempo, energie e soldi che ci tormenterà – salvo cambi di rotta – fino al 2046.

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/8/post/2012/10/f35-uno-sperpero-lungo-15-anni.html

Chiunque abbia fatto una manifestazione, un sit in, un flash mob (la cui utilità politica è tutta da dimostrare) a favore dell’istruzione pubblica negli ultimi 15 anni sicuramente si ricorderà che uno degli slogan che hanno fatto da “tormentone” – oltre ai vari cori anti Zecchino, Berlinguer, Moratti, Gelmini, e qualsiasi altro ministro di turno – riguardava l’utilizzo dei fondi pubblici per finanziare gli F35 anziché la scuola e l’università. In effetti l’Italia è impegnata in prima linea, al fianco degli USA, per la ricerca e la costruzione dei caccia da guerra di ultima generazione, sin dal 1997. La decisione illo tempore fu presa dal ministro della Difesa Andreatta e fu votata dalle camere con un’ampia maggioranza bipartisan che stanziarono la cifra di 1 miliardo di dollari per partecipare alla fase 1 cioè “sviluppo e ricerca del progetto”.Il passaggio alla fase 2, con relativo esborso di un altro miliardo di dollari, si ha nel 2007 (ancora il governo Prodi) e prevede l’impegno dell’Italia nella costruzione degli F35 fino al 2046. Il che vuol dire che la faccenda ci riguarderà per ancora 34 anni! Firmatario nel 2007 dell’accordo con la Lockheed Martin – l’azienda produttrice dei caccia – e gli Stati Uniti fu il sottosegretario alla difesa Forcieri il quale, nel rapporto che fece alla Commissione della Difesa, portò tre motivazioni che giustificassero la scelta di impegnarsi nella progettazione, costruzione ed acquisto degli F35: da una parte la decisione italiana era in linea con quella degli altri paesi europei; secondo poi l’Italia è nella NATO; infine l’Italia, nel suo parco aereonautico, aveva a disposizioni solo aerei da “difesa”, mentre invece gli F35 sono differentemente aerei d’attacco. Ora, senza nulla togliere alle “indubbie” capacità politiche e giuridiche di Forcieri, sarebbe doveroso affermare che in primis se gli altri paesi acquistano i caccia non è detto che si sia costretti a farlo. Senza contare che in Europa, Italia a parte, solo Inghilterra ed Olanda hanno sottoscritto l’impegno allo sviluppo del progetto; la Norvegia e la Danimarca infatti, che pure han dato finanziamenti alla ricerca, sborsano insieme, sul totale del costo degli F35 l’1%. L’Italia, da sola, il 5%. Inoltre è vero che l’Italia fa parte della NATO ma la decisione sulla costruzione dei caccia non è della NATO bensì dei soli USA. Infine, tornando all’ultimo punto, l’articolo 11 della nostra costituzione sancisce che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Quindi, logica vuole, che, passi per i caccia di difesa, i caccia d’attacco, secondo la Costituzione, sarebbero inutilizzabili. Ai punti appena analizzati si aggiunge che, prima dell’acquisto degli F35, il nostro paese si era già impegnato, ed è tutt’ora impegnato, nella fabbricazione e nell’acquisto dei caccia Eurofighter – sarebbero gli aerei da “difesa” di cui parlava Forcieri – di cui “sopportiamo” il 20% delle spese insieme a Inghilterra e Germania. L’acquisto di ogni esemplare di Eurofighter è di 62 milioni di euro. Ma a detta di Forcieri gli Eurofighter erano insufficienti, inoltre stare al fianco degli USA nella produzione di F35, avrebbe – sempre secondo il sottosegretario prodiano – aumentato il prestigio italiano e anche lo “sganciamento” dalla subordinazione tecnologico-militare dagli stessi Stati Uniti. Forcieri però si dimenticò, all’epoca, di dire che i caccia pur se assemblati in Italia restavano sotto il controllo produttivo statunitense. Infatti sono gli americani a detenere i progetti ed inoltre tutti i pezzi di ricambio, in base all’accordo bilaterale, l’Italia si è impegnata ad acquistarli dalla casa madre.

Superate, o per meglio dire ignorate, tutte le critiche, “finalmente” inizia la fase di progettazione e produzione. Ed i problemi aumentano. Infatti rispetto a quanto preventivato, già nel giro di pochi mesi dall’inizio della progettazione, ci si rende conto che i costi di produzione e, di conseguenza, i costi di acquisto lievitanoLa fabbricazione passa da 50 a 92 milioni di dollari (un aumento dell’85%), il prezzo d’acquisto di ogni singolo aereo, invece, si alza dai 62 milioni di dollari previsti a 112 (+81%). E questo, ripetiamo, solo nei primi mesi. Già i primi aumenti fanno si che l’Italia, nel 2007, da che doveva pagare una rata di 20 milioni di euro si trova a strappare un assegno che è esattamente il doppio: 40 milioni. Ma i guai per questi benedetti F35 sembrano non finire. La prima “mazzata” colpisce dritto per dritto l’orgoglio yankee vedendo che i russi riescono a costruire, con ampio anticipo rispetto ai tempi previsti, il caccia SU-35 e, come se non bastasse, la RAND Corporation – società di analisi strategiche del ministero della Difesa USA – dichiara che il SU-35 è nettamente superiore “in velocità, viraggio e salita di quota all’F35”. I primi prototipi di F35 mostrano seri problemi sia di autonomia di volo sia per quanto riguarda l’invisibilità ai radar, tanto che la data di consegna per i primi modelli efficienti slitta dal 2014 al 2018. Altra batosta per gli USA arriva dalla Marina che in un rapporto stima che i costi di manutenzione degli F35 saranno del 40% superiori a quelli degli attuali caccia. E in questo chi ha la peggio è, ovviamente, l’Italia che, come detto prima, per quanto riguarda la manutenzione e il ricambio pezzi dovrà comunque fare affidamento sugli americani. La vicenda degli F35 diventa talmente dispendiosa che nel gennaio di quest’anno Robert Gates, segretario della difesa americano, non esclude che “se entro due anni i problemi tecnici agli F35 non saranno risolti il governo abbandonerà il progetto”. Come a dire: “Per 15 anni abbiamo speso soldi ed energie inutilmente”. E se anche un ultra-repubblicano come McCain si dice favorevole alla proposta di Gates, è tutto dire. Nonostante tutto ciò il governo Prodi II prima e il governo Berlusconi III dopo ratificano l’accordo sugli F 35.

Arriviamo agli ultimi mesi. Il governo Monti, sceglie un tecnico come ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. L’ammiraglio, appena nominato, subito dichiara che “in base alla manovra lacrime e sangue del governo anche il progetto F35 è a rischio”, salvo rettificare una settimana dopo sul Corriere della Sera: “Gli F35 non si toccano”. Ma Di Paola ci tiene a dare un colpo al cerchio ed una alla botte. Così all’approvazione della spendig review annuncia “Il progetto F35 resta ma gli aerei che l’Italia si era impegnata a produrre e fabbricare passano da 131 a 90”. Questo è il colpo che Di Paola da al cerchio. Ciò che resta chiuso nella botte e che l’ammiraglio non dice è che il prezzo per ogni singolo aereo è ulteriormente aumentato da 80 milioni a 127! Ora, se la matematica non è un’opinione, calcolatrice alla mano nonostante la diminuzione di numero degli esemplari da produrre verrebbe una spesa totale maggiore rispetto a quella inizialmente preventivata. Queste cifre però, secondo il generale Claudio De Bortolis – Segretario generale della Difesa – si son sempre sapute e il prezzo di 80 milioni è sempre stato “un tarocco”. Anzi, secondo il dossier De Bortolis, il prezzo esatto degli F35 sarebbe addirittura maggiore, precisamente di 131 milioni. De Paola non si scompone. Gli F35 s’hanno da fare, e se i soldi non ci sono, si trovano. Come si trovano? Magari con il taglio al personale della Difesa! Infatti la spendig review prevede di ridurre il personale del 20% cioè 43.000 unità, 30mila militari e 13mila civili. Meno uomini e più mezzi. Del resto a che servono le persone – si chiederà De Paola – quando abbiamo gli F35? Magari a guidare gli F35 stessi, se non fosse che per la tecnologia avanzata di questi velivoli occorrerebbero dei corsi speciali di pilotaggio per formare piloti altamente specializzati. Attualmente in Italia i piloti formati per guidare questi aerei un numero vicino allo zero, tant’è che i primi otto F35 già disponibili marciscono inutilizzati allo stabilimento di Novara.

Ma per Di Paola la questione è anche di bilancio economico e lavorativo. Secondo il Ministro rinunciare agli F35 sarebbe una catastrofe per Finmeccanica. Il progetto F35, infatti, coinvolge 100.000 lavoratori in tutto il mondo di cui 24.000 solo nel nostro paese. La maggior parte si trova nello stabilimento FACO di Cameri, provincia di Novara. Lo stabilimento in questione è un’altra nota dolente della questione, in quanto pur essendo uno stabilimento della JSF – l’azienda produttrice degli F35 – è stato interamente costruito dallo Stato italiano senza che i “proprietari” sganciassero un centesimo per strutture e macchinari. Ammontare complessivo della FACO: 1 miliardo di euro. Cifra che si aggiunge ai già tanti – troppi – soldi spesi per gli F35. Ma, proprio considerato che lo stabilimento è pubblico, pur se gestito da privati, nell’eventualità di uno stop alla produzione dei caccia non si potrebbe riconvertirlo in produzione di aerei civili, evitando così la perdita dei posti di lavoro? De Paola, solo a sentir la proposta, si tura il naso. Gli F35 vanno costruiti, nonostante tutto, nonostante il continuo sperpero di soldi in un periodo economico così delicato, con tagli a tutti i servizi pubblici, l’Italia ha bisogno di un nuovo parco di aerei militari. Evidentemente gli attuali 161 caccia militari a disposizione, di cui 90 sono già caccia di ultima generazione (i famosi Eurofighter di cui sopra) non bastano per le eventuali “mire espansionistiche” del nostro paese.

Al di là dello sperpero economico, la domanda che si pone è sempre la stessa, banale, vecchia, pedissequa, ingenua, domanda, legata a quell’articolo 11 della costituzione già citato. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa. Ma, senza illusioni, è bene considerare che evidentemente la nostra costituzione è solo un passatempo per i nostalgici fuori moda e per le matricole di giurisprudenza. La realtà, purtroppo è ben altra. L’Iraq, l’Afghanistan e la Libia, in tempi più recenti, lo han dimostrato. L’Italia si arma … Albania, Abissinia, Etiopia e Grecia sono avvertite. Siamo tornati!

Antonio Siniscalchi
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