Facile dire evasione...Tribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Facile dire evasione…

Facile dire evasione…

Con il recente provvedimento inserito nella legge di stabilità, il governo Renzi, innalzando il limite di utilizzo del contante, ha risollevato il solito polverone su come quest’ultimo vada a favorire l’evasione fiscale. In parte questo può essere vero, ma la narrazione che ci viene servita dai media mainstream si guarda bene dallo sviscerare il problema e preferisce limitarsi a creare tra le due tifoserie, quella del lavoro salariato tendenzialmente sinistrorso e quella del lavoro indipendente tendenzialmente destrorso, un eterno conflitto che alla fine risulta essere solamente una cortina fumogena per coprire “il terzo che gode”.

L’evasione fiscale, definita come riduzione o annullamento completo del prelievo fiscale che il  contribuente  deve allo Stato, è un fenomeno molto complesso che si sviluppa attraverso l’utilizzo di vari metodi di violazione delle normative fiscali. Dalla mancata emissione di documenti fiscali (fatture/scontrini) fino all’emissione di fatture false passando per l’alterazione delle dichiarazioni dei redditi/documenti su voci non imponibili e “transfer pricing”, le tecniche per aggirare il Fisco si sono affinate e sono diventate sempre meno rilevabili.

Secondo lo studio di Krls Network of Business Ethics l’evasione fiscale si può scomporre in cinque filoni principali:

  • Economia sommersa
  • Economia criminale composta dai proventi delle attività criminali da cui lo Stato non riesce a percepire entrate fiscali (non verrà analizzata in questo contributo)
  • Evasione delle big company
  • Evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese
  • Evasione delle società di capitali

La narrazione corrente e diffusa, come abbiamo già detto, si concentra molto spesso sull’evasione di indipendenti e piccole imprese (la cosiddetta microevasione) ma, nonostante i dati siano difficili da produrre, stanno affiorando elementi che riescono a fare chiarezza dando un ordine di grandezza e valutando effettivamente quali sono i contributi delle singole aree al fenomeno complessivo che erode una percentuale variabile, a seconda delle stime, intorno al 20% del PIL nazionale.

Le proiezioni fatte mettono in risalto come la grossa evasione, quella che pesa in modo determinante sulle risorse dello Stato non deriva unicamente dagli scontrini non fatti, ma proviene da attività bancarie e finanziarie, attività delle multinazionali, di società di capitali e dall’economia sommersa composta da tutte le attività economiche celate al fisco  ed i rapporti lavorativi in nero.

In Italia su 800.000 società di capitali, il 52% ha redditi negativi, il 26% dichiara meno di 10.000 €; l’evasione ipotizzata di quest’area arriva ad incidere sui bilanci dello Stato per 15 miliardi.

Un terzo delle multinazionali o “Big Company” con attività in Italia chiude i bilanci in perdita e non paga le tasse utilizzando il “transfer pricing” per traslare costi e ricavi  tra società dello stesso gruppo in paesi a minor tassazione e minor controllo fiscale. L’evasione in questo settore è stimata sui 27 miliardi ma, visti i fatturati ufficiali, potrebbe essere molto superiore.

L’evasione proveniente dal settore bancario è difficilmente valutabile con precisione ma dalle attività di gestione del credito che permette attraverso la fuoriuscita dal bilancio dei cartolarizzati verso le società SIV partecipate (sconosciuti i volumi di vendita sotto banco) ed la contabilità creativa dei crediti l’evasione di quel 27.5% di IRES che dovrebbe essere versato allo Stato potrebbe portare ad accumulare parecchie decine di miliardi di euro. In questo caso il limite tra legalità e illegalità si fa sempre più sottile con operazioni finanziarie ormai articolate e sfuggenti. Se aggiungiamo poi  che nelle trattative con il fisco su evasioni rilevate le Banche come MPS, Intesa e Unicredit spuntano sconti fino all’80% su cifre di miliardi di euro, ci rendiamo conto di come lo Stato faccia sempre il forte con i deboli e il debole con i forti.

L’evasione proveniente dai lavoratori autonomi e piccole imprese viene valutata intorno agli 8 miliardi di euro.

Risulta chiaro che ogni banalizzazione sulla questione dell’evasione tende a nascondere questi ordini di grandezza e ad aizzare, attraverso il solito dividi et impera, la solita guerra tra poveracci, tra i quali, probabilmente c’è anche colui che, obbligato a fare “il nero” per sopravvivere, non andrà mai a comprarsi 3.000 euro di beni di lusso ma li spenderà per sfamare la propria famiglia. Questo è un aspetto molto importante per chi decida di mettersi a fare analisi di classe e studi le mutazioni della società cercando di comprendere come il concetto e la composizione di classe si siano estremamente modificate nel corso degli ultimi decenni.

Un aspetto importante da sottolineare in questo discorso è la tendenza a vedere nell’eliminazione del contante la panacea di tutti i mali dimenticando che oggi il 95% della moneta circolante è già elettronica.

In linea di principio, effettivamente l’idea di avere ogni transazione tracciabile andrebbe a favore del controllo e della trasparenza, ma siamo sicuri che tutto questo serva veramente? Le grandi società, che come abbiamo visto contribuiscono in modo determinante ai proventi totali evasi, hanno a disposizione personale specializzato e professionisti che lavorano quotidianamente e non faranno altro che inventarsi qualche giochetto alternativo per fare emergere i soldi evasi su un conto in qualche paradiso fiscale. D’altro canto i piccoli saranno rivoltati come calzini e controllati in ogni piccola spesa.

La questione centrale, su cui interrogarsi nel merito dell’eliminazione del contante, è chi gestirà il processo e a chi andranno i vantaggi di questa operazione che si può definire storica visto che ci scambiamo moneta fino dall’antichità? Siamo sicuri che i rapporti di forza tra cittadini, Stato e sistema bancario consentano una transizione a favore della collettività che abbia il solo fine di far pagare le tasse a tutti? Io personalmente sono scettico e credo che questo accrescerebbe a dismisura il potere delle banche a scapito dei cittadini i quali non potranno più disporre liberamente delle proprie risorse, ma dovranno sempre e comunque interagire con un ente terzo che faccia da intermediario tra essi ed i propri averi. In realtà questo è già molto diffuso oggi, ma renderlo obbligatorio,  significa avere in mano la vita di milioni di persone in termini di controllo delle operazioni, ricostruzione delle proprie abitudini e controllo indiretto della loro vita. Quando si parla di controllo ricordiamo che nulla di questo pare debba essere posto sotto il controllo democratico dello Stato ma verrà lasciato al sistema bancario e ai suoi appetiti, il sistema che i suoi trucchi ha contribuito a farci precipitare nella peggiore crisi economica dopo quella del 1929.

Lungi dal voler giustificare l’evasione fiscale che è da condannare e toglie risorse importanti alla collettività,  deve essere chiaro che una lotta, vera e non solo promessa, contro questo fenomeno culturale, complesso, opaco e molto spesso strumentalizzato dalla politica, passa attraverso il riconoscimento dei principali attori di questi processi deviati e attraverso la determinazione e la volontà dello Stato nel perseguire non solo i facili pesci piccoli ma anche gli squali che da qualche decennio indisturbati infestano i nostri mari.

Michele Berti

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