Fenomenologia del cambiamento già fallito. Perché ha ragione Fabrizio BarcaTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Fenomenologia del cambiamento già fallito. Perché ha ragione Fabrizio Barca

Dalle parole di Fabrizio Barca uno spaccato interessante sul quadro politico italiano. Tra instabilità, personalismi e poteri forti, tutta la crisi della rappresentanza in Italia. Sullo sfondo una società frazionata in cui i rapporti di forza, sbilanciati a favore di chi detiene il potere economico, sono tutti da ristabilire. 

Fonte: Oltremedianews

Comunque vada sarà un flop. Il nuovo corso inaugurato da Renzi e dai Cinque Stelle nell’ultimo anno che li ha visti protagonisti sarà destinato ad influenzare la vita politica del Paese per molti anni, ma la sensazione è che quel cambiamento tanto agognato non arriverà mai, se non in peggio.

A confermare le mie perplessità soccorrono le parole di un uomo di spessore come Fabrizio Barca, il quale in un colloquio telefonico orchestrato dagli autori della Zanzara di Radio24 affidava le proprie riserve sul governo nascente ad un finto Nichi Vendola. Una telefonata dai contenuti, se vogliamo, addirittura drammatici nel descrivere l’attuale deriva della politica italiana. ‘’Non amo gli assalti. Sono sotto pressione, Nichi…Ma io non ci penso proprio, tanto per essere chiaro, ma proprio proprio!’’ sbotta l’ex ministro a proposito delle continue fughe di notizie che lo darebbero vicino al dicastero dell’economia. Il motivo è presto dato: ‘’E’ una cosa dove non c’è un’idea, c’è un livello di avventurismo. Non essendoci un’idea, siamo agli slogan. [...] vedo uno sfarinamento veramente impressionante’’.  Cioè, il metodo è contenuto… – conclude poi Barca – Tutto questo è avvenuto con irresponsabilità e dei modi, con un livello di personalismo, con un passaggio all’io…’’.

Non poteva descriverlo meglio Fabrizio Barca il contesto politico attuale. Con un Renzi rampante verso il governo, unBerlusconi redivivo, un Grillo nei panni dell’anti-sistema. Tre uomini come interpreti e seduttori della pancia e delle fantasie degli italiani. Tre personaggi che arrivano a monopolizzare la scena politica italiana inserendosi in un contesto di forte crisi esconomica, sociale, culturale, in un Paese senza governo politico da ormai quasi 10anni dove la disillusione allontana il corpo elettorale e deteriora gli strumenti di accesso dei cittadini alla vita politica.

Barca la chiama la politica degli slogan, in realtà il peccato originale che trasforma la promessa in inganno irrealizzabile sta dietro il viso giocoso di Matteo Renzi, il solito sorriso ottimista da ‘’paperon de’ paperoni’’ di Silvio Berlusconi, le battute sferzanti di Beppe Grillo dalle piazze reali e virtuali: dietro ogni grassa risata che beffarda seppellisce e anestetizza il dolore collettivo, dietro ogni riforma che attacca i diritti dei meno abbienti, dietro ogni tentativo di depistare la formazione di un pensiero critico ed ogni difficoltà nell’organizzazione del dissenso c’è il vero tema centrale che emerge in questo primo scorcio di XXI secolo: quello della rappresentanza.

Dove nasce l’ingovernabilità? Qual è il momento storico in cui le idee cedono il passo ai personalismi? Quando la sinistra ha smesso di fare la sinistra, e com’è che i sindacati hanno perso la loro efficacia nei rapporti di forza con i potenti?
Rappresentanza alle urne, ma anche democrazia e partecipazione nel mondo del lavoro. Il punto è che siamo di fronte ad una società sempre più complessa, frazionata, dinanzi alla quale anche le strutture istituzionali tradizionali impostate dal costituzionalismo post-guerra cominciano a scricchiolare. Un punto di svolta lo si avvertì all’inizio del ‘900 quando l’alba della società di massa metteva in crisi i modelli di stato liberale borghese.
Ci sono volute due guerre e terribili esperienze dittatoriali per dare una coerente risposta alla domanda di partecipazione avanzata dal popolo. Allora la soluzione fu trovata con il parlamentarismo delle costituzioni democratiche moderne: dinanzi ai conflitti inevitabilmente insiti in una società complessa – divisa in classi, direbbe Marx – si individuò nel procedimento democratico lo strumento con il quale incanalare il conflitto e trasformarlo in proposta politica. Questo ce l’avevano ben presente i nostri padri costituenti, i quali impostarono una legge elettorale proporzionale proprio per consentire a tutta la società di essere rappresentata; non solo una questione di principio, ma sottesa alla soluzione adottata ci fù proprio una valutazione politica in base alla quale si voleva ricostruire la composizione della società all’interno di un’aula parlamentare al fine di riprodurvi il conflitto in chiave programmatica.
Rimaneva da risolvere il nodo della partecipazione alla vita politica del Paese nel corso della legislatura. Un problema che persino Rousseau si poneva quando riteneva gli inglesi liberi una volta ogni 5 anni – in corrispondenza delle elezioni – e schiavi per tutto il resto del tempo. In questo i partiti di massa e i sindacati hanno avuto una funzione eccezionale: fare da collante tra il palazzo e la popolazione, filtrare le proposte, creare opinione, diffondere il sapere.

Oggi il contesto è molto più complesso. Ad una società divisa in blocchi in cui i rapporti di forza si misuravano sulla contrapposizione padroni-operai con l’URSS sullo sfondo, si è sostituito oggi un mondo dove il pericolo sovietico è stato mutuato da una globalizzazione che avvantaggia i capitali e ricatta i lavoratori. La società è cambiata, si è parcellizzata e l’organizzazione degli interessi dei più deboli è sempre più difficile.
Così la maggiore complessità delle istanze si è riprodotta nelle difficoltà dei soggetti politici tradizionali nel recepirle. Il distacco della politica dal cittadino comincia da qui. Senza questa valutazione di fondo non si può comprendere come nei rapporti di forza i lavoratori abbiano subito innumerevoli riforme a proprio discapito, sia a livello nazionale che europeo. Né si può comprendere la storia politica italiana degli ultimi decenni, votata all’instabilità e all’affermarsi del ‘ghe pensi mi’, in un suicidio politico collettivo che Stefano Rodotà ha più volte definito come l’autanasia della democrazia italiana.

Interessante, per una verifica empirica di quanto detto, è soprattutto la serie di fallimenti politici che hanno segnato le esperienze di governo degli ultimi venti anni aprendo le praterie al fenomeno Cinque Stelle. Senza dimenticare gli albori della seconda repubblica anticipati dalla retorica craxiana, l’epopea berlusconiana è stata solo uno degli elementi caratterizzanti un’epoca in cui la crisi delle ideologie e la fine dei partiti di massa ha portato allo scardinamento tassello per tassello dell’impianto del nostro welfare state: dalle liberalizzazioni selvagge alle prime norme restrittive dei diritti di sciopero dei lavoratori, passando per le riforme del mercato del lavoro che hanno fatto conoscere il volto della precarietà, e per finire con l’abolizione della scala mobile ed i continui ritocchi in peius al sistema pensionistico.
Quanto di tutto ciò era preventivabile da chi credeva nel sogno di una sinistra al governo? Tanti sacrifici, ma in cambio alcun beneficio; la crisi, gli scandali e l’ottusità delle politiche restrittive di matrice europea hanno fatto il resto. E’ così che il clima attorno alla classe politica si è fatto pesante. Se però in altri contesti sarebbe bastato un esame di coscienza di una forza politica matura capace di individuare i problemi e di portare il Paese fuori dalla palude, la peculiarità italiana, che ha visto egemonica la figura di Silvio Berlusconi, ha prodotto un avvitamento delle forze politiche su se stesse con unacristallizzazione degli assetti di potere sempre più avulsi dal maturarsi delle insofferenze della società reale.

La risposta al malessere crescente provano a darla oggi Renzi e i Cinque Stelle. D’accordo con le dovute differenze, ma gli strumenti usati non sono troppo dissimili: la web-democrazia e le primarie ogni 6mesi sono una risposta non troppo diversa a quel problema posto da Rousseau sul raccordo Parlamento-cittadini.
Ma perché allora i Cinque Stelle come Renzi faranno flop? Ancora una volta ci è utile Fabrizio Barca che parla di ”avventurismo della politica”, a me piace individuare il problema nel peccato originale di una carenza di analisi. Una distinzione del piano elettorale con il piano della progettualità politica è inevitabile in un Paese dove si vive continuamente in un clima da pre-elezioni. Una cosa è infatti prendere in considerazione dieci problemi, chiudersi in una stanza con qualche fedelissimo o affidare la discussione al web, e stilare una lista di altrettante soluzioni, metterci infine un volto forte e rendere accattivante il tutto in termini di consenso. Un’altra è realizzare un progetto politico per il futuro.
Che società vogliamo? Qual è la nostra idea di benessere? Che spiegazione diamo alle enormi diseguaglianze che tornano a crescere nel mondo contemporaneo? Da dove viene la crisi e come uscirne? ‘’Il metodo è contenuto’’ ricorda Fabrizio Barca. Ma alzino la mano quanti possono affermare di aver udito dai Cinque Stelle o da Matteo Renzi una risposta ad almeno una di queste domande. Il metodo è contenuto, per l’appunto, e se non ci si pongono le giuste domande al momento opportuno quanto di buono viene proposto nell’immediato rischia di cancellare i benefici nel prossimo futuro. E’ questo il peccato originale di tutti i soggetti politici attualmente presenti nel panorama politico italiano, ed insieme ne è lagaranzia del fallimento.

Sì perché, mutuando un’espressione usata in questi giorni, la filosofia non è aria fritta e non può andare in pensione senza con questo trascinare l’uomo nell’oblio che ha condotto alle catastrofi mondiali del XX secolo. Per capire quanto sia importante porsi le giuste domande basta ricordare che per un singolo insignificante problema esistono un numero infinito di possibili soluzioni: non esiste l’unica via.
Certo, una decisione ad un certo punto va presa, ma siamo sicuri che sia sufficiente decidere caso per caso con un voto democratico come propongono i Cinque Stelle? Per fare un esempio, anche solo una domanda sul concetto di benessere racchiude in sé molteplici risposte: dagli utilitaristi alle curve di Rawls, una risposta ad una semplice questione genera un differente approccio, più o meno favorevole, verso le politiche di redistribuzione.
Scendendo su un piano più concreto, poi, il rischio è di incappare in errori colossali come quello in cui si sono imbattuti i Cinque Stelle a proposito del programma elettorale sulla scuola; il pdf è scaricabile, e alla stessa voce relativa all’istruzione campeggiano due proposte in palese contraddizione tra loro: abolizione della riforma Gelmini e abolizione del valore legale del titolo di studio. No, nessuna scusante, se si fosse fatta quantomeno una riflessione sul valore del sapere come arma contro le prevaricazioni, e conseguentemente sul modello di scuola e università che si vuole adottare in questo Paese, non si potrebbe mai pensare di proporre l’abolizione di una riforma improntata su una progressiva idea di privatizzazione dell’Università, salvo poi consegnare al mercato le valutazioni su questo o quell’istituto abolendo il valore legale del titolo di studio – misura tra l’altro auspicata dalla stessa Gelimini.

Si tratta di un semplice esempio, ma i casi andranno moltiplicandosi proporzionalmente agli incarichi di governo che i Cinque Stelle potrebbero ricoprire nel prossimo futuro. Non basta la web-democrazia per certificare una proposta come giusta: occorre qualcosa di più, occorre un ragionamento condiviso che non può essere lasciato alla facoltà del singolo nella sua solitudine dinanzi ad un PC, perché una democrazia senza contenuti rimane un flusso informe di pensiero, cessa della sua capacità di raggruppare istanze e bisogni e consegna i destini di un popolo nelle mani di un’oligarchia.
E’ questo il vizio di fondo di tutte le risposte che oggi si danno alla crisi di rappresentanza: l’incapacità di un’analisi di fondo che dia alla gente gli strumenti intellettuali, oltre che fisici, per partecipare alla vita politica del Paese.
E niente scusanti per chi si dice nuovo, ingenuo e in divenire; nessun beneficio dell’ingenuità a chi mette in piedi meccanismi autodistruttivi, perché sulle parole – e sui click di un mouse, verrebbe da dire – si gioca il futuro dell’Italia. Che idea hanno del mondo Matteo Renzi e i Cinque Stelle? Finché non ce lo diranno, come suggerito dallo stesso Barca, non ci sarà affatto da fidarsi.

   Michele Trotta

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top