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venerdì , 20 gennaio 2017
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Ferguson e le Pantere Nere

Ferguson e le Pantere Nere

A seguito della rivolta di Ferguson originata dal brutale assassinio di un giovane di colore da parte di un agente di polizia, a Dallas sono sfilate anche le nuove “Pantere Nere”, ovvero i membri dello Huey P. Newton Gun Club, dedicato a uno dei fondatori delle Pantere Nere originarie. 

C’è  una storia, quella delle Black Panthers, che spesso ci si tende a dimenticare. Il XX secolo del resto è stato un secolo intenso ma nella storiografia contemporanea si tende a minimizzare e a dare poco peso a quelli che furono i rivolgimenti interni e la loro relativa spietata repressione negli anni Sessanta e Settanta degli Stati Uniti. La pace sociale negli Usa non c’è mai stata a dispetto della propaganda, immutata, che presenta gli Stati Uniti come la patria del melting pot e dello spirito americano che supera anche le barriere del razzismo. Una propaganda patinata cui bisognava credere nell’ottica della Guerra Fredda dal momento che dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’ “impero del male” come propugnato da Reagan nel 1983. Insomma, il razzismo negli Stati Uniti è sempre stato considerato una sorta di “male necessario” o comunque un qualcosa che non poteva certo mettere in discussione la superiorità della “democrazia” nei confronti della aborrita dittatura “comunista”. Le Pantere Nere furono protagoniste di quel periodo e godettero anche di una buona reputazione all’estero fin quando non iniziò la sua parabola discendente soprattutto a causa della spietata repressione del governo che non poteva ovviamente sopportare una organizzazione di impronta marxista attiva nel proprio territorio. Il simbolo scelto era quello della pantera nera, e derivava dalla preesistente “Organizzazione per la libertà della contea di Lowndes“, in seno alla quale i membri del futuro Black Panther Party iniziarono a organizzarsi politicamente.

Il tutto nacque a Oakland, in California, nell’ormai lontano 1966 grazie a due ex compagni di scuola, Huey Newton e Bobby Seale. Il gruppo voleva sviluppare il movimento di liberazione degli afroamericani in un contesto contrassegnato ormai dal razzismo più becero che si concretizzava anche con continui soprusi e violenze fisiche subite dalla popolazione di colore. Come se non bastasse, e fu questa una parte ignobile della storia degli Stati Uniti che si cerca di omettere o dimenticare, la popolazione di colore era discriminata anche socialmente, politicamente e legislativamente, eppure nonostante tutto l’Occidente continuava a parlare di diritti umani al blocco sovietico. Uno dei personaggi più eminenti del movimento di liberazione di quel periodo era Malcolm X, e nel 1968 fece storia il gesto di John Carlos e Tommy Smith alle Olimpiadi di Città del Messico, quando celebrarono la loro vittoria con due pugni chiusi con la mano guantata di nero, il simbolo delle Pantere Nere. Ovviamente le autorità americane espulsero subito i due dalla squadra olimpica, ma anche di questo sembrano essersi tutti dimenticati in nome della lotta al comunismo, il male assoluto appunto.

Le Pantere Nere sostituirono al principio della “non violenza” quello dell’autodifesa come strumento di lotta, e infatti cominciarono a praticare il “Patrolling” ovvero un insieme di pattuglie con armi in vista durante le azioni della polizia in modo da monitorarne l’operato e limitarne gli abusi sulle persone di colore. Ma la cosa che più spaventava Washington non era tanto l’autodifesa dal razzismo quanto il declinare la discriminazione dei neri all’interno dell’ottica marxista-leninista della lotta di classe; in sostanza le Pantere Nere criticavano il capitalismo opponendosi alla struttura capitalistica della società statunitense, e questo ovviamente non poteva in alcun modo essere tollerato.

Tutta questa premessa per arrivare a oggi, a Ferguson, nell’America del XXI secolo, quella senza il pericoloso comunismo a minacciarne la democrazia. E negli Usa del 2014 si scopre che le violenze della polizia non sono finite, anzi, sono diventate quasi routine e ciclicamente provocano la reazione della comunità afroamericana, stanca dell’ennesima violenza subita e dell’ennesimo lutto. A Dallas,in una manifestazione di protesta e solidarietà con i fatti di Ferguson, qualche giorno fa hanno sfilato centinaia di persone nell’ambito dell’iniziativa “Don’t ShootDallas”, veicolata dall’hashtag #DontShoot sui social media. Qui assieme a loro hanno sfilato anche una trentina di associati, armi in pugno, dello  Huey P. Newton Gun Club, il club dedicato al fondatore delle Pantere Nere. In molti hanno quindi pensato che fossero ritornate le “Pantere Nere” nel vedere trenta persone armi in pugno come monito alla polizia e come riaffermazione del diritto all’autodifesa.Il corteo si è poi concluso davanti  un ristorante dove pranzavano alcuni poliziotti cui è stato anche chiesto conto dell’omicidio di JAson Harrison, il ragazzo ucciso il 14 giugno mentre impugnava un cacciavite davanti alla polizia. Questo attivismo della comunità afroamericana che non sembra più disposta a tollerare abusi di potere da parte della polizia arriva in un momento delicato per l’amministrazione Obama per quanto riguarda la situazione internazionale.  La sensazione è che senza una inversione di tendenza la protesta sociale potrebbe espandersi coinvolgendo tutti gli strati marginali della popolazione americana che hanno difficoltà sbarcare il lunario e vivono ogni giorno sulla propria pelle il degrado e la discriminazione.

BN

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