Fiat, con l’entrata in Borsa di Chrysler la fusione è a rischioTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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Fiat, con l’entrata in Borsa di Chrysler la fusione è a rischio

Le dichiarazioni al vetriolo che si sono scambiate le parti hanno portato, in questi giorni, ad un inasprimento dello scontro: da un lato Chrysler  prossima ad essere quotata a Wall Street, dall’altro Fiat che rema contro. L’esito, quale che possa essere l’accordo finale, non è affatto scontato.

Se le premesse su cui si fondava la trattativa paventavano, di comune accordo, la ormai probabile e ‘quasi certa’ fusione delle due case automobilistiche, ora non è più così. Le prospettive delle due aziende non convergono più al centro di un identico scenario condiviso, sembrano non mirare più ad una frontiera di possibilità preventivate e calcolate di comune accordo.

A far mutare rotta alle cose hanno concorso, da un lato le pressioni del Veba, fondo assistenziale degli “United automobile Workers”, affinché Chrysler entri in Borsa il più presto possibile, dall’altro il netto rifiuto della Fiat a fronte di questa possibile strategia di sviluppo. Le posizioni dello scontro si sono radicalizzate progressivamente fino al ‘botta e risposta’ degli ultimi giorni, quando l’azienda torinese ha annunciato che starebbe rivalutando le basi programmatiche stesse dell’accordo in questione con il colosso dell’auto americano.

Come si è arrivati a ciò? Gli interessi del fondo assistenziale del sindacato UAW, fondo detentore del 41,5% delle azioni Chrysler, si sono manifestati ormai in tutta la loro chiarezza: l’obiettivo preminente è quello di massimizzare i profittivendendo quote di Chrysler nel mercato azionario. Per raggiungere questo fine il Veba cerca di giocare bene le sue carte; secondo i suoi calcoli, l’azienda americana di automobili sarebbe stimata intorno ai dieci miliardi di dollari e, da una possibile cessione del suo pacchetto azionario il fondo per i sindacati spera di ricevere circa cinque miliardi di dollari. Se però Chrysler ha dato il via alle operazioni necessarie per la sua imminente quotazione a Wall Street, Fiat si opponeduramente ad un’eventualità del genere.

Le motivazioni? Il gruppo capitanato da Marchionne è sì interessato alle azioni in possesso del Veba, ma interesse del Ceo sarebbe un acquisto del pacchetto Crysler diretto e senza passare per Wall Street; l’offerta di Marchionne per ottenere questo risulta comunque essere meno di quanto il fondo assistenziale ritenga per sé conveniente. Di qui la svolta: il contenzioso tra le parti ha imboccato la strada giudiziale, ma dato che per avere una ‘’valutazione” esterna si dovrà attendere mesi, il Veba ha pensato bene, se non è possibile monetarizzare con Fiat, di collocare circa il 16% del proprio pacchetto azionario direttamente sul mercato.

Durissime le reazioni Fiat, dal prospetto ufficiale depositato dalla Chrysler alle autorità borsistiche di New York, si legge: “ Fiat ci ha informato che sta riconsiderando i costi e benefici di una ulteriore espansione della sua relazione con noi e i termini in base ai quali Fiat proseguirebbe la sua condivisione di tecnologia, impianti produttivi e risorse manageriali e ingegneristiche”, e ancora: “ Fiat ci ha informato che sta valutando i potenziali effetti dell’offerta pubblica, su come considerare se continuare o no ad ampliare l’alleanza al di là degli esistenti impegni contrattuali”.

L’ ‘’arma’’ usata da Chrysler, quella cioè di collocare il proprio pacchetto azionario in Borsa, senza cederlo direttamente a Marchionne ad un prezzo poco conveniente, sarebbe però a doppio taglio, già Erik Gordon, dell’università del Michigan spiega: “Se Veba pensava di mettere Marchionne sulla difensiva, ora si trova davanti alla contromossa..perchè se il valore dell’ Ipo (offerta al pubblico dei titoli della società n.d.a.) è troppo basso, perde Veba.” Lo scenario potrebbe risolversi in maniera del tutto inaspettata, fa sapere Richard Hildgert, analista di Morningstar: “L’Ipo, in realtà potrebbe non avvenire perché non è né nell’interesse di Fiat né in quello del fondo Veba..stiamo assistendo ad una danza negoziale, ad un accordo”.

In ogni caso la fusione tra le due società è a rischio? John Elkann commenta laconico: “ C’è un percorso che è stato definito. Se l’Ipo ci sarà , ci sono due società e questo è diverso che una società sola”. Il presidente del gruppo Fiat, a margine di un convegno, si è lasciato andare ad un esame circa la situazione dell’azienda nel mondo: “La componente italiana di Fiat-Chrysler si è rafforzata. Non si è capito però che la componente italiana non è più predominante come nel passato. Siamo riusciti a espandere il nostro ruolo nel mondo, e così sici siamo rafforzati. E’ una questione di pesoassoluto e di peso relativo: la componente italiana è cresciuta, ma pesa meno di un tempo nel contesti di un gruppo mondiale; e guai se non fosse così. Nel 2014 prevediamo di vendere più auto in Sud america che in Europa”, continua Elkann:” La decisione di investire su prodotti ad alto valore aggiunto come la Maserati e l’Alfa non sarebbe possibile se non avessimo raggiunto dimensioni globali. Ci vorrà del tempo per comprenderlo, ma sarà sempre di più così”.

Possibile che lo scontro non sia, alla fine, nient’altro che una prova di forza tra le due parti in gioco, ciascuna impegnata a ‘riassestarsi’ nel mutevole quadro del mercato globale; meno facile indovinare però quali saranno le prossime ‘mosse’: se cioè Chrysler si manterrà al fianco dell’azienda torinese attingendo da tutto il suo bagaglio di conoscenze tecniche e ingegneristiche, o se non risulterà Fiat, piuttosto, essere una ‘palla al piede’ del colosso americano. Dal momento che la Chrysler stessa prevede, se la fusione non ci sarà, di correre rischi, fa sapere, “associati alle attività proprie di Fiat e alle sue condizioni finanziarie”.

Edoardo Cellini

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