Flat Tax: una proposta fatta dai ricchi per i ricchiTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Flat Tax: una proposta fatta dai ricchi per i ricchi

Prendi una famiglia di quattro persone con entrate mensili medie di 2mila euro. Prendi due figli uno in età scolare e l’altro al primo annodell’università, una casa acquistata da qualche anno con un mutuo da pagare, le tasse universitarie, le spese mediche, i costi dei gestori, i tributi, i trasporti. Prendi il reddito medio-basso di una normalissima famiglia italiana e mettici accanto l’ultima proposta della Lega in materia di tassazione, la Flat Tax; il risultato è un disastro, spieghiamo perché.

Fonte: Oltremedianews

Prima di entrare nel merito della proposta leghista bisogna però chiarire il sistema odierno di tassazione. Semplificando molto oggi in Italia esistono tre tipologie di tributi: le imposte dirette sui redditi, le imposte indirette sui consumi e il grande calderone dei tributi locali destinati al finanziamento degli enti territoriali e dei servizi da questi resi. La principale imposta sui redditi si chiama IRPEF e tassa tutti i redditi percepiti dalle persone fisiche, cioè tutti gli incrementi di patrimonio riscontrati in un certo periodo (un anno solare ad esempio): pensioni, stipendi dei lavoratori dipendenti, compensi per i lavoratori autonomi, canoni da locazione, per citarne alcuni. Il sistema è fortemente influenzato da alcuni sacrosanti principi stilati dall’art. 53 della Costituzione: uno è il necessario collegamento della tassazione con la capacità contributiva (nessuno può essere tassato per un fatto che non può essere inteso come manifestazione di forza economica); l’altro è il criterio della progressività.

Le modalità con cui questi principi incidono sulla disciplina della tassazione sui redditi sono molteplici. Così ad esempio la classica aliquota, cioè la percentuale di reddito lordo percepito che deve essere versata come imposta allo Stato, risponde al principio della capacità contributiva: su un reddito di 40mila euro annui lordi pagare il 40% di imposte significa avere un reddito effettivo netto di 16mila euro. Quello appena fatto, però, è solo un esempio che non corrisponde alla realtà. Infatti grazie al medesimo principio si impone al legislatore di evitare di tassare fatti economici che non sono manifestazione di forza economica (di capacità contributiva, per l’appunto): riprendendo l’esempio precedente è inutile calcolare il 40% su un reddito lordo di 40mila euro se di quei 40mila già 2mila sono destinati alle spese universitarie e alle spese mediche. E’ facile quindi che ciascun sistema impositivo abbia meccanismi di deduzione o di detrazione che consentano di non considerare come ricchezza le risorse impiegate per i bisogni primari.

Quanto al non meno importante principio di progressività, poi, esso si basa su una considerazione oggettiva che da più di un secolo trova riscontro in tutte le scienze economiche: quanto maggiore è il reddito di un soggetto tanto più lo stesso potrà accedere a tipologie di investimento maggiormente redditizie e tanto minore sarà la percentuale di reddito destinata al consumo, consentendo maggiori investimenti e maggiore risparmio. Sulla base di questo presupposto scientifico si è poi logicamente dedotto che applicare la medesima aliquota a tutti può garantire proporzionalità, ma non progressività. Si sono così introdotti meccanismi tra loro differenti ma tutti rivolti a tassare in misura progressivamente maggiore i redditi più elevati in modo da ridurre lo scarto rispetto a quelli più bassi. In Italia, ad esempio, il sistema Irpef prevede una suddivisione del reddito per fasce applicando a ciascuna la relativa aliquota via via più elevata: tra i 0 e i 15mila euro l’aliquota è del 23%, 27% per i redditi fino a 28mila euro annui, dopo di che per i redditi eccedenti le aliquote applicate sono sempre più alte sino ad arrivare al 43%.

E’ evidente riscontrare come  in materia di tasse nulla è mai semplice, specie per questi tributi diretti inevitabilmente collegati alle situazioni soggettive (carichi di famiglia o condizioni di salute), ma anche costantemente influenzati da esigenze di copertura finanziaria della spesa pubblica. Il risultato è un sistema di norme molto tecniche, difficilmente comprensibili, e del tutto confusionario. Tutto vero, ma pensare che l’enorme evasione fiscale italiana derivi da un po’ di fisiologico disordine normativo in una materia tanto tecnica ed influenzata da esigenze di cassa sembra davvero considerazione forzata, se non sorretta da un po’ di malafede.

Un grande inganno, o un malinteso. E’ così che appare dunque l’ultima proposta di Salvini sulla Flat Tax. La ricetta non è affatto nuova, né dal punto di vista della sua ideazione teorica, né tantomeno da quello del dibattito politico italiano. Fu Milton Friedman, il padre del cd. Neoliberismo, a parlare per la prima volta di Flat Tax: era il 1956 quando l’economista americano teorizzò un sistema di tassazione dei redditi impostato su una sola aliquota valida per tutti e con meno deduzioni e detrazioni possibili. La proposta non ebbe successo in un mondo dove anche nei paesi più capitalisti spirava un vento socialdemocratico, ma fu ripresa negli anni ’80 caratterizzati dalle politiche raeganiane. In Italia prima Berlusconi, poi l’estrema destra di Fiamma Tricolore hanno fatto della Flat Tax la loro principale proposta politica in materia di tasse. Senza mai incontrare successo. Oggi ci prova Salvini. Ma perché si tratta di una proposta di destra?

La risposta sta nella semplice descrizione fatta in precedenza del sistema Irpef, rispetto al quale la Flat Tax è totalmente in contraddizione. Salvini propone un’unica aliquota al 15% cavalcando l’onda dell’esigenza di semplificazione, ma questo, va detto a chiare lettere, non è altro un modo per avvantaggiare i ricchi: la tassa inciderà pochissimo sui loro redditi ed in misura tanto maggiore quanto più il reddito è basso ed inoltre, come si evince dagli studi degli stessi economisti sostenitori, rappresentando l’aliquota unica una notevole riduzione della pressione fiscale non potrà non essere seguita da tagli alla spesa e ai servizi sociali per quelle uscite che non troveranno più copertura.

Se torniamo alla situazione iniziale della famiglia di reddito medio con figli a carico (cioè la maggioranza dei nuclei familiari italiani) il risultato è un vero e proprio disastro: non solo infatti manca già oggi un sano principio di progressività se vero è che l’effetto progressivo dell’Irpef è eliminato da tutte le altre imposte che erodono il reddito delle famiglie tanto da non consentirne consumi e risparmio, in più se ci si aggiungesse una Flat Tax ci si muoverebbe proprio nella direzione opposta rispetto a quella imboccata da tutte le economie mondiali più avanzate: in Germania, Francia, Inghilterra e persino Stati Uniti oggi hanno sistemi fiscali impostati sulla progressività al contrario di Slovacchia, Repubblica Ceca, Russia, Estonia, Lettonia ed Ucraina dove la Flat Tax è in vigore con risultati non proprio incoraggianti che spesso hanno portato all’abolizione della stessa.

Non servono altre considerazioni per bollare sul nascere la proposta leghista come una ricetta fatta dai ricchi e per i ricchi, totalmente contraria alle esigenze delle famiglie italiane e deleteria dal punto di vista economico.

Michele Trotta

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