Forconi e caschi blu, due piattaforme economiche molto diverseTribuno del Popolo
sabato , 29 luglio 2017
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Forconi e caschi blu, due piattaforme economiche molto diverse

In queste settimane due opposti fronti di protesta hanno riscaldato le piazze italiane, quelle del movimento cosiddetto dei “forconi” e l’altro rappresentato dai lavoratori della FIOM-CGIL. Analizziamone piattaforme e proposte.

Fonte: Oltremedianews

Se qualcuno aveva profetizzato che l’autunno del 2013 sarebbe stato molto caldo c’è da riconoscergli qualità premonitorie indubbie: in effetti, rispetto alle tradizionali contestazioni che questo periodo dell’anno riserva alle cronache politiche, le vicende di queste settimane appaiono di una intensità e di un livello di conflittualità del tutto imprevedibili solo alcuni mesi addietro. Le rivolte del movimento dei “forconi” hanno popolato le prime pagine per diversi giorni e, con esse, anche l’ambiguità e l’oscurità che aleggiano attorno alla concreta proposta rivendicativa del movimento. Le pratiche minacciose, episodi di violenza ed intimidazione avvenuti in diversi centri, culminate con assalti alle Camere del Lavoro di città come Andria o Cerignola, giusto per citare esempi storicamente evocativi, hanno fatto correre mente e ansie ad eventi che avevano caratterizzato i primi decenni del secolo scorso, proprio a quei moti “rivoluzionari” che cullarono il fascismo degli anni successivi.

Forse un’ esagerazione, perché uno strumento di lettura dei fatti storici non prescinde mai dalla premessa che la storia non si ripete mai identica a se stessa ma è sempre sensibile d’evoluzione, ma due caratteristiche genetiche che questo movimento pare aver accolto devono interrogare: il carattere espressamente antipolitico (più che antisistemico) e l’assenza di un barlume di piattaforma rivendicativa.

E’ proprio a partire da questa evidenziazione che si coglie la ragione che porta a distinguere nettamente l’azione dei forconi dalle parallele e contemporanee manifestazioni e proteste di una categoria sociale ben riconoscibile, quella degli operaio FIOM. A ben vedere, non solo la protesta Fiom diverge nettamente dal carattere antipolitico, rivendicando tuttavia con forza la piena autonomia del movimento sindacale dalla sfera politica e partitica, ma anche le basi programmatiche su cui poggia la protesta operaia appaiono molto distinte, se non altro perché di esse è facile rinvenire l’esistenza. Parole d’ordine che hanno caratterizzato le mobilitazioni dell’11 e 12 dicembre scorsi dei metalmeccanici a Roma sono state: difesa del lavoro, blocco dei licenziamenti, opposizione alle privatizzazioni annunciate, estensione e riforma degli ammortizzatori sociali, rifinanziamento ed estensione dei contratti di solidarietà.

Già un primo accenno alle parole d’ordine sindacali funge da spunto per rinvenire forti caratteri distintivi tra i due movimenti: se è vero che il movimento dei forconi non possiede un quadro rivendicativo definito, è possibile tuttavia ragionare sull’impatto che le proposte FIOM avrebbero sul nocciolo sociale da cui la protesta “spontanea” è partita: quella degliautotrasportatori. Si tratta di un ceto sottratto ad un vincolo datoriale, con tanto di albo cui è necessario essere iscritti per esercitare la professione, che funge però da anello di una catena di trasmissione tra produzione e consumo. Non si tratta quindi di una gruppo facilmente collocabile nell’economia reale, benché su territorio nazionale esistano circa 107 mila aziende d’autotrasporto (aggiungendone altre 40 mila che non possiedono mezzo ma che sono comunque iscritte all’albo, la cifra cresce considerevolmente). Quella in questione è una categoria che ha risentito notevolmente gli effetti dell’aumento della pressione fiscale, diretta ed indiretta, dalla tassazione sul patrimonio immobiliare all’aumento del costo del carburante, ma che non ha visto erodere il proprio potere d’acquisto come accaduto per i dipendenti privati e pubblici. Al mondo dell’autotrasporto non è nemmeno estranea una certa connivenza con il mondo del sommerso: è appena di una settimana fa la notizia di una maxievasione per circa 8 milioni di euro scoperta dalla Guardia di Finanza a Torino riguardante proprio il settore oggi in fermento. Ciò che preme sottolineare è che la piattaforma rivendicativa della Fiom appare quasi indifferente al blocco sociale da cui promana la mobilitazione dei forconi. Ammortizzatori sociali, contratti di solidarietà sono parte di un disciplina del lavoro molto lontana da quel comparto.

Eppure, nonostante questo, la bandiera delle rivendicazioni operaie dovrebbe essere perentoriamente raccolta anche da altri pezzi di società, che si sono uniti inizialmente alla protesta spontanea come modalità più immediata di espressione di disperazione sociale. Se, infatti, non si riuscirà a bloccare i licenziamenti di massa e a chiudere positivamente le innumerevoli vertenze che affollano i tavoli di trattativa a Palazzo Chigi, le conseguenze per l’intero sistema economico sarebbero disastrose: da un lato la definitiva scomparsa del sistema industriale italiano, dall’alto un aumento della disoccupazione e della povertà di massa che inciderà in maniera diretta su gran parte delle altre categorie, anche di quelle che fino a non molto tempo fa erano appena lambite dagli effetti della crisi.

Due piattaforme distinte e forse, nei metodi e nella riflessione sul rapporto con istituzioni e politica, antagoniste, ma non c’è dubbio che, come ha insegnato un noto filosofo di Treviri, le ragioni di una delle due parti potrebbero essere lo stendardo per un fronte sociale molto più vasto, organizzato e risoluto. Se questa riflessione non sarà presa in considerazione dai movimenti spontanei ci si dovrà domandare se le maliziose osservazioni di alcuni sulla strumentalità della protesta non siano frutto di capziosità ma una mera constatazione.

Francesco Valerio Della Croce

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