Fosse Ardeatine. 23 marzo 1944, noi non dimentichiamoTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Fosse Ardeatine. 23 marzo 1944, noi non dimentichiamo

Il 23 marzo 1944 si consumò la terribile rappresaglia delle Fosse Ardeatine, quando in risposta all’attentato partigiano di Via Rasella contro i nazifascisti, decisero di uccisero 335 persone. Un dramma che però fa capire in modo concreto la vera natura dell’occupazione tedesca in Italia, e le vergognose responsabilità dei fascisti italiani. 

L’eccidio delle Fosse Ardeatine è stato uno degli episodi più sanguinari e vergognosi della Seconda Guerra Mondiale, una rappresaglia terrificante realizzata dai nazisti con la complicità attiva dei fascisti italiani nella quale trovarono la morte 335 persone, quasi tutti detenuti nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Fu uno di quegli episodi che ha reso chiara, se ce ne fosse ancora bisogno, la natura oppressiva e violenta dell’occupazione nazifascista, chiarendo oltre ogni dubbio come i fascisti italiani fossero dei veri e proprio complici paritari dei tedeschi. Nella Capitale però erano attivi diversi gruppi partigiani, attivi e presenti in città dopo l’8 settembre 1943. Si trattava dei GAP comunisti, che iniziarono da subito a realizzare manovre di disturbo contro la presenza dei nazifascisti. A capo della Gestapo di Hitler si trovava l’ufficiale delle SS Herbert Kappler, lo stesso che si era reso protagonista della razzia del ghetto ebraico e della sua successiva deportazione il 16 ottobre 1953, quando oltre mille ebrei romani furono deportati senza pietà verso i campi di sterminio. Kappler si rese famoso per i rastrellamenti, e ben presto arrestò molti gruppi di resistenza romana, ma non i GAP, che continuavano invece a colpire i tedeschi in ogni situazione. Proprio i GAP il 23 marzo 1944 decisero di preparare un attentato contro i nazifascisti, cogliendo l’occasione che fosse l’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento. Così i partigiani dei GAP realizzarono uno spettacolare attentato contro l’undicesima compagnia del III battaglione dell’SS-Polizei-Regiment “Bozen” in Via Rasella. Non si trattava di giovani e anziani, ma di vere e proprie truppe tedesche in assetto di guerra, e il battaglione era preceduto e seguito da ben due motocarrozzette armate con mitragliere pesanti.

I partigiani piazzarono una bomba in un carrettino della spazzatura, e dopo l’esplosione lanciarono alcune bombe a mano, uccidendo trentadue militari tedeschi sul colpo, e altri dieci che sarebbero morti nei giorni successivi. I partigiani quindi rispondevano, per la prima volta, alla violenza terrificante scatenata dai tedeschi e dai fascisti contro la popolazione italiana. Alla notizia dello spettacolare attentato però, il generale Kurt Malzer, comandante della piazza di Roma, parlò subito di una terribile rappresaglia voluta dallo stesso Hitler. Fu lo stesso Fuhrer a ordinare la fucilazione di dieci ostaggi per ogni tedesco ucciso, dopo che inizialmente aveva, sull’onda della rabbia, auspicato la distruzione di un quartiere intero della città. Le rappresaglie erano peraltro vietata dalla convenzione dell’Aia del 1907, e anche dalla Convenzione di Ginevra del 1929, che vietava esplicitamente di compiere rappresaglie nei confronti di prigionieri di guerra. Per scegliere gli ostaggi da fucilare nella rappresaglia inoltre, i tedeschi si affidarono ai fascisti italiani, che furono solerti nel selezionare dissidenti e detenuti nel carcere di Regina Coeli. Inoltre lo stesso  Maresciallo Kesselring confermò che non fu mai emesso alcun avviso o richiesta di consegnarsi ai partigiani nel corso della sua deposizione al processo contro i generali Maeltzer e Von Mackensen come criminali di guerra. Nella scelta delle vittime furono privilegiati i partigiani, gli ebrei, e infine anche detenuti comuni e persone rastrellate sul momento. Alla fine furono massacrate 335 persone, 50 delle quali erano partigiani che vennero selezionati personalmente dal questore di Roma, Pietro Caruso. Il responsabile del massacro fu Herbet Kappler, e, dopo il massacro, ordinò di far saltare delle mine per far crollare le cave ove si svolse il massacro per provare a rendere più difficile scoprire l’eccidio.

Kappler nel dopoguerra fu processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano, e chiuso in carcere. Il 15 agosto 1977 però, Kappler, che era colpito da un tumore inguaribile, riuscì a lasciare l’ospedale militare del Celio e a rifugiarsi in Germania, dove sarebbe morto pochi mesi dopo nel 1978. Anche il principale collaboratore di Kappler, l’ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato ed estradato in Italia, ove, processato, è stato condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. Infine Kesserling, catturato a guerra finita, fu condannato a morte il 6 maggio 1946, ma la sentenza fu commutata in carcere a vita. Nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute e, tornato in Germania, si unì ai circoli neonazisti bavaresi ma morì nel 1960.

Insomma una strage da non dimenticare per nessun motivo, per ricordare la vergogna e l’abisso dell’occupazione nazifascista.

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