Giornalismo e/è potere: un incontro con Marco TravaglioTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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Giornalismo e/è potere: un incontro con Marco Travaglio

L’intreccio tra informazione e potere è stato da sempre un tema dibattuto. Tema oggi più che mai attuale viste le raccomandazioni a collaborare di Napolitano alla stampa e la situazione politica generale che si avvia ad un “presidenzialismo riparatore”. Ne abbiamo parlato con Marco Travaglio.

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Fonte: Oltremedianews

L’intreccio tra informazione e potere è stato da sempre un tema dibattuto, soprattutto se si mettono a confronto la stampa italiana e quella estera, le quali hanno un’idea di contropotere molto differente. Tema oggi più che mai attuale viste le raccomandazioni a collaborare di Napolitano alla stampa e la situazione politica generale che si avvia ad un “presidenzialismo riparatore” dove il dibattito sui giornali è tutt’altro che pluralistico.Durante un intervento organizzato dalla Fondazione Caffeina Cultura (che sostiene il festival culturale internazionale a Viterbo dal 2007) il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio descrive il quadro politico che si è delineato negli ultimi giorni, dal suo punto di vista. I giornalisti che ruolo hanno in questo scenario?

Quella di Travaglio è una ricostruzione lucida che fa notare quanto poco assomigli la figura dell’odierno Presidente della Repubblica a quella immaginata dai padri costituenti. Era visto come l’olio che teneva insieme gli ingranaggi, non il motore che tutto può mandare avanti. E’ avvenuto con questo ri-presidente Napolitano un deragliamento dai confini costituzionali: per il suo secondo mandato e per l’inizio del suo secondo mandato a 88 anni con la previsione di arrivare ai 95. E’ anche una questione di lucidità fisica, per non finire come con Antonio Segni, Presidente della Repubblica dal ’62 al ’64, che non si dimise per diversi mesi anche dopo un ictus che lo rese praticamente vegetale ma i rapporti recitavano “il sensorio è vigile”.

E il sensorio dei cittadini, dei lettori, dovrebbe rimanere vigile e non volere un governo dove il Parlamento diventa la colf del Presidente, dove c’è uno scarseggiare di cognomi (Gianni ed Enrico Letta) ma mancano anche idee e soluzioni. Dopo 60 anni di Parlamento l’operazione di Napolitano sarà quella del salvagente, del paracadute che procrastina di qualche anno la sepoltura dei partiti ancora in circolazione. Ma attenzione: dopo i sette anni precedenti in cui li ha difesi, adesso sgrida, frusta e scudiscia i partiti, tra gli applausi. Un po’ come nel film di Nanni Moretti “Sogni d’oro” nel quale il pubblico è soddisfattissimo di essere chiamato “pubblico di merda” e ripete le parole all’unisono. E la stampa italiana ci casca, con tutte le scarpe. E’ retorica la collaborazione chiesta da Napolitano alla stampa, la stampa ha sempre collaborato in Italia. Non racconta, non si documenta, non si pone domande. Più che il cane da guardia della democrazia è il cane da compagnia della politica.

Perché? Prima di tutto per ragioni storiche, il giornalismo italiano nasce dentro la politica. Prima c’erano quelle individualità, quelle firme che sostenute dai loro lettori si prendevano la briga di dare vita a campagne in difesa della buona politica e all’attacco della corruzione e degli scandali. Ad esse si affiancava, in secondo luogo, un giornalismo politico che qui in Italia è stato sempre giornalismo partitico e ogni testata aveva il suo partito da difendere (ovviamente ricollegabile all’editore). Ora non c’è neanche più dialettica tra i giornali che sostenevano la destra e quelli che tessevano le lodi della sinistra, tutti strombettano dove si sente profumo di potere. E’ l’informazione a rimetterci che dovrebbe essere al contrario lo strumento di vigilanza sulla politica e sull’economia del Paese.

Sull’argomento, Marco Travaglio ha risposto per OltreMedia ad alcune domande.

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<strong “mso-bidi-font-weight:=”” normal”=””>Cosa cambierebbe se da oggi nessuno dei giornali italiani ricevesse finanziamenti pubblici secondo lei?

“ Avremmo sicuramente meno giornali, via i giornali inutili che vendono 3000 copie e prendono 3 milioni all’anno dallo Stato, cioè da noi che non li leggiamo. Il lettore diventerebbe sovrano e la selezione è semplice, se è un buon giornale lo compro altrimenti no. Questo imprenditorialmente parlando, sul piano della libertà aumenterebbe visto che l’editore non sarebbe legato né a partiti né alla politica.”

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<strong “mso-bidi-font-weight:=”” normal”=””>E’ forse un problema anche dei lettori, che si fermano e si accontentano delle notizie superficiali?

“ Se avessero più scelta gli 80.000 lettori del Fatto, che apprezzano quindi di un giornale che non riceve finanziamenti pubblici, aumenterebbero e si dirotterebbero anche su altre testate. Non possiamo dare la colpa al pubblico, ai lettori che nella loro ingenuità danno ancora fiducia all’autorità delle firme di Repubblica o Il Giornale o Il Corriere”

<strong “mso-bidi-font-weight:=”” normal”=””>Mantenendo la sua libertà, è apparso però che Il Fatto abbia sostenuto il Movimento5Stelle. Quali possono essere gli elementi positivi che la stampa può cogliere dall’odio di Grillo nei confronti dei giornalisti?

“Premettendo che gli slogan contro la stampa a priori li trovi sbagliati, potrebbe essere un’occasione di risveglio dei giornalisti. Uno sguardo diverso non corrotto dalla politica. Molto interessante per esempio l’esperimento dei grillini di contro intervistare i giornalisti, che spesso non sanno rispondere a domande banali”

<strong “mso-bidi-font-weight:=”” normal”=””>La televisione ha ancora un ruolo importante, in relazione anche al potere?

“La televisione non si fida di sé stessa e ancora chiama a commentare i giornalisti della carta stampata. E’ un mare magnum dove Servizio Pubblico viene confuso con Porta a Porta. Ma ha ancora potere ed autorità, sì. Non è morta e finita come sostiene Beppe Grillo”

<strong “mso-bidi-font-weight:=”” normal”=””>Quanto è difficile fare il cane da guardia? E come si pone il cane da guardia di fronte alle piazze impazzite che abbiamo visto nell’ultimo periodo? In quel caso che analisi fa un bravo giornalista?

“ Se un giornalista ha dentro un forte senso del dovere, del rispetto della deontologia, non può essere altro che un cane da guardia. Altrimenti soffre, sta male fisicamente, è frustrato. La guardia non è solo del Palazzo ovviamente; un giornalista attento dovrebbe riuscire ad interpretare i movimenti e le proteste soprattutto se impazziscono dopo condizioni di grave crisi economica ed identitaria. Dunque il giornalista dovrebbe auspicare ad uno stato mediano tra l’agitazione delle folle e la morte e il disinteresse completo. Ma soprattutto avere uno sguardo sempre senza pregiudizi e magari diverso dallo scoop, dalla foto da prima pagina che vedono tutti. Giornalismo è potere, il potere di poter analizzare e raccontare senza essere influenzati da nessuno”

Veronica Di Benedetto Montaccini

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