Giornata della Memoria: la Shoah nell’arteTribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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Giornata della Memoria: la Shoah nell’arte

Giornata della Memoria: la Shoah nell’arte

Il 27 Gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa dirette a Berlino arrivarono nella città polacca di Oświęcim (in tedescoAuschwitz) e abbatterono i cancelli dell’ormai noto campo di concentramento rivelando per la prima volta l’orrore del folle genocidio nazista.

Le vittime, il cui numero è ancora oggi oggetto di discussione, non furono soltanto ebrei, ma anche oppositori politici, omosessuali, criminali, “asociali”, Rom, Sinti, Testimoni di Geova, religiosi cristiani, emigranti.

La legge n. 211 del 20 luglio 2000 ha istituito il Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, il cui fine è quello di “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

Ogni anno si rinnova il ricordo del dramma della Shoah, dei lager e della pazzia omicida dei nazisti. Col tempo, i testimoni diretti dell’Olocausto sono scomparsi. La Memoria, però, continua a vivere attraverso le parole e le immagini di chi ha voluto raccontare l’esperienza terribile di questo disumano avvenimento. L’arte ha contribuito e continua a contribuire alla conservazione del ricordo della Shoah, grazie alle opere realizzate dai sopravvissuti e dai loro posteri: con la letteratura, la pittura, il cinema, la musica possiamo ricordare gli e/o – rrori del passato per un futuro migliore e riempire quel “minuto di silenzio” tanto assordante.

Noi sopravvissuti alla Shoah siamo inchiodati: vorremmo liberarci dal peso insopportabile di ciò che è stato e invece siamo costretti a riviverlo ogni volta. Delegati a testimoniare da chi avrebbe avuto il dovere di evitarcelo: quest’Europa che cancella i suoi sensi di colpa per lo sterminio degli ebrei non parlandone, e scaricando su noi vittime la responsabilità e il dolore della memoria. Una vera follia“. Così scriveva Edith Bruck, che insieme alla sorella è sopravvissuta ad Auschwitz e a Dachau; Primo Levi la sollecita a scrivere dell’Olocausto: con Chi ti ama così inizia una vasta produzione letteraria in memoria della Shoah.
Del chimico torinese Primo Levi è proprio una delle testimonianze più note e sconvolgenti del lager di Auschwitz: Se questo è un uomo del ’47 racconta le condizioni estreme in cui Levi e tante altre persone passarono i loro giorni nel campo di concentramento, così comeNecropoli di Boris Pahor in cui l’autore porta alla luce i suoi ricordi nei campi di concentramento italiani di internamento sloveno.
Di un realismo crudo, osceno e quasi pornografico è La casa delle bambole (o “joy division”, cioè le baracche femminili dei campi di concentramento)opera di un ex detenuto ad Auschwitz che si firmava Ka – Tzetnik 135633, basato sugli avvenimenti negli stabilimenti femminili, in cui le donne imprigionate erano “usate” come prostitute e semplici oggetti sessuali dalle SS e dai soldati del campo.

Non soltanto la parola pura, ma anche la musica ha fortemente contribuito alla memoria della Shoah. È il caso dell’opera sconvolgente e da brividi di Arnold Schönberg “A Survivor from Warsaw Op. 46” (Un sopravvissuto di Varsavia), considerato il più grande monumento che la musica abbia mai dedicato all’Olocausto. Il poema lirico riporta la testimonianza di un giovane ebreo scampato allo sterminio del ghetto di Varsavia. L’introduzione strumentale è caratterizzata da una crescente drammaticità, lasciando poi spazio alla voce narrante che espone i fatti avvenuti nel lager.
Di grande impatto emotivo è anche “SHOAH” di Serban Nichifor, un insieme di composizioni dedicate ai martiri dell’Olocausto.

 

 

Parlare di una cinematografia dell’Olocausto richiederebbe moltissimo tempo, data la vastità di pellicole a disposizione. Per non citare titoli ormai più che noti, ricordiamo “I ragazzi del Reich” di Dennis Gansel, che mostra le sorti dei ragazzi addestrati alle ideologie del regime nazista; “Dottor Korczak” di Andrej Wajda, storia del pedagogo morto di dolore durante la deportazione al ghetto di Varsavia dei bambini del suo orfanotrofio; “La Rosa Bianca” di Marc Rothemund, fedele testimonianza dei fatti avvenuti ai giovani cristiani oppositori del regime di Hitler; “Rosenstrasse” di Margarethe von Trotta, toccante ricordo della marcia delle donne su Rosenstrasse a Berlino contro la deportazione dei loro mariti; chiude questo breve elenco di film l’immancabile “La caduta: gli ultimi giorni di Hitler” di Oliver Hirschbiegel, basato sugli ultimi dieci giorni di vita del Fuhrer.

Scioccante e a tratti quasi incredibile è lo spettacolo del 2012 “Ausmerzen” di Marco Paolini: un lungo monologo di quasi più di due ore, colmo di dati ed elementi sconcertanti, descrivibile forse soltanto con le parole dell’attore: «Questa è la storia di uno sterminio di massa conosciuto come Aktion T4. T4 sta per Tiergartenstraße numero 4, un indirizzo di Berlino. Durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come “vite indegne di essere vissute” […] Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito».

Procediamo e concludiamo con il potere delle immagini, partendo dall’opera di Art Spiegelman “Maus”, narrazione a fumetti della vita familiare dell’autore, con il padre sopravvissuto ad Auschwitz. I tragici fatti dell’Olocausto si alternano a momenti di quotidianità in cui viene a galla il difficile rapporto tra padre e figlio, mostrando come gli orrori del genitore restino indelebili anche sulla sua vita e su quella di chi ha subito la medesima disgrazia.
Ed infine i dipinti e i disegni di un forte impatto visivo nati dalla mano di chi ha vissuto in prima persona la tragedia dell’Olocausto: i visi allucinati di Edith Birkin e David Olère, i profili poco delineati di Richard Grune, la disperazione ritratta da Sara Kestelman e Anton Zoran Mušič, i terribili paesaggi di Samuel Bak e le fosse dipinte da Leslie Cole sono soltanto alcuni dei quadri più celebri a testimonianza del genocidio nazista.

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”
Primo Levi, Se questo è un uomo

 

 

 

 

Fonte: Oltremedianews

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Veronica Oddi

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