Giovani emigranti italiani e nuova Questione MeridionaleTribuno del Popolo
sabato , 16 dicembre 2017
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Giovani emigranti italiani e nuova Questione Meridionale

Parte I – Immigrazione italiana nella “nazione più felice al mondo” (secondo la definizione data dal rapporto Ocse 2013)

Mentre i populismi avanzano con progressi significativi solo sul campo del razzismo e della xenofobia, solleticando i peggiori istinti umani degli europei, in questo articolo mi concentrerò sul percorso inverso e speculare. Con l’appoggio dei dati statistici (per la prima volta dopo decenni nel 2013, secondo dati OCSE, si è registrato il sorpasso dei flussi in uscita dall’Italia su quelli in entrata, ovvero il ritorno all’emigrazione) evidenzierò come, in realtà, a far preoccupare sia il fenomeno opposto, cioè la perdita di risorse umane, e non l’eccesso, come si vuol far credere seguendo l’ideologia che sorregge questo sistema economico. Chi volesse analizzare con lucidità i dati del fenomeno scoprirebbe ad una prima occhiata almeno tre ovvietà: 1. che l’ immigrazione residuale in Italia è in realtà diretta verso il Nord Europa; 2. che però l’Europa si configura sempre più come un sistema politico-sociale che funziona a “paratie stagne” per la circolazione della forza-lavoro, mentre è liberista solo con la circolazione delle merci e dei capitali; 3 che la forte emigrazione è ripresa tra gli autoctoni dei paesi del Sud Europa, e sta sempre più palesandosi come fenomeno “senza ritorno” nelle fasce a più alto reddito, cioè in coloro che dispongono di un capitale di partenza (anche umano) sufficientemente elevato, per gli altri, quelli che non dispongono di risorse sufficienti, questo sistema risulta invece come il più feroce acceleratore di competizione e ribasso nella qualità della vita dei settori già in difficoltà. Dunque, le disuguaglianze sociali non possono che essere incrementate e il feroce classismo non può che essere quello esercitato dalla classe dominante su quella dominata.

Per gli italiani torna così in auge uno dei paesi che lo scorso secolo ha rappresentato una delle mete più ambite per gli emigranti italiani e torna così prepotentemente da meritarsi un centro studi apposito che, proprio nel 2013, ha stilato il “Rapporto Italiani in Australia” che apre con una cifra impressionante: l’anno scorso 22mila italiani hanno raggiunto l’Australia, più che nel 1950, sono soprattutto giovani di età compresa fra i 18 e i 30 anni e partono con l’ormai ben noto visto “vacanza-lavoro” (a livello europeo, l’Italia viene battuta solo da Cipro per il numero di richieste di questo tipo di visto; se poi si prende il campione di coloro che tentano di prolungare la loro presenza sul territorio australiano, cercando di richiedere un secondo visto vacanza lavoro allora l’Italia agguanta il primato europeo, con un +88%).

Uno di loro è Gianni Andreoli partito a 27 anni, lascia il lavoro da geometra che aveva Verona e, temendo la crisi, decide di dotarsi del visto vacanza-lavoro e intraprendere l’esperienza. Sotto la velina dell’enfasi di chi ha preteso di farne un modello per il futuro dei giovani, la descrizione della realtà che esce dalle parole di Gianni (riportate su Il Sole 24 Ore qui: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-28/ricomincio-zero-una-fattoria-australia-storia-gianni-27-anni-cerca-fortuna-lontano-italia-203639.shtml?uuid=ABR6Gss ) non è troppo lusinghiera: “Dopo aver lavorato per un po’ a Melbourne, sfruttato da italiani ho comprato un van insieme a un amico. Abbiamo diviso le spese e siamo partiti alla ricerca delle farm”. E, continua Gianni nel racconto dell’esperienza di lavoro nelle farm: “Ho vissuto in un ostello che aveva regole rigide e ho provato a cercare lavoro tramite i servizi offerti da caravan park, con risultati negativi. I miei compagni di ostello raccontavano di essere in attesa da oltre due mesi. Così ho provato a fare quello che chiamano jumping: alle 4 di mattina andavo nella via principale di Tully e aspettavo i pullman con le sbarre e senza vetri che raccoglievano noi ragazzi per offrire un lavoro giornaliero. Ero ben pagato ma il lavoro era molto duro e bisognava spingere per salire sui pullman”. L’intervista diventa quasi malinconica quando il ragazzo passa a descrivere le prospettive future nel paese, col rinnovo del visto strappato per un soffio grazie ad un padrone accomodante che gli ha concesso di completare le giornate lavorative necessarie per il rinnovo, e dice: “Non è facile trovare lavoro come cinque anni fa, ci sono un sacco di immigrati e anche gli australiani iniziano ad approfittarsene della situazione. Molti sono cinesi, che si accontentano di paghe sempre più basse ma ci sono anche iracheni e indiani. Nonostante siamo partiti in due per risparmiare, per riuscire a completare il lavoro nelle farm e ottenere il prossimo visto abbiamo speso tutti i nostri risparmi, ora torniamo a Melbourne e ricominceremo a lavorare”.

Sempre dal Rapporto si coglie così il dato più drammatico: solo poco più del 20% di giovani italiani rinnovano il visto “vacanza-lavoro” per altri dodici mesi, questo per via delle difficoltà sempre maggiori nel trovare un impiego (ben retribuito o meno, poco importa) nei settori che permettono il rinnovo del visto stesso, ovvero le aziende agricole in zone remote e nelle miniere australiane (il dato comparato parla di un rinnovo pari al 12% per i coetanei francesi e ben più misero, solo del 7% per i giovani tedeschi).

Dai dati si può dunque cogliere che nell’emigrazione europea in Australia esistono sensibili differenze, quale migliore occasione per analizzare quali sono queste differenze che si manifestano empiricamente e materialmente sotto i nostri occhi e sulla nostra pelle in Europa?
Passiamo dunque ad analizzare la migrazione intraeuropea e scopriamo che sono i paesi del Sud e dell’Est europeo a costituire il bacino di manovalanza che migra nei paesi a più alto reddito, i migranti che compongono questo flusso vedono così sistematicamente frustrate le proprie aspettative non solo di mobilità sociale, ma anche d’integrazione effettiva e il guadagno monetario  spesso è più effimero di quanto si pensava alla partenza.

Continua…

Alex Marsaglia

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