Gli errori degli economisti 2.0Tribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Gli errori degli economisti 2.0

Il rapporto dell’opinione pubblica e della politica con gli economisti, nel corso di questa lunga crisi, è stato contraddittorio e altalenante.

Fonte: Marx21.it

Per un verso non ha giovato alla buona fama degli economisti il fatto di aver ignorato (salvo pochi lodevoli casi) la gravità della crisi e di non averne inteso le vere cause. Nel 2008 fu la stessa regina d’Inghilterra a porre a un’imbarazzata platea di economisti la fatidica domanda: “perché nessuno si è accorto dell’arrivo di questa crisi?”. Le risposte avute non devono essere state troppo convincenti, se nel dicembre dello scorso anno, durante una visita alla Banca d’Inghilterra, è tornata sull’argomento osservando, con un tono che a qualcuno è apparso ironico, che “è davvero difficile prevedere le crisi”. D’altra parte, molte delle politiche adottate per contrastare la crisi in Europa – e che in realtà l’hanno aggravata – si sono avvalse di una copertura teorica fornita da economisti e centri studi.

Nelle ultime settimane, però, sono avvenuti alcuni episodi che hanno sollevato in modo esplicito il problema del controllo sulla qualità di questi dati e di queste ricostruzioni teoriche.

Si è infatti scoperto che, almeno su due argomenti chiave, rapporto tra debito pubblico e crescita e relazione tra produttività e andamento dei salari, i dati usati per giustificare le politiche adottate in Europa erano sbagliati, incompleti o esposti in modo tendenzioso. Vediamo.

Caso 1. La “legge del 90%”. Possiamo definire così la correlazione tra alto debito e bassa crescita resa famosa da un bestseller economico sulla crisi scritto da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff: un rapporto debito/pil superiore al 90% – questa la loro tesi – sarebbe indissolubilmente legato a una bassa crescita. Conseguenza pratica: per far ripartire la crescita bisogna abbattere il debito pubblico. Anche se nell’immediato la cosa avesse conseguenze negative sui redditi personali (e quindi sulla domanda interna e per questa via sulla crescita), questo sarebbe comunque benefico nel lungo periodo. Questa “legge” ha circolato molto negli ultimi anni, e ha rappresentato uno dei più citati argomenti in favore delle politiche di austerity. Bene, recentemente due professori della University of Massachusetts, Robert Pollin e Michael Ash, hanno affidato a un loro studente, Thomas Herndon, il compito di rifare i calcoli sulla base dati considerata da Reinhart e Rogoff. I risultati, pubblicati il 15 aprile 2013 in un saggio che ha subito fatto il giro del mondo, sono stati decisamente sorprendenti. Le medie erano sbagliate: a causa dell’esclusione arbitraria di alcuni dati, di un modo non corretto di ponderazione dei dati e – dulcis in fundo – per un errore di codice nel foglio excel adoperato. Rifatti i calcoli, si è scoperto che i paesi con debito superiore al 90% del prodotto interno lordo non vedono un calo del pil, ma una sua crescita media del 2,2%! Reinhart e Rogoff hanno ammesso pubblicamente l’errore. Lo stesso non ha fatto però il commissario europeo Olli Rehn, il quale aveva affermato: “è ampiamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca scientifica, che quando i livelli di debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni”.

Caso 2. “Per far crescere la competitività bisogna ridurre i salari”. In occasione del Consiglio Europeo del 14 marzo 2013, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha effettuato una presentazione su “Situazione economica dell’eurozona e i fondamenti della crescita”. Tra i grafici presentati, alcuni mettono a confronto produttività e crescita dei salari. Risultato: in tutti i paesi in deficit (tra cui l’Italia) i salari sono aumentati molto di più della produttività del lavoro. Ergo, la chiave per risolvere i problemi di competitività in Europa è ridurre i salari. Piccolo problema: la crescita dei salari esposta nei grafici è espressa in termini nominali (cioè senza tener conto dell’inflazione), mentre quella della produttività è espressa in termini reali (cioè tenendo conto dell’inflazione). In questo modo, ovviamente, si sovrastima la crescita dei salari. Ma soprattutto si rappresenta come un mondo ideale quello in cui i salari scendono permanentemente in termini reali: infatti, anche considerando il tasso d’inflazione “regolare” secondo la BCE, quello pari all’1,9%, proiettato su 10 anni diventa un’inflazione del 19%. E se configuro i miei grafici senza tenerne conto, una crescita dei salari nominali pari al 19% in dieci anni sembrerà un inaccettabile frutto dell’esosità dei lavoratori, anziché quello che è veramente: una crescita zero dei salari reali, ossia la semplice conservazione del potere d’acquisto di 10 anni prima. Ciò che è peggio, sembra che questa presentazione di Draghi abbia avuto l’effetto di tacitare Hollande nel Consiglio Europeo di marzo, “dimostrandogli” che il problema in Europa non sono le politiche di austerity e il dumping salariale tedesco, ma – al contrario – il lusso immotivato in cui vivrebbero i lavoratori dei paesi latini. La circostanza è stata notata da Andrew Watt, dell’Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung, secondo il quale la presentazione di Draghi sarebbe illuminante da un solo punto di vista: perché farebbe luce sull’ideologia del suo autore.

Conclusioni. Cosa concludere da tutto questo? La prima considerazione da fare riguarda la necessità, per l’opinione pubblica, di una considerazione critica dei dati che le vengono proposti. A questo scopo è necessaria l’opera di centri di ricerca, e anche di un sistema dell’informazione, realmente indipendenti.

“Indipendenza” significa non soltanto indipendenza dal potere politico, ma anche dal potere economico e finanziario. Sembra evidente che, nei nostri paesi sia precisamente questa la condizione difficile da assolvere. Questo vale, spesso e volentieri, anche per le università, che sempre più di frequente sono costrette dai vincoli di bilancio ad accettare generose sponsorizzazioni private, quando non a istituire cattedre finanziate dal big business e a produrre ricerche finalizzate a premere su governi e parlamenti per ottenere una legislazione più favorevole ai committenti.

Ma l’indipendenza più importante, in fondo, è ancora un’altra. È quella nei confronti dei dogmi del “pensiero unico” neoliberista che si è affermato dagli anni Novanta in poi. È precisamente l’obbedienza nei confronti di quei dogmi che può indurre ad accettare come plausibili ricostruzioni non sufficientemente fondate, o a forzarne le conclusioni per restare in linea con l’ortodossia.

È uno schema che abbiamo già visto in opera in passato, nei paesi dell’Est europeo. Non è andata a finire bene.

Vladimiro Giacchè

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