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lunedì , 18 dicembre 2017
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“Global Commons” o della politica delle cannoniere

In un suo recente saggio dedicato ai rapporti sempre più conflittuali tra Usa e Cina, il generale italiano Fabio Mini ha sottolineato come con il “Pivot to Asia” enunciato da Obama abbia “esplicitamente assegnato alle Forze armate americane il compito di esercitare in maniera autonoma e egemonica lo sforzo militare principale nell’area Asia-Pacifico.

Fonte: Marx21.it

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Ufficialmente tale sforzo è rivolto alla difesa dei diritti comuni e di quelli dei Paesi amici. Implicitamente, ma non troppo, esso è invece l’inizio della diretta contrapposizione nei confronti dell’unica potenza in grado di giustificare un impegno strategico, militare e industriale di rilievo: la Cina. In questo senso Obama ha consegnato ai suoi elettori, ai suoi oppositori e alla grande maggioranza di qualsiasi partito e fede il Nemico (neretto mio) di cui l’America ha bisogno per sentirsi investita della missione divina di combattere per il mondo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica la ricerca del nemico è diventata spasmodica. 1

Sulla stessa lunghezza d’onda pare trovarsi pure Pechino. Infatti in un recente editoriale del Quotidiano del Popolo si è potuto leggere che “non ha importanza quanto la Cina ribadisca la via dello sviluppo pacifico e manifesti la sua buona volontà, gli Stati Uniti restano diffidenti. Gli Stati Uniti hanno una tradizione di creazione di nemici immaginari e la Cina sembra proprio la migliore pretendente al ruolo di nemico immaginario storico, politico e culturale”.2

Una sorprendente consonanza? Tutt’altro, se consideriamo che la costruzione del nemico, con il conseguente divampare delle accuse nei suoi confronti nei campi più diversi, è funzionale ad un progetto di containement sempre più evidente e aggressivo.

E alla fine di quest’anno è arrivata solo l’ ultima conferma di questo progetto, benché non abbia trovato grande spazio sui nostri organi di informazione. A metà dicembre, infatti, la Camera dei Rappresentanti e il Senato statunitensi hanno approvato il “Defense Authorisation Act” per l’anno fiscale 2013 nel quale sono contenuti due emendamenti che riguardano direttamente la Cina, prendendone di mira in maniera quasi sfacciata la sua sovranità e integrità territoriali. Con l’evidente rischio di buttare ancora più benzina sul fuoco in un’area dove l’annunciato “Ritorno in Asia” degli Usa è coinciso con l’esplodere delle rivendicazioni territoriali e marittime e il rinnovato protagonismo di alleati storici di Washington (Filippine e Giappone su tutti).

Veniamo al punto. Nella sezione 1251 del “Defense Authorisation Act”, sotto forma di una raccomandazione del Senato alla Presidenza, si legge che “il Mar Cinese Orientale è una parte vitale dei beni comuni marittimi dell’Asia, tra i quali rotte marittime critiche per la comunicazione e il commercio a beneficio di tutte le nazioni della regione Asia-Pacifico”. Conviene soffermarsi sulla nozione di “beni comuni” (“global commons”) perché questi, sotto forma di risorse minerarie, si trovano a ridosso delle acque territoriali di Pechino e della sua avanzata linea di difesa. In base a questa raccomandazione, che comunque è in perfetta consonanza con le posizioni ufficiali statunitensi, alla Cina è chiesto di lasciare assoluta mano libera a tutti gli attori della zona, pena l’accusa di aggressività e imperialismo. Dal punto di vista militare si chiede a Pechino di lasciare le porte aperte in vista di una nuova politica delle cannoniere sotto la modernissima forma dell’Air-Sea Battle. Che dire? Il vero e proprio “bene comune” sembra essere la vulnerabilità cinese.

Proseguiamo oltre la formula della “risoluzione pacifica delle controversie territoriali e giurisdizionali” – ovvero al partecipazione degli Usa e dei suoi alleati nei negoziati – per concentrarci sulle raccomandazioni che possono rivelarsi come le più pericolose. Gli Usa riconoscono l’amministrazione del Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu – sulle quali è ancora calda la contrapposizione con Pechino dopo la “nazionalizzazione” decretata da Tokyo – e avvisano il governo nipponico, nel rispetto del Trattato di sicurezza sottoscritto nel 1960, che “un attacco armato contro una delle parti dei territori sotto amministrazione del Giappone è un pericolo per la pace e la sicurezza”. Si tratta di una chiara presa di posizione: le Senkaku sono di fatto giapponesi – ma preferiamo non dirlo urbi et orbi per mantenere un poco di mano libera e non irritare il nostro banchiere di Zhongnanhai – e noi ci impegnano nel garantire anche militarmente la loro sicurezza.

La conseguenza più rischiosa di simili prese di posizione è quella di dare ancora più spinta al ri-nascente nazionalismo giapponese, proprio quando il nuovo primo ministro conservatore Abe ha manifestato la volontà di aumentare le spese militari e abbandonare le restrizioni costituzionali che impediscono al Paese di dotarsi di un esercito a tutti gli effetti e di prendere liberamente parte a missioni all’estero senza l’obbligo dell’approvazione di leggi speciali.3 Il ritorno del militarismo giapponese potrebbe non essere più una remota ipotesi fanta-politica.

Ma non è tutto. La sovranità cinese è messa in discussione anche dall’invito al Presidente di “prendere efficaci misure per garantire a Taiwan una sufficiente capacità di autodifesa”, soprattutto nell’ambito degli aerei da combattimento, con la vendita di F16. Il riconoscimento statunitense dell’esistenza di un’unica Cina con Taiwan come sua parte integrante, convive benissimo con la sua natura di bastione d’avamposto nel contenimento anti-cinese, nonostante il solenne impegno a stelle e strisce, risalente al comunicato congiunto sino-americano del 1982, di ridurre gradualmente la vendita di armi all’isola.

NOTE

1Mini F., “Usa contro Cina. Ordine di battaglia”, Limes, 6/2012.

2Injecting more positive energy into China-US relation”, Quotidiano del Popolo, 27 dicembre 2012.

3Conviene ricordare a questo proposito che il riconoscimento di un maggiore attivismo militare del Giappone risale al cosiddetto “Scudo nippo-americano del Pacifico”, una dichiarazione congiunta del 1996, a integrazione del patto di sicurezza tra Washington e Tokio, che prevedeva, per la prima volta, la possibilità per le Forze di auto difesa giapponesi di uscire dai propri confini e una più stretta collaborazione nelle aree contigue e di più immediato interesse per la pace e la sicurezza di Tokyo.

Diego Angelo Bertozzi

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