Governo: Letta si dimette, Renzi prossimo all'incaricoTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Governo: Letta si dimette, Renzi prossimo all’incarico

Governo: Letta si dimette, Renzi prossimo all’incarico

La direzione nazionale del PD sfiducia il premier Letta, che oggi salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Probabile l’incarico a Renzi.

Fonte: Oltremedianews

Ieri pomeriggio la direzione nazionale del Partito Democratico, riunitasi a Roma, ha approvato a larga maggioranza – 136 sì, 16 no e 2 astenuti – il documento che, di fatto, sfiducia il premier Enrico Letta e chiede con urgenza di “aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del Paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo”. Poco dopo la fine della riunione, Letta ha dichiarato che oggi sarebbe salito al Colle per rassegnare le dimissioni e rimettere il proprio incarico nelle mani del presidente dellaRepubblica. Matteo Renzi, dunque, incassa l’approvazione del PD (con poche eccezioni, specie fra gli esponenti di primo piano) e inizia ufficialmente la corsa verso Palazzo Chigi. Che fra il premier ormai uscente e il sindaco di Firenze non corressero buone acque si intuiva da tempo, e in particolar modo nelle ultime settimane le critiche mosse da Renzi all’esecutivo sono state intense. Enrico Letta, per altro, ha fatto sapere tramite una lettera che non avrebbe partecipato alla direzione del PD, affinché qualunque decisione fosse presa “con la massima serenità e trasparenza”. Alcuni suoi fedelissimi sono usciti dalla sala prima del voto, ma nel complesso il PD ha votato compatto il documento che reclama a gran voce il governo Renzi. Piuttosto sorprendente è stato l’atteggiamento dei “cuperliani”, che hanno sostenuto incondizionatamente il segretario. L’unica voce critica fra i maggiori esponenti del PD viene da Pippo Civati che, intervistato dall’Espresso, si è detto seccato dell’incoerenza di Cuperlo e dei suoi e preoccupato per il piano di Renzi, che definisce un “azzardo” basato sul sostegno di Angelino Alfano. In effetti Renzi, qualora Napolitano gli affidasse l’incarico di formare un nuovo governo, dovrebbe fare ampiamente ricorso alle tanto vituperate larghe intese, per le quali egli stesso non ha mai cessato di criticare il governo Letta. Il suo esecutivo potrebbe contare sull’appoggio di Scelta Civica, che ormai è ben disposta a compromessi pur di rimanere in parlamento, e del Nuovo Centro Destra di Alfano. Resta da capire l’atteggiamento di Sel nei confronti del futuribile governo Renzi; per la verità, lo stesso Alfano ha lasciato intendere di non nutrire entusiasmo per un governo di coalizione che duri sino al termine naturale della legislatura (ovvero fino al 2018), e di preferire le urne a un governo Renzi che non porti a grandi riforme.
Per quanto riguarda i possibili ministri, è facile intuire come allo stato attuale delle cose non si abbia alcuna certezza. Pare tuttavia probabile che i renziani della prima ora, a cominciare da Delrio, andranno a ricoprire posizioni di rilievo. Meno probabili sembrano le voci che parlano di alcuni ministri scelti fra i renziani, come Oscar Farinetti, numero uno di Eataly, e lo scrittore Alessandro Baricco, che non sono direttamente legati alla politica.
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Oltre alle logiche di partito e alla vicenda politica stricto sensu, i fatti di ieri ci costringono ad interrogarci almeno su due cose. La prima riguarda la reazione delle élite economico-politiche internazionali e degli altri stati a questo passaggio di testimone un po’ forzato fra Letta e Renzi. Letta, certo ora in assoluta difficoltà politica, era e resta un uomo gradito al mondo della finanza internazionale e agli USA, da sempre considerato un trait d’union fra le istituzioni italiane e quelle internazionali: non a caso, come si evince dai cablo di Wikileaks, già durante il secondo governo Prodi gli ambasciatori statunitensi in caso di necessità si rivolgevano direttamente a lui e non a Prodi. Letta è legato, inoltre, ai potenti uomini che fanno parte del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, ed è per giunta membro di influenti think tank. Matteo Renzi, pur vantando utili relazioni sul territorio nazionale, non può competere sul piano internazionale col premier dimissionario: occorre pertanto aspettare e capire come il mondo giudicherà un simile avvicendamento – e siamo certi che, tramite i “mercati”, capiremo chiaramente se il giudizio sarà positivo o meno: come ci tiene a specificare in un tweet Gianni Riotta, uno che delle élite internazionali è stato parte integrante, “I mercati non si emozionano davanti alla staffetta Enrico Letta – Matteo Renzi ma si aspettano ora riforme senza indugi. O ci castigheranno”. La stampa estera non ha reagito in modo univoco alle notizie provenienti dall’Italia. Tutti i giornali hanno presentato l’esecutivo di Letta come in grave affanno e la sua caduta come inevitabile, ma le valutazioni sul passaggio di testimonesono diverse. Il Wall Street Journal, ad esempio, insiste sulla gravità della situazione italiana e sulle possibilità che un giovane audace come Renzi possa mettere mano a riforme strutturali, in grado di rilanciare il paese. L’Economist, al contrario, non manca di sottolineare alcune criticità di un eventuale governo Renzi: per quanto intrepido (anzi, ravenously ambitious, “rapacemente ambizioso”) possa essere il sindaco di Firenze, la sua totale inesperienza parlamentare è valutata come un rischio dall’influente settimanale economico, così come rischiosa sarebbe la mancata legittimazione del suo governo attraverso le urne. Questo ci porta dritti verso il secondo interrogativo. Da quasi mezzo secolo in Italia si va a votare con leggi elettorali non proporzionali, maggioritarie e condite con ricchi premi di maggioranza e sbarramenti sempre più severi; da tempo le preferenze sono state abolite, e i parlamentari nominati dalle segreterie di partito. Dal 2011 a oggi a Palazzo Chigi si sono succeduti Mario Monti, Enrico Letta e ora, probabilmente, Matteo Renzi; se è vero che nessuno governo in Italia è eletto dai cittadini, è anche vero che questi governi tecnici o di coalizione spesso stravolgono i risultati elettorali (già turbati dai sistemi elettorali più strampalati) e rispondono evidentemente ad altre logiche. Renzi ha insistito per mesi sulla necessità di passare attraverso il voto e di superare la logica delle larghe intese: se ora andrà al governo senza elezioni col supporto della stessa maggioranza che ha supportato Letta, c’è da chiedersi quanto la democrazia rappresentativa in Italia sia nominale e quanto fattuale.                                                                                                                                                  Simone Mucci
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