Gramsci e la differenza qualitativa tra le èlitesTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Gramsci e la differenza qualitativa tra le èlites

Antonio Gramsci nel corso della sua intensa attività da intellettuale ha realizzato un mirabile lavoro di critica e analisi del funzionamento della cosiddetta “democrazia” occidentale. Gramsci analizzò il ruolo decisivo delle èlites mettendo in crisi il significato della parola “maggioranza”, che nel pensiero gramsciano diventa niente altro che l’effetto della forza delle stesse èlites, il cui successo è “determinato dalle forze sterminate materiali che hanno a disposizione”. Da qui l’apprezzamento di Gramsci per un altro tipo di elitismo, quello di impronta socialista sovietico basato su un compito pedagogico-politico. 

Leggendo l’analisi matura di Antonio Gramsci sull’elitismo applicato al funzionamento della cosiddetta democrazia occidentale si ritrovano dei passaggi a dir poco illuminanti che possono servire eccome anche per comprendere dinamiche molto attuali nel mondo contemporaneo. Ci hanno portati a pensare che la democrazia sia il migliore dei metodi di governo possibili, ma se come diceva Gramsci il consenso elettorale altro non è che il risultato dell’egemonia esercitata da una èlite in grado contare su “forze materiali sterminate”, ecco che il concetto stesso di “democrazia” meriterebbe di essere approfondito e non dato per scontato come troppo spesso accade in un mondo sempre più amorfo e appiattito sul pensiero dominante irraggiato dalle èlites.

Luciano Canfora, professore di Filologia classica, saggio ed esperto conoscitore di questi temi, ha pubblicato un libro preziosissimo per arricchire la discussione in questo senso, “Critica della retorica democratica” (1). Qui Canfora ha sottoposto a dura critica il concetto di democrazia mettendone in crisi i luoghi comuni e invitando alla ragione critica nell’epoca che lui ha definito in modo assolutamente condivisibile del “fondamentalismo democratico”, secondo cui sarebbe assolutamente inammissibile qualsiasi tipo di sistema economico e politico differente dal nostro. Il capitolo che a noi interessa parla della riflessione di Gramsci sull’argomento, contenuta nel “Quaderno 13″ (2) e intitolata “Il numero e la qualità dei regimi rappresentativi”, davvero un esempio di quanto l’intellettuale sardo, torinese d’adozione, avesse centrato il nodo del problema già diversi decenni fa.

Gramsci ha sottoposto a critica il concetto della maggioranza numerica in democrazia, mettendo quindi in crisi il concetto del “numero”: “Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo [...] è che il numero sia in esso legge suprema….Ma il fatto è che non è vero in nessun modo, che il numero sia legge suprema, nè che il peso dell’opinione di ogni elettore sia esattamente uguale” (3). Dunque Gramsci sottoponeva a critica il concetto dato per scontato della giustezza del criterio di maggioranza in un regime parlamentare, e sollevava per primo il profondo tema della necessità di una analisi maggiore che permettesse quindi di andare a mettere in luce il “sommerso”, e infatti proprio l’intellettuale comunista andava a precisare che con il principio del consenso elettorale : ” Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle èlites, delle avanguardie“. Ma il concetto fondamentale, oggi volutamente dimenticato da intellettuali o presunti tali, è che le idee e le opinioni delle masse non nascono spontaneamente, bensì “hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione [...]. La numerazione dei voti è la manifestazione terminale”.

Dunque stanti così le cose Gramsci sviscera il ruolo delle èlites, ovvero gruppi di ottimati a cui appartengono i centri di irradiazione a causa delle forze materiali sterminate in loro possesso. Insomma secondo una analisi di tipo elitistico si potrebbe facilmente comprendere come le maggioranze dei cosiddetti regimi rappresentativi democratici altro non siano che il frutto della capacità di influenza esercitata dalle èlites, ovvero “della capacità diremmo noi di creare il consenso” (4).  Ma non finisce qui, Gramsci analizzava a quel punto le differenti modalità di governo e ravvisava una differenza con il cosiddetto regime “non parlamentaristico”, riferendosi in quel contesto all’Unione Sovietica. In questo caso secondo Gramsci il consenso  non aveva nel momento del voto il suo momento “terminale” in quanto “il consenso è supposto permanente attivo fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come funzionari dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali“. Se dunque è possibile operare una differenza tra sistemi politici e rappresentativi questa dovrebbe essere imperniata nel diverso ruolo delle èlites. Nei sistemi capitalistici, o comunque basati su una democrazia a maggioranza, il consenso “è un effetti della loro (delle èlites ndr) forza e della loro capacità scompare ed esce di scena la banale indignazione oligarchica, ma subentra lo smascheramento dell’auto-rappresentazione della democrazia”. Da qui la differenze delle èlites del sistema socialista sovietico: “Da qui l’apprezzamento positivo per un diverso elitismo: quello che Gramsci vede dispiegarsi nella realtà politica sovietica. Qui ugualmente il potere appartiene ad èlites dominanti: ma queste non sono tali perchè colgano i frutti di una loro maggior forza sociale ed economica, sono tali perchè investite di un compito pedagogico-politico“(5).

Insomma in Unione Sovietica il consenso è un “supposto permanentemente attivo” dove le elezioni servono a “arruolare funzionari”. In poche parole nel sistema socialista sovietico le elezioni miravano a incrementare il consenso “non su programmi  generici e vaghi, ma di lavoro concreto e immediato“. Dunque parlare di democrazia capitalistica come di una dittatura delle minoranze contro gli individui presi singolarmente della maggioranza non diventa un mero esercizio di propaganda ma il frutto di una analisi. Come ebbe a scrivere Gaetano Mosca nel 1896 nel suo “Gli Elementi di Scienza Politica“: “La forza di qualsiasi minoranza è irresistibile di fronte a ogni individuo della maggioranza“.

Viceversa nel sistema sovietico la disuguaglianza del peso politico tra i cittadini è data non dalle forze materiali da loro controllate ma dall’adesione e dall’impegno profuso intorno agli obiettivi perseguiti dalla èlite dominante, che non sarà più però economica ma politica, e non è questa una differenza da poco. Come mai questo punto dell’analisi gramsciana è rimasto per certi versi sullo sfondo mentre meriterebbe un approfondimento continuo? Evidentemente perchè analizzare la questione delle èlites significa per certi versi smascherare quel “fondamentalismo democratico” accennato da Canfora, mettendo quindi a nudo le contraddizioni del sistema vigente che ovviamente impernia la propria credibilità sulla negazione della possibilità dell’esistenza di modelli alternativi. Oggi questa degenerazione del sistema democratico in un “fondamentalismo” è diventata tangibile e l’esaltazione del principio formale della maggioranza per giustificare la sopravvivenza di un regime democratico è la conferma del processo degenerativo già evidenziato in precedenza. Fin quando le èlites economiche disporranno dei mezzi materiali per esercitare la loro egemonia, continueranno a veicolare il consenso, perpetuando quindi se stesse in una spirale senza uscita che si ripeterà fin quando quelle stesse èlites non vedranno erodersi i loro privilegi materiali che costruiscono la loro supremazia. Ed è chiaro che l’esistenza di avanguardie popolari contrarie agli interessi di queste èlites rappresentano per esse un pericolo mortale da scongiurare con qualsiasi mezzo. Ecco perchè coloro che propongono modelli alternativi a quello dominante finiscono per non trovare alcuno spazio.

(1) “Critica alla retorica democratica”, Luciano Canfora, Laterza Editori.

(2) “Quaderni del carcere”, Antonio Gramsci, Einaudi editore, pp.1624-26

(3) Gramsci, cit.

(4) Canfora, op. cit.

(5) Canfora, op.cit.

@Dc

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