Gran Bretagna, the land of precarityTribuno del Popolo
martedì , 24 ottobre 2017
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Gran Bretagna, the land of precarity

Secondo una ricerca del Chartered Institute of Personnel and Development (Cipd) i cittadini britannici con contratti a “zero ore” sarebbero in netto aumento.

Qui Gran Bretagna, la terra delle opportunità almeno a sentire migliaia di ragazzi e ragazze italiani/e o spagnoli/e che in massa hanno cercato fortuna oltremanica. Peccato che le cose nella “Perfida Albione” non vadano molto bene, anzi. In base a una ricerca del Chartered Institute of Personnel and Development (Cipd) i dati sull’occupazione diffusi annualmente in Gran Bretagna dall’ufficio nazionale di statistica sarebbero fallati su un punto focale. Dalla ricerca infatti emergerebbe come i lavoratori britannici con contratti a “zero ore” siano ormai quattro volte di più di quanto misurato nelle statistiche ufficiali, ovvero circa un milione, il 3,5% della manodopera totale. E dire che in Gran Bretagna già si bullavano da tempo della precarietà e della flessibilità del lavoro, caratteristiche peraltro cresciute esponenzialmente tra i contatti “zero hours”. Per contratti a zero ore si parla di impieghi che non garantiscono nel modo più assoluto un minimo di lavoro, in quanto completamente collegati alla domanda delle imprese. Sostanzialmente il lavoratore con questo tipo di contratti può solo attendere di venire chiamato dalle aziende per giorni o settimane, per poi rimanere a casa per pause più o meno lunghe.I contratti ovviamente non prevedono copertura in caso di malattia o ferie, nonostante che le norme europee sul lavoro impongono ad esempio il riconoscimento delle ferie. Si tratta di precarietà vera e propria, ampiamente utilizzata sia nel settore privato che in quello pubblico, per il sollazzo degli ultras neoliberisti. Insomma sono sempre di più i cittadini britannici che, se vogliono lavorare, devono accontentarsi di quello che trovano. Ad esempio i lavoratori di Sports Direct, circa 20.000 persone, sono quasi tutti con contratti a “zero ore”. I sindacati lo hanno ampiamente denunciato ma si sa, le lotte operaie non sono più di moda nella Gran Bretagna del XXI secolo. In Italia il contratto di lavoro intermittente, o “a chiamata”, tipico del modello anglosassone, è stato introdotto nell’ordinamento italiano con la Legge Biagi nel 2003, e può essere a tempo intederminato o a termine. In Italia formalmente è vietata l’assunzione di lavoratori intermittenti per sostituire lavoratori in sciopero o coinvolti da una procedura di licenziamento collettivo. Formalmente però, perchè la realtà è ben diversa.

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