Grecia e Syriza. Il paradosso democratico europeoTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Grecia e Syriza. Il paradosso democratico europeo

Europa e Democrazia sono ancora due concetti simbiotici? La domanda potrebbe sembrare in apparenza provocatoria ma quanto sta accadendo in queste ore in Grecia dimostra che la risposta non è affatto scontata.

Fonte: Oltremedianews

”Fuori dall’Euro, la Grecia mette in pericolo l’UE”. Il titolone, riproposto in varie salse tutte con il medesimo significato, campeggia da giorni sui giornali di mezza Europa mettendo in allarme tanto i cittadini comuni quanto i mercati, visto che nell’ultima settimana i rendimenti sui titoli greci sono tornati a sfondare il margine del 9%. Ma cosa sta succedendo nuovamente alla Grecia è difficile spiegarlo. Sì perché l’economia va sempre male ma non è una novità, la povertà e la disoccupazione sono quelle che sono dopo il crollo del 25% del Pil e non c’è all’orizzonte alcun segno di un attacco speculativo. Per capire il motivo di tanta preoccupazione basta guardare alle parole del governatore della Banca Centrale Greca Yannis Sturnaras che, in merito all’elezione del Presidente della Repubblica ellenica, ha parlato di possibili elezioni anticipate nel caso in cui non passassero i nomi proposti dal governo. D’accordo, l’instabilità politica non è una buona cosa per i mercati, ma c’è una cosa che spaventa la politica europea più della speculazione: la possibile vittoria di Syriza data in testa in tutti i sondaggi.

Così è bastata la constatazione dell’esiguità dei numeri in mano al governo di Samaras, che al primo tentativo è riuscito a raccogliere solo 160 voti sui 200 necessari attorno al nome di Stavros Dimas, per gettare tutti nel panico. In Grecia membri del governo hanno cominciato a parlare di rischio default, di possibili attacchi speculativi, di uscita del paese dall’Euro e addirittura dalla UE, di pericolo democratico. Questo sul piano interno, e non si può dire che sia qualcosa di molto diverso da quanto accade in Italia nel ridicolo dibattito politico pre-elettorale. Ciò che invece sconvolge è il fatto che nessuno da Bruxelles abbia mai smentito l’esistenza di un collegamento tra la permanenza di Atene nell’Euro ed i risultati elettorali; anzi, qualcuno ha pure lanciato moniti sul rispetto degli impegni presi, manifestando una sorta di ingerenza mai sperimentata prima negli affari interni di un paese prossimo alla campagna elettorale. Cosa ancor più grave è che si tratta di valutazioni di merito circa i vari schieramenti in campo nel panorama politico greco che non trovano poi riscontri nella realtà visto che più volte Tsipras ha negato l’ipotesi di un’uscita dall’Euro. Ristrutturazione del debito e rinegoziazione di un piano di aiuti che non ha ancora prodotto un briciolo di crescita a fronte di disoccupazione e povertà, sono queste le richieste del leader di Syriza. Niente di diverso, del resto, rispetto a quanto è stato concesso in situazioni di crisi ad altri paesi europei nel corso del ‘900: sia la Gran Bretagna, dopo la Grande Guerra, che la Germania dopo la caduta del Nazismo hanno infatti beneficiato di una spalmatura del debito su più anni ad interessi ridotti, tanto per dirne alcune.

Sorge allora una domanda: è ancora possibile, nell’Europa di oggi, l’affermazione elettorale di un soggetto politico progressista e critico verso le politiche neoliberiste? Se esiste una qualche incompatibilità di sorta tra un programma politico legittimato dal voto popolare e la permanenza dell’unione monetaria e nella stessa UE, che lo si dica chiaramente perché si tratterebbe dell’ennesimo campanello d’allarme circa il tradimento degli ideali democratici del progetto federativo europeo.

Del deficit democratico che da sempre caratterizza il funzionamento delle istituzioni europee, del resto, si parla da decenni. Con un governo bicefalo almeno per metà totalmente privo di una legittimazione popolare, un parlamento eletto a suffragio universale titolare di funzioni marginali ed una Banca Centrale il cui sempre maggiore protagonismo non trova bilanciamento con forme di controllo di tipo diffuso e diretto, è facile affermare già in partenza che l’Unione Europea non rappresenta quell’esempio di organizzazione democratica che ci si potrebbe auspicare. E’ vero, si tratta di difetti strutturali che hanno origine nel processo tutt’altro che lineare di integrazione europea, ma è proprio nelle maglie di un sistema fluido e con pericolose zone d’ombra che si annidano quei fattori che possono invalidare l’originaria impronta democratica del progetto federativo europeo e invece connotarlo di elementi di innegabile valenza reazionaria.

Sul potere delle lobby a Bruxelles, ad esempio, come giornale abbiamo scritto tanto culminando il nostro lavoro con la presentazione della prima italiana del documentario ”The Brussel Business” (clicca qui), l’opera di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert che denuncia l’influenza esercitata alla luce del sole da quindicimila lobbisti tra i palazzi dell’Unione. Non solo, negli anni si è osservata una sostanziale rinuncia alla pregiudiziale democratica nei confronti dei paesi dell’Unione, soprattutto quando c’erano da tutelare interessi economici: così, se ad esempio per le relazioni con la Turchia o la Russia la pregiudiziale opera eccome, nessuno ha mai battuto ciglio sull’involuzione autoritaria vissuta in Ungheria dove un governo di estrema destra da anni adotta politiche liberticide culminate con le limitazioni alla stampa e al potere giudiziario e la messa al bando del partito comunista; membro del Partito Popolare Europeo di Barroso, il partito Fidesz del premier Orban ha ucciso la democrazia ma ha tutelato gli interessi economici di mezza europa visto che dal 2012 applica alla lettera le indicazioni di Bruxelles per evitare il default del suo paese.

Un atteggiamento reiterato anche in questi mesi nei confronti dell’Ucraina: invece di assumere una posizione equilibrata rispetto alle derive reazionarie vissute dal paese dopo il golpe bianco di piazza Maidan, l’Unione è stata la prima promotrice delle sanzioni contro Mosca e principale sponsor di un governo, quello di Kiev, che oltre a vedere la partecipazione di frange vicine ad ambienti neonazisti, ha avviato un percorso che porterà alla criminalizzazione di una formazione politica rappresentativa come il Partito Comunista di Ucraina rispetto al quale la Ue preferisce voltarsi dall’altra parte.

Lobby, banchieri e Trojka. No, non è questa l’Europa democratica sognata da Altiero Spinelli.

Michele Trotta

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