Guerre e totalitarismi del XXI secolo. Se la Storia è appena cominciataTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Guerre e totalitarismi del XXI secolo. Se la Storia è appena cominciata

Crack economici, primavere arabe, instabilità nel mediterraneo, conflitti regionali e tensioni internazionali. Chi aveva detto che la storia è finita? Nuovi equilibri economici e crisi delle democrazie nella globalizzazione. 

Fonte: Oltremedianews

Crack economici, primavere arabe, instabilità nel mediterraneo, conflitti regionali e tensioni internazionali. Chi aveva detto che la storia è finita?

Il ‘900, si sa, è ricordato come il ‘’secolo breve’’, sia per la sua durata – non 100 anni bensì 75 compresi tra il 1914 ed il 1991 come direbbe lo storico Hobsbawm – sia per gli enormi cambiamenti che in poco tempo si sono avvicendati nella storia dell’umanità. Pagine e pagine di storia che hanno visto alternarsi devastanti catastrofi a periodi di forte espansione economica, finché con il crollo dell’URSS qualcuno forse stanco di studiare o forse un po’ troppo pieno di sé non ha deciso di mettervi un punto. La storia, così come hanno provato a raccontarla, finisce così: con la sbornia dell’occidente autoproclamatosi vincitore.

Dunque via le guerre mondiali, fine dei totalitarismi, niente più crisi diplomatiche, niente più popoli oppressi, ricchezza per tutti e pace nel mondo. A vederla oggi sembra una favola più che una rappresentazione della realtà, ma è così che sul finire degli anni ‘80 alcuni pensatori moderni salutando la caduta dell’URSS hanno provato ad immaginarlo il XXI secoloormai prossimo; come se la guerra e la fame nel mondo fossero dipese dai sovietici.
Tutto vero? Neanche per sogno. Nemmeno il tempo di brindare che già le prime tensioni in Medio Oriente costringevano Hobsbawm a guardare al futuro con pessimismo: ‘’il secolo breve – ammoniva il grande storico già a metà anni ‘90 – è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo capace di tenerlo sotto controllo’’.

Niente di più vero soprattutto alla luce degli avvenimenti di questi ultimi anni che stanno delineando nuovi inediti percorsi della storia dell’umanità e con essi nuove linee di conflitto. Non solo i muscoli di Putin in Crimea o le imponenti parate militari americane al largo della Cina; la crisi economica che morde sin dal 2008 ha rimesso in discussione un ordine mondiale che qualcuno aveva dato per eterno e che invece non è durato neanche venti anni. Mentre allo stesso tempo sono emersi finalmente i veri fattori evolutivi di questo secolo appena cominciato: se nel primo ‘900 l’avvento della società di massa aveva distrutto il mondo borghese e con esso lo stato liberale in sua funzione progettato, oggi la globalizzazione, le esperienze di integrazione economica, politica e culturale, e soprattutto i nuovi strumenti attraverso cui la società di massa si esprime – il web su tutti -, sono fenomeni che arricchiscono il pluralismo di fondo su cui poggiano le organizzazioni istituzionali degli stati, ma che disgregando le formazioni sociali tradizionali che nelle socialdemocrazie hanno orientato il dissenso, sottopongono i sistemi democratici così come noi oggi li conosciamo ad inevitabili tensioni.

Chi non ci ha fatto una bella figura è Fukuyama, cioè il politologo americano che con più forza all’inizio degli anni ‘90 in un saggio intitolato ‘’The end of History and the last man’’ aveva elaborato la sua idea unidirezionale della storia dell’umanità tutta in tensione verso un punto di perfezione che l’intellettuale individuava nel progresso e nella democrazia liberale. In una costruzione d’insieme che, fissando la ‘’fine della storia’’ proprio al momento culminante dell’egemonia statunitense come se l’occidente potesse fare da metronomo per la storia di tutti i popoli, mal celava una forte carica ideologica niente affatto seconda a quella che ha segnato le controverse esperienze europee dei conflitti tra stati e del colonialismo.

E dire che invece proprio l’eterno cammino verso il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo dovrebbe essere lo spirito di fondo che muove una storia che non può avere una fine collocabile in maniera spaziale e temporale, pur con tutte le vicende particolari di progresso e regresso che essa conosce. Con l’innovazione e il progresso tecnologico che ne sono gli strumenti utili purché posti al servizio di un percorso di emancipazione dei popoli, di uno sviluppo compatibile con le risorse offerte dal nostro pianeta nonché di una sfida evolutiva-rivoluzionaria che con la democratizzazione dei processi decisionali e produttivi consenta di superare le conflittualità della società moderna e accompagni l’uomo verso un nuovo stato evolutivo nel segno dell’uguaglianza e del reciproco riconoscimento piuttosto che nel solco del conflitto.

E invece tant’è, la narrazione di Fukuyama ben si presta ad una comprensione dello sguardo miope dei pensatori contemporanei, secondo per ottusità ed inadeguatezza soltanto a quello dei nostri economisti pro-austerity, eppure nel contempo estremamente rappresentativo del comune sentire odierno. Non è un caso che qualcuno che aveva dimenticato le crisi cicliche del capitalismo sia caduto dagli allori in seguito alla crisi del 2008. E non c’è nemmeno da sorprendersi se ai più fa strano che la Russia non voglia le basi Nato sotto casa o Putin risponda con una pernacchia all’esclusione da un G8 sempre più insignificante. Tutte reazioni curiose, e spesso divertenti.

Meno divertente è però l’ormai conclamata inadeguatezza di chi oggi prova ad ergersi ‘’padre della patria’’ dinanzi alle grandi sfide che invece questo nuovo millennio pone alle attuali forme organizzative delle società moderne. Come detto, il web, la globalizzazione, le esperienze di integrazione sovranazionali, hanno arricchito quel pluralismo di fondo su cui si basano le democrazie contemporanee. La società di massa è sempre la stessa che ha distrutto l’ordine borghese ottocentesco: con i suoi conflitti, le sue peculiarità, gli aspetti positivi della richiesta di partecipazione e quelli oscuri della tendenza al plebiscitarismo. Nel ‘900 dopo le guerre mondiali si costruirono le moderne democrazie partendo dall’organizzazione del consenso-dissenso nella società civile con la nascita dei partiti.
Oggi l’industrializzazione ed il web hanno distrutto quelle forme di aggregazione: da una parte le nuove tecnologie lasciate in mano ai mercati hanno condotto ad un progresso squilibrato che ha aumentato le differenze tra ricchi e poveri, dall’altra il web ha moltiplicato sì i contatti tra diversi ma ne ha anche incrementato le distanze.

Il risultato è una società disgragata dove l’uomo è rimasto solo nei rapporti sociali e nelle relazioni economiche: la precarietà, la perdita di potere contrattuale dei lavoratori, il peggioramento delle condizioni di vita, l’insofferenza per le procedure democratiche, i personalismi nella politica che si riflettono nei particolarismi a livello statuale in un nuovo inasprirsi dei rapporti fra gli Stati, sono solo il frutto di questa disgregazione in atto. Per riprendere ancora una volta un’espressione fortunata di Hobsbawm si può dire che ”la ragione della profondità e complessità delle crisi mondiali sta anche nel fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano’’.
Il pericolo, però, è che la demolizione delle forme organizzative di massa ed insieme l’incontro-scontro tra diverse culture imposto dalla globalizzazione, degeneri nel relativismo ed apra la strada ad una fase di regressione nel segno di nuove forme di plebiscitarismo, le stesse che hanno fatto conoscere al mondo l’esperienza dei totalitarismi.

E i primi segnali di questo processo è possibile già avvertirli: la crisi dei partiti, il distacco tra ”il palazzo” ed i cittadini, il ritorno in voga della discussione sui mandati imperativi per i parlamentari che sposterebbero i contesti decisionali fuori dalle aule del legislativo e fuori dalle rigide garanzie costituzionali, infine l’abolizione del finanziamento pubblico alle organizzazioni politiche, che segna il ritorno di una politica d’elite emarginalizzante e nello stesso tempo più instabile. Senza contare l’effetto che una tendenza al plebiscitarismo può avere sulle esperienze di integrazione internazionale e su un contesto economico in cui gli interessi del capitale internazionale, dopo una lunga fase di convergenza, tornano a farsi divergenti.
No, la Storia purtroppo e per fortuna non è affatto finita.

Michele Trotta

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