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domenica , 28 maggio 2017
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Ha di che piangere il Gargano

L’alluvione che ha distrutto il Gargano la settimana scorsa ha aperto degli interrogativi per capire se anche in questa tragedia cisono delle colpe. Colpe che attraverso questo articolo vengono individuate. 

Fonte: Oltremedianews

“Evento eccezionale”. La politica dei palazzi ricorre sovente a questa formula pilatesca. “Eccezionale”, quindi non prevedibile. Zero colpe. In caso di dolo, l’indulgenza è plenaria, che lava da ogni responsabilità, in quanto il peccatore è universale. Eventi singolari che richiedono poi procedure straordinarie, che quasi sempre si traducono in farebusiness sulle macerie di un territorio che si è contribuito a rendere sofferente. Gli eventi e le distruzioni conseguenti alle alluvioni che hanno affogato paesi, campi coltivati e strutture ricettive del Gargano all’inizio di settembre, sono lo spaccato perfetto di queste dinamiche, con i responsabili da cercare al massimo tra Hadad, Giove o qualche altra divinità della pioggia.

Ovviamente così non è. Di eccezionale c’è forse la portata delle precipitazioni, per quanto dovremmo anche abituarci a un mutare del clima e attrezzarci di conseguenza. Ma il promontorio – una miniera archeologica, paesaggistica, ambientale e storica eccezionale – parla d’altro, di una ininterrotta speculazione, cementificazione, incuria che va avanti da cinquanta anni e che è il movente dei disastri delle scorse settimane.

A far scoprire il business del turismo in una terra fin lì di pescatori, contadini e allevatori fu Enrico Mattei, il gran capodell’Eni, che si innamorò del Gargano sul finire degli anni ’50. A qualche sporadica forma di campeggio libero per gli amanti della natura si affiancò a metà dei ’60 la realizzazione del centro turistico in località Pugnochiuso, tra Vieste e Mattinata, la prima importante struttura alberghiera e anche primo esempio di pesante aggressione cementificatoria alle falesie carsiche della costa e alla fitta vegetazione a picco sul mare. Dal 1970 in poi l’escalation: dapprima campeggi e tende, poi bungalow in legno, quindi villette e alberghi. Senza vincoli e piani particolareggiati, senza programmazione e aumentando solo l’offerta di posti letto e con pochi e scarsi servizi, con i governi cittadini dei più importanti centri della costa proni agli interessi di questi spesso improvvisati operatori turistici, a volte con la sovrapposizione degli stessi nella figura di amministratore. E ovviamente, con interessi criminali ben radicati in un luogo che produceva ricchezza e affari.

In questo scenario due sono i simboli dell’omesso controllo e della devastazione ai danni del territorio. Il primo è il paese – come chiamarlo sennò un agglomerato di quasi duemila case? – sorto sull’istmo di terra largo poco più di ottocento metri che separa la laguna di Lesina dall’Adriatico, in un ambiente caratterizzato un tempo da dune naturali e canneti.
Nel cuore del Parco del Gargano esistono dieci chilometri di cemento senza soluzione di continuità, villette a un piano edificate sulla sabbia, senza fondamenta, muri e recinzioni che impediscono l’accesso al mare, senza fogna né elettrificazione. Ma vi sono bar, rosticcerie, una chiesa: tutti immobili abusivi. Una parte di loro negli anni ha goduto dei condoni dei governi Berlusconi. Per poco meno della metà si sarebbe dovuto procedere all’abbattimento, ma nessunaimpresa si è mai presentata alle aste a evidenza pubblica indette per assegnare i lavori. In un clima di intimidazioni diffuse, nulla di strano. Addirittura, tra gli orgogliosamente abusivi, l’ex sindaco di San Nicandro Garganico, deputato di Forza Italia, vice presidente del Parco del Gargano. Solo che a notifica dell’abuso da parte della Finanza, lo stesso pensò bene di imputare il tutto a sua nonna, portando i militi da un’anziana del paese con tanto di documenti. Peccato poi risultò che la nonna era defunta cinque anni prima, e la signora un’ignara vecchia del luogo. Motivo per cui l’ex sindaco è stato condannato con sentenza definitiva.

Il secondo simbolo dell’aggressione al promontorio è il centro direzionale di Baia Campi, a dieci chilometri da Vieste. La più grande opera abusiva – 60mila metri cubi di cemento – mai realizzata sul Gargano porta la firma del noto architettoPaolo Portoghesi e per assurdo come committente proprio un ente pubblico, la Regione Puglia. Un mastodontico complesso che doveva creare 2.500 posti di lavoro, realizzato a partire dal 1988, costato 50 miliardi delle vecchie lire, vive il suo stato di abbandono da sempre. Mai utilizzato, vandalizzato, nemmeno abbattuto. In un’area questa sì sottoposta a vincolo idrogeologico, paesaggistico e forestale, a fronte dei pareri negativi delle Sovrintendenze e delle denunce delle associazioni ambientaliste, l’ecomostro fu innalzato e nonostante le condanne successive di in tribunale, mai nessun politico ha mai pagato a causa della prescrizione del reato.

Dieci anni dopo la posa della prima pietra del centro direzionale di Baia Campi, un altro assist agli speculatori lo ha offerto sempre la Regione Puglia, guidata da Di Staso a capo di una giunta di destra, da An a Forza Italia. Con una legge, pretesto il dover accelerare l’utilizzo del fondi comunitari e assieme realizzare opere pubbliche necessarie, si regalava ai sindaci il potere di autorizzare opere anche in variante agli strumenti urbanistici, senza controllo dell’ente regionale e autorizzazione paesaggistica. Una follia che s’è tramutata in un vero e proprio sacco alle città e al paesaggio.

Oggi, da Peschici alla baia di Manaccora, da Calenella a San Menaio, alberghi e villaggi sono sorti a ridosso dell’Adriatico, alcuni edificati nel letto di vecchi fiumi o in canali naturali. Senza alcuna prevenzione dal preannunciato possibile disastro. Quegli stessi operatori sono vittime di questa omessa cura del territorio, di questa ottusa speculazione, ma piangono del disastro che hanno contribuito a determinare. Ancora pochi mesi fa, proprio nella baia di Calenella, c’è stato il via libera all’edificazione di un mega villaggio turistico. E non risulti strano che lo scorso anno s’è scoperto che una mega lottizzazione nella piana degli Ulivi di Mattinata, di proprietà dell’ex presidente di Confindustria e Camera di Commercio, è stata realizzata in spregio a vincoli e autorizzazioni. Lo si è scoperto a centro turistico terminato e avviato. Manco fosse stato calato dalla notte al giorno dall’alto. E prima? Chi doveva controllare? Basta andare sulla spiaggia di Mattinata e scorgere sulla montagna questo mostro di cemento. Nessuno ha visto, verificato?

Qualche anno fa si gridò allo scandalo perché l’attuale presidente della Regione Puglia, Niki Vendola, osò parlare di una mafia dei colletti bianchi che aveva contribuito a saccheggiare il paesaggio del Gargano. Lesa maestà, si disse. Eppure la mafia sul Gargano c’è e fa sentire la sua presenza, non potrebbe essere altrimenti in un territorio che ha segnato una crescita economica incredibile negli ultimi venti anni. E che la mafia aggredisca e condizioni le scelte delle pubbliche amministrazioni è storia scritta nelle sentenze dei tribunali. E mentre questa letteratura narra di infiltrazioni mafiose, i pavidi governanti alla guida degli enti locali ascoltati negli anni dalle commissioni antimafia scese nel territorio hanno sempre descritto una Capitanata felix. Mancanza di consapevolezza, ha morbidamente commentato l’organismo parlamentare. Connivenza, possiamo dire noi altro.

Ha di che piangere il Gargano, certo, ma deve piangere soprattutto delle scellerate scelte dei suoi governanti e imprenditori.

 Jacob Foggia

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