Ho visto l’America e ho avuto pauraTribuno del Popolo
sabato , 21 gennaio 2017
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Ho visto l’America e ho avuto paura

Ho visto l’America e ho avuto paura

Opinioni, riflessioni e sensazioni di un ragazzo in viaggio negli USA: la realtà che stride con la propaganda filo statunitense.

È passato un po’ di tempo ma il ricordo di quel viaggio è tuttora vivido nei miei ricordi.

Sebbene non sarà questa mia prima esperienza di viaggio negli Stati Uniti a essere il fulcro di quest’articolo, che avrà il fine di dare qualche sonoro colpo di martello sull’immensa falsità mediatica e culturale che è sparsa per elogiare gli USA in quanto tali, è indispensabile che la ricordi proprio all’inizio perché tale esperienza è rimasta impressa nella mia coscienza e ha persino influenzato grandemente il mio modo di vedere il Mondo e di pensare.

Ero piccolo, credo che avessi meno di dieci anni (erano ancora in piedi le Torri Gemelle), ed ero in viaggio coi miei genitori in America. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto: i miei sono da sempre grandi amanti del viaggio ed essendo curiosi amano allontanarsi dai luoghi che conoscono meglio per vedere da vicino com’è la vita altrove, anche oltre distanze di migliaia e migliaia di chilometri.

Ricordo bene che l’impatto con gli USA fu duro e travolgente e non in senso positivo: arrivammo all’aeroporto di New York a notte fonda, pioveva a dirotto ed io ero ancora un po’ disturbato per il volo (non soffro di paure o angosce dovute ai viaggi in aeroplano, ma i vuoti d’aria mi nauseano spesso, sebbene sia ormai abituato a viaggiare). Riuscimmo a salire per caso su di uno di quei taxi gialli e giganti che abbiamo visto a iosa in chissà quanti film o in moltissime foto. Io ero seduto dietro con mia madre e mio padre davanti; la prima cosa che mi colpì fu che la parte anteriore dell’abitacolo era divisa dal divano posteriore da una pesante parete di plexiglass. Mi diede subito una sensazione di claustrofobia e mi sentii quasi separato da mio padre. L’auto sfrecciava sulle grandi strade, larghe e infinite, della periferia ma io vidi ben poco perché ero ancora un po’ disturbato e quindi restai steso con la testa sulle ginocchia di mia madre. Papà continuava a chiacchierare col tassista, un uomo di colore grosso e simpatico con cui non doveva esser difficile fare amicizia. In America è facile legare con molti, lo capii subito ma la ragione la compresi solo più tardi: è la solitudine tipica di metropoli, grandi spazi e di paesi spersonalizzati e ultracapitalisti la ragione, che ho potuto intuire solo crescendo. Arrivammo al nostro albergo e mio padre ci spiegò il succo della conversazione, di cui io bambino alle prime armi con l’inglese scolastico avevo inteso solo “… crazy… crazy!”. In pratica il tassista aveva dato qualche “dritta” a noi europei su come vivere, da ospiti, nella Grande Mela: la mattina tutti i newyorkesi sono preda di frenesia e mille faccende cui badare, i ristoranti a pranzo sono quasi deserti e il momento migliore per godersi la città è nel primissimo pomeriggio ma era indispensabile evitare di muoversi la sera scattate le 19:00. Come in un racconto gotico o del terrore, a quell’ora la città si popolava – nelle parole di un uomo che sicuramente conosceva meglio di noi l’America e New York – di uomini diversi dalla conformistica folla urbana del mattino e il silenzio poteva esser interrotto dalle urla di ubriachi o drogati nelle vie laterali ai grandi viali metropolitani. La storia mi spaventò un po’ ma l’attrazione era ancora forte, insieme alla curiosità. Ci volle poco affinché trovassi conferma dopo conferma, dell’assoluta veridicità delle parole del tassista.

Spesso la sera decidevamo di “fare la spesa” in uno store aperto 24 h, situato dietro un angolo nelle strade vicine al nostro hotel. Era un posto fantastico per un bambino o un ragazzino: cose colorate e zuccherate in ogni dove, luce e una tv col via cavo accesa stridevano col buio e il silenzio delle strade del centro – di giorno lucenti e animate -. Una di queste sere, dopo aver acquistato dell’acqua per non bere quella dell’albergo che ci avrebbe così appioppato un conto chilometrico pagabile solo da Rockefeller, capitò che un poliziotto fuori dallo store ci fermasse in modo duro e autoritario. Chiese i nostri documenti, parlò un po’ con mio padre il quale ci riferì che la notte, sebbene fossimo in un quartiere prospiciente a Central Park nel cuore di New York, quelle strade erano pericolosissime e frequentate da “urban men” normalmente bazzicanti i vicoli laterali fra i grandi building neri e scuri di vetro e cemento. Questi tizi, che nella mia mente di bambino rievocavano il famigerato “spauracchio”, erano pericolosi come una pantera – testuali parole del poliziotto – e ci avrebbero ridotti male se ci avessero agguantati. Spaventati, rientrammo quasi correndo in camera.

Ultimo ricordo di quel viaggio fu un fatto orribile cui ci capitò di assistere di mattina. Passeggiavamo per una delle vie centrali di Manhattan quando a un semaforo, subito dietro un angolo, trovammo un ragazzo e una ragazza seminudi e avvolti in un impermeabile chiaro: erano pallidissimi, tremavano e avevano gli occhi sbarrati. Ero impietrito: mio padre, essendo medico, li soccorse come meglio poteva misurando il battito dal polso e cercando di parlare per farli ritornare in sentimenti. Ricordo bene e con disgusto che la folla continuava a superarli, indifferenti; un uomo con una borsa e un caffè nell’altra mano li scavalcò semplicemente. Fummo solo noi a fermarci e fu spero una fortuna che l’ambulanza arrivò dopo la telefonata di mio padre: ancora non sapevo però che negli USA devi essere assicurato e danaroso per avere il “lusso” di esser curato e spesso neanche basta.

Questo era solo un prologo per la mia esperienza di viaggio più recente in USA.

Il secondo viaggio risale a qualche anno fa, avevo ventuno anni, e partì sempre con i miei genitori ma portando con me un mio grande amico. Fu un viaggio lungo, fatto in auto e che ci ha permesso di vedere molte cose che generalmente non puoi vedere se arrivi in aereo e vivi “chiuso” in una città.

Il viaggio iniziò da Boston e da lì ci spostammo in Vermont, poi a Buffalo vicino alle Cascate del Niagara, quindi a Pittsburgh in Pennsylvania, a Philadelphia e per finire a Hartford nel Connecticut passando solo di mattina a New York. Abbiamo sempre dormito, a parte a Boston, in motel e alberghi trovati a caso girovagando e così posso dire di non essermi distaccato tanto dalla realtà quotidiana degli americani.

Vi racconterò solo gli episodi rimarchevoli d’interesse politico o sociale per non annoiarvi con degli individualistici ricordi di viaggio. Spesso io e Eddy, il mio amico fraterno, giravamo da soli svincolati dai miei genitori anche la sera e così abbiamo spesso provato sulla nostra pelle varie e strane sensazioni che confermano la tesi generale che gli USA sono forse affascinanti ma di sicuro non un bel posto dove vivere se si è lavoratori, onesti e senza molti quattrini.

A Boston ebbi l’occasione di parlare, per strada, con i lavoratori della “Dunkin’ Donuts” in sciopero fuori da uno dei loro bar contro i licenziamenti e i continui tagli ai salari: non ho mai trovato donne e uomini così disponibili e aperti nell’accogliere le idee di eguaglianza nonché giustizia sociale come qui. Arrivai davvero a esporre le idee tipiche di un comunista e loro continuavano a sostenermi, ad apprezzare ogni mia singola parola: forse perché qui, al centro dell’impero, lo sfruttamento è ancora più forte e l’oppressione ancor più violenta. Per il resto del viaggio, io e il mio amico, boicottammo la “Dunkin’ Donuts”. Ci sembrava poco ma indispensabile.

Nello stato di New York, nel bel mezzo di colline boscose e paesaggi mozzafiato per noi abituati a spazi piccoli e delineati, ci fermammo per sgranchirci le gambe nella cittadina di provincia di Butler. Ora viene uno dei momenti più tetri e cupi di questa mia esperienza di viaggio: si trattava, da come leggemmo su di un cartello nel centro della piccola città, del paese che aveva “donato” più carne da cannone in quasi tutte le guerre degli Stati Uniti. Qualcosa di raggelante e deplorevole ci risalì sino in gola; ovunque, in qualsiasi negozio o bar ma anche nelle strade, c’erano uomini masticati dalle guerre: senza una gamba, con le mani paralizzate, oppure con la faccia sfregiata e la schiena curva. Era uno spettacolo raccapricciante e a ciò si univa la desolazione: interi isolati fatti di negozi chiusi e falliti, sporcizia, abbandono. All’uscita della città, brillava sulla facciata di un palazzo in mattoni rossi un’insegna di oro e argento lucidi con simboli massonici e una scritta che diceva “Masonic Union of Butler” o una cosa simile. Restammo senza parole e lo stesso i miei genitori seduti nel retro della Lincoln berlina.

A Buffalo, alle ore 20:00, le strade del centro erano così deserte per quella sorta di osceno coprifuoco che cade automaticamente nelle città che eravamo quasi spaventati dal suono delle suole delle nostre scarpe sui marciapiedi. A Pittsburgh andammo in una piazza centrale, famosa perché appare in qualche film (per intenderci è quella piazza circondata da un grattacielo di vetro scuro con la forma di una cattedrale medievale che svetta nel cielo); qui prendemmo un frullato e scattammo delle foto. Anche qui la desolazione era totale: la famosa “vita notturna” delle città yankee è pura propaganda o è semplicemente relegata a qualche pub o via sicura e chiusa al traffico. Sino in albergo fummo seguiti non da dei “malviventi” ma da poliziotti che rimasero fuori dall’ingresso del nostro hotel a braccia conserte l: non penso avessimo un aspetto così minaccioso, ma forse il clima che si respira da quelle parti è simile a quello dell’Africa dell’apartheid: una tensione pronta a esplodere com’è giusto che sia. Sì perché, ho dimenticato di dirvi, già dall’atterraggio notai che tutti i lavori più umili e manuali erano appannaggio totale di afroamericani e ispanici: dal netturbino che spazza la strada sino alla donna che lucida l’acciaio del corrimano nei corridoi dell’aeroporto di Boston, sono loro a esserne i “responsabili”.

Eravamo invece a Philadelphia quando le cose sembravano esser diverse. Di pomeriggio la strada principale nei pressi della “Liberty Bell” è candida, frequentata e con diversi bambini nei prati. Calata la sera, tutto ci sembrò tetro e senza speranza; non c’era più nessuno neanche nelle vicine stradine con i palazzi bianchi e rossi da cui provenivano. Una luce da lontano, in una delle traverse, ci attirò: camminammo per qualche minuto nell’oscurità più completa e arrivammo nella locale China Town. Qui non c’era neanche un occidentale, era come essere a Hong Kong. Nei ristoranti solo cinesi, così come nei bar o per strada; negli store aperti 24 h idem e qui la stragrande maggioranza dei film e dei giornali era in cinese. La tanto decantata unione delle culture era una bufala bella e buona: qui la segregazione nei fatti c’è eccome. La notammo anche fuori dal centro quando, rientrando in auto in albergo, vedemmo interi quartieri abitati solo da afroamericani e con negozi frequentati solo da loro. Ci accoglievano sempre calorosamente e volevano spesso parlarci, chiedendoci di come fosse da noi: siamo sempre stati sinceri e perciò non abbiamo mai addolcito la pillola sul nostro Paese. In questi come in altri quartieri suburbani assistemmo a un altro spettacolo raggelante: casa dopo casa notavamo delle candele dietro le finestre accese nel cuore della notte mentre i soggiorni o le cucine erano deserti. Ci spiegarono che si trattava delle case di famiglie con soldati in guerra: lasciano una candela accesa aspettando che tornino vivi dal fronte i loro figli. Eravamo quasi commossi per le sofferenze che patisce un intero popolo per le smanie imperialistiche dei corrotti mostri al potere.

Termino con l’esperienza che io e il mio compagno di viaggio abbiamo avuto a Hartford: il solito vuoto del centro cittadino ci aveva ormai annoiato oltre che abituato e dunque rientrammo in motel, dopo aver fatto un giretto a piedi. Hartford è la città in cui nacque la Colt o la Smith & Weston, è necessario ricordarlo. La mattina dopo mi alzai e accesi la tv: il telegiornale locale annunciava che c’erano stati due morti a Hartford la sera prima, a causa di una sparatoria, mentre noi ce ne andavamo in giro …

In chiusura posso solo affermare che il centro dell’impero USA, di cui noi siamo solo la periferia, è come una di quelle strutture usate nei film sul vecchio West: a una prima occhiata sembra tutto vero e reale nonché affascinante ma basta entrare dalla porta o sbirciare all’interno di una finestra e si può notare benissimo che si tratta solo di una struttura di legno dolce e cartone retta da qualche tirante. L’America è così: la povertà, la segregazione, la solitudine, l’ingiustizia e la paura del crimine dilagante – commesso soprattutto dai diversi capitalisti e capitani d’industria – sono prodotti nazionali come la Coca Cola, il burro d’arachidi e le automobili enormi. Dovremmo smetterla forse di importare certa roba da noi: le ingiustizie e la paura già ce le fornisce il capitalismo nostrano.

 P.V.

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Un commento

  1. Punto di vista sensibile e utile a scuotere il pericoloso torpore delle ”leggende” moderne…

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