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venerdì , 24 marzo 2017
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Hong Kong è una sfida

Mentre ad Hangzou, sede del vertice del G20, se ne sanciva formalmente il ruolo internazionale di grande potenza, la Cina vedeva riaprirsi ad Hong Kong un fronte caldo, dopo quello delle manifestazioni del 2014 (la “rivoluzione degli ombrelli”) che per oltre due mesi hanno sospinto l’opposizione al progetto di riforma della legge elettorale per l’elezione del Capo dell’esecutivo della ex colonia britannica.

Proprio l’onda lunga di quel movimento di netta contrapposizione a Pechino (al quale Marx21 ha dedicato diversi interventi) si è riversata sulle elezioni di domenica 4 settembre per il rinnovo del Consiglio legislativo. Come ha già sottolineato, in modo più o meno sensazionalistico, la stampa internazionale, per la prima volta fanno il loro ingresso nel parlamento locale sei esponenti della galassia “indipendentista” e “localista” che non nasconde la volontà di superare la formula del “Un Paese due sistemi” – che resterà in vigore fino al 2047 – e avviare, in tempi e modi diversi, un processo di indipendenza nel nome di una distinta nazionalità hongkonghese in opposizione a quella che viene definita come una “mainlandisation”.

Per quanto la maggioranza sia ancora nelle mani di movimenti patriottici solitamente definiti come “filo Pechino”, anche grazie ad un sistema elettorale che riserva la nomina di 35 dei 70 rappresentanti a collegi di ordini professionali tradizionalmente filo establishment, è indubbio che i rapporti tra il governo centrale e il Porto profumato subiranno dei cambiamenti.

Accanto ad un movimento democratico che, seppur impegnato ad allargare gli spazi di democrazia per la popolazione locale, accettava di fatto lo status quo, c’è ora una terza forza pronta a portare avanti la propria sfida, anche perché al consenso elettorale ottenuto (già in precedenti turni elettorali parziali) si aggiunge una capacità – già dimostrata – di organizzare movimenti di protesta e di ottenere l’attenzione e la simpatia del campo occidentale mettendo in mostra sofisticate capacità comunicative per la creazione e gestione del consenso. Tanto più che questi movimenti potranno ora contare – ed in questo senso vanno le dichiarazioni del neo-eletto Sisto Leung di Youngaspiration riportare dal New York Times – su ingressi finanziari per un totale di 1,3 milioni di dollari in quattro anni per sostenere e lanciare nuove campagne e produrre materiali pro indipendenza.

Per Pechino e per il Partito comunista cinese il risultato rappresenta un problema sotto due importanti aspetti: da una parte il tema indipendentista fa il suo ingresso nel discorso politico ufficiale e, dall’altra il campo più moderato dell’opposizione democratica potrebbe essere attratto d’ora in avanti – pena la perdita di consensi – da posizioni politiche più radicali. Certo non va scartata neppure l’ipotesi “cooptazione”, vale a dire un progressiva istituzionalizzazione dei movimenti “localisti” nell’ambito del sistema in vigore e del negoziato, quindi del loro ingresso nelle fila dell’opposizione lealista.

Questo quadro apre per Pechino un nuovo fronte nella lotta egemonica per la conquista e la tenuta del consenso: gli esponenti “localisti” hanno preso più voti nelle zone della classe media, in coincidenza dei grossi complessi residenziali privati, e tra i giovani dotati di una cultura più occidentalizzata. Entrambi “strati” sociali nei confronti dei quali il Partito comunista in generale ha avviato una politica di apertura e cooptazione, riconoscendone e proteggendone alcuni interessi e aspirazioni in cambio dell’accettazione della propria guida nella rinascita cinese. Un aspetto, quello della tenuta egemonica in una società attraversata da profondi cambiamenti e contraddizioni, che non può essere sottovalutato, soprattutto in tempi di “Pivot to China” e di rivitalizzazione delle alleanze e delle partnership militari che vedono al centro gli Stati Uniti. Un movimento politico, forte di un consenso tra la popolazione e messosi già alla prova in manifestazioni e mobilitazioni sul territorio come nella rete, può essere utile in caso di operazione in stile “rivoluzione colorata”. Va anche sottolineato come crescenti tensioni ad Hong Kong possano rendere in prospettiva ancora più complicato il progetto di ritorno alla madrepatria di Taiwan – dove agiscono da tempo movimenti giovanili che rivendicano una distinta nazionalità Taiwanese – proprio in base alla formula denghiana del “Un Paese due sistemi”.

A conclusione di queste prime note di commento, conviene dare la giusta attenzione a due aspetti sostanzialmente ignorati dalla grande stampa: va riconosciuto che nella Cina popolare il popolo di Hong Kong abbia visto crescere, rispetto alla ultra secolare dominazione britannica, i diritti politici e di autogoverno tanto da far segnare un record storico di partecipazione; inoltre va ricordato che il sistema dell’elezione del “parlamentino” affidata per metà ad organismi di rappresentanza professionale non è stato introdotto dal Partito comunista per aggirare il responso delle urne, ma una eredità coloniale sopravvissuta alla restituzione del 1997.

Per riconoscere i passi in avanti compiuti da Hong Kong sul terreno politico dal momento del ritorno alla madrepatria, basta leggere alcune considerazioni di un sinologo come Kai Vogelsang, non certo tenero nei confronti di Zhongnanhai: “L’Inghilterra non ha mai accordato diritti politici ai suoi abitanti. La colonia era retta da un governatore nominato dalla Regina e da due camere i cui membri non venivano eletti, ma erano designati dalla stesso governatore. […] Solo dopo il 1984, quando fu stabilito che Hong Kong sarebbe tornata alla Cina, gli inglesi, con grande disappunto delle autorità cinesi, fecero dei frettolosi tentativi di democratizzazione, senza risultati”. Il professore dell’Università di Amburgo accusa, inoltre, Londra di aver consegnato una città politicamente tutt’altro che vivace: “Quando la Cina riebbe la sovranità su Hong Kong, nel 1997, la città era politicamente docile e una miniera d’oro dal punto di vista economico: il Partito comunista cinese poteva ben garantire che ne avrebbe rispettato l’autonomia per altri 50 anni”. (Vogelsang K., Cina. Una storia millenaria, Einaudi, 2014, p. 531).

Di Hong Kong e del processo di riunificazione si parla nel recente libro di Diego Angelo Bertozzi “Cina. Da sabbia informa a potenza globale” (Imprimatur edizioni, 2016)

Diego Angelo Bertozzi

Fonte: Marx21.it

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