I "comunisti" cinesi spaventano l'OccidenteTribuno del Popolo
lunedì , 16 gennaio 2017
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I “comunisti” cinesi spaventano l’Occidente

I “comunisti” cinesi spaventano l’Occidente

Le borse cinesi chiudono in forte rialzo dopo i crolli dei giorni scorsi che hanno scatenato l’isteria degli addetti ai lavori dell’Occidente. Il governo cinese avrebbe acquistato diverse azioni per stabilizzare il mercato e migliorare la situazione anche se gli economisti occidentali additano ancora come spauracchio proprio l’azione del Partito Comunista Cinese. 

Tutti hanno sempre le idee ben chiare quando si tratta di indicare gli accorgimenti da prendere all’interno di una crisi economica, soprattutto quando si tratta di parlare dell’economia degli altri. E’ quanto sta accadendo in Cina dove la crisi di borsa degli scorsi giorni ha portato Pechino in tutte le prime pagine mondiali scatenando il panico negli investitori. Risentiti gli economisti neoliberisti sono andati in Tv accusando il Partito Comunista Cinese di essere un problema nel mondo globalizzato di oggi, senza tenere conto che il Partito Comunista Cinese è esattamente quello che ha permesso alla Cina di diventare una superpotenza mondiale negli ultimi vent’anni. Anche se a Pechino hanno deciso di liberalizzare l’economia infatti, il Pcc continua a tenere in mano le leve del Paese e ad avere l’ultima parola nella pianificazione del futuro, ed è questo forse che turba maggiormente gli economisti occidentali che negli ultimi vent’anni hanno dichiarato letteralmente guerra al concetto stesso di “Stato” in economia e non solo.

La Cina del resto possiede qualcosa come 3600 miliardi del debito americano ed è forse questo che turba di più gli economisti neoliberisti. Se un giorno infatti i cinesi decidessero di vendere anche solo il 10% di tale somma la finanza mondiale finirebbe letteralmente a gambe all’aria, ed è forse questo che non fa dormire sonni tranquilli negli Stati Uniti e in Europa. Metteteci che a Pechino ci sono ancora i tanto temuti “comunisti” e ben si comprenderà l’isteria di certi personaggi che probabilmente pensavano davvero di essere arrivati nell’era della “fine della storia”. Non solo, se la Cina per qualche motivo smettesse di acquistare materie prime provocherebbe una crisi economica devastante in tutta una serie di paesi che sostanzialmente incentrano la propria economia proprio nella vendita a Pechino di petrolio, rame, minerali vari e materie prime.

Quello che in molti non vedono, o fanno finta di non vedere, è che il modello di sviluppo cinese è solo apparentemente un capitalismo sregolato. Il Partito Comunista Cinese infatti ha sì favorito la liberalizzazione economica ma continua a tenere le fila a livello centrale, intervenendo quando serve e soprattutto gestendo la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo geografico. In pochi anni infatti centinaia di milioni di cinesi sono usciti dalla povertà totale e si stima che a oggi “solo” 300-400 milioni viva in miseria, una enormità ma pur sempre meno di un terzo rispetto a prima. Questo almeno per il momento garantirà all’Occidente che Pechino non distruggerà l’economia globale dal momento che necessita ancora di crescita per qualche anno per ultimare la marcia verso il progresso, ma dopo ecco che l’economia cinese potrebbe entrare in una nuova fase, quella dell’edificazione del socialismo, ed è questo che spaventa a morte gli economisti di scuola neoliberista. Non a caso per far fronte alla crisi di borsa secondo Bloomberg sarebbe intervenuto direttamente il governo cinese che avrebbe acquistato azioni per stabilizzare il mercato, mostrando quindi che Pechino è ancora in grado di tenere in mano la situazione

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