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venerdì , 21 luglio 2017
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I comunisti e la crisi del capitalismo

La crisi sistemica del capitalismo entra nella sua fase putrescente, gli assetti politici ed economici dei continenti e delle nazioni vengono sconvolti, gli effetti sui popoli sono devastanti.

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In Siria, dopo aver fomentato e generato una situazione di caos estremo, dopo aver armato bande mercenarie, fornito copertura logistica e militare, gestendo il totale controllo dei Media occidentali, l’imperialismo si appresta a scatenare l’ennesima guerra di aggressione, a pochissima distanza dalla criminale mattanza ai danni del popolo libico. I grandi capitalisti e i monopoli privati impongono l’uso dello straordinario potenziale militare del Pentagono e della Nato, autentici bracci armati che minacciano, aggrediscono, balcanizzano gli Stati, causando immani sofferenze alle popolazioni. Gli imperialisti marciano a tappe forzate verso la realizzazione del loro progetto neocolonialista, e l’intervallo che passa tra un’aggressione militare ed un’altra si riduce sempre di più. A ciò si aggiungono gli intrighi, le destabilizzazioni, le fomentazioni allo scopo di ribaltare governi democraticamente eletti, come sta accadendo in America Latina, dove si assiste a un ritorno di ingerenze aggressive, per lo più nord-americane.

L’azione e la pratica unitaria dei governi progressisti, (Brasile, Bolivia, Argentina, Venezuela, Ecuador, Cuba, Uruguay, Nicaragua…) che perseguono obiettivi comuni di interesse sociale e indipendenza nazionale, toglie spazio agli affari delle multinazionali, che cercano con sempre maggior insistenza di ritornare ai periodi di assoluto dominio economico del recente passato.

La politica di distruzione delle forze produttive e di accaparramento di risorse, procede anche in Europa, su un piano di attacco generale allo Stato Sociale, ai diritti acquisiti, alle Costituzioni democratiche. I monopoli, attraverso la creazione di propri organismi come la Bce e la UE impongono un commissariamento generale delle nazioni e dei governi, ostaggi degli interessi dei potentati economici che arrivano a privatizzare lo Stato tutto, che diviene un semplice comitato d’affari. Oggi il modo di produzione capitalistico è di carattere monopolistico/finanziario, e l’attuale fase vede appunto lo Stato scomparire nell’impresa monopolistica, divenendone semplice elemento della produzione, senza alcuna possibilità di mediazioni, come invece accadeva fino a non molto tempo fa. Almeno in quest’ambito, possiamo definire conclusa l’epoca del contoterzismo politico.

Nel concreto, ciò comporta una selvaggia requisizione di denaro che si manifesta attraverso la cancellazione dello Stato Sociale, le decurtazioni salariali, le privatizzazioni di beni e servizi, la disoccupazione di massa, l’aumento e l’introduzione di nuove tasse, ma anche l’acquisizione dei beni della borghesia produttiva, che viene spremuta e schiacciata, e manifesta con sempre maggior frequenza il suo disagio. I popoli di Grecia, Francia, Spagna, Italia, Portogallo subiscono un attacco di una violenza inaudita, viviamo e tocchiamo con mano la vera disperazione.

Le formazioni monopolistiche hanno ormai assunto una veste multinazionale, i loro interessi abbracciano numerosi settori, anche diversi tra loro, e non specificatamente merceologici. Il capitale si concentra in sempre meno mani, centralizzandosi non più a livello nazionale, ma quantomeno europeo, ragion per cui la risposta che i comunisti debbono dare deve essere di carattere continentale. Occorre lavorare cioè a un disimpegno dalla dipendenza economica dei monopoli, in una chiave di rilancio delle nazionalizzazioni e del settore pubblico: un recupero della sovranità nazionale all’interno però di un processo unitario europeo. Mentre le politiche economiche europee generate dalla ricerca del massimo profitto spremono e gettano nella disperazione i popoli, la brutale concorrenza per accaparrarsi fette di mercato genera profondi contrasti che scuotono i grandi capitalisti dell’UE : da una parte tentano di rafforzare e stabilizzare l’attuale fase politica, attraverso l’istituzione di organismi privati intergovernativi, dall’altra la stessa Ue è sottoposta al suo interno a feroci tensioni. Una lotta accanita ad esempio si svolge tra i governi di Belgio, Olanda, Lussemburgo e Regno Unito per attrarre capitali offshore, grazie alle giurisdizioni segrete dei regimi fiscali di questi paesi. Ma è solo un aspetto. Il tentativo di comporre l’Europa capitalista all’interno di uno stato federale, secondo anche le recenti dichiarazioni del presidente della Commissione Europea Barroso, è un progetto che viene da lontano, ma le profonde contraddizioni inter-capitalistiche impediscono questo passaggio definitivo: nel 1966 furono tali contraddizioni a determinare l’uscita della Francia dalla Nato, anche se ciò non impedì una comune strategia antisocialista contro l’Urss, gli stati socialisti del Patto di Varsavia, ed i partiti comunisti dell’Europa occidentale. In definitiva, fermo restando la struttura capitalistica, lo Stato Europeo non si farà mai, perché come disse Lenin: sono pescecani che si mangiano tra loro.

In Italia, prosegue il piano di dismissione industriale, per rendere il paese sempre più esposto ed economicamente dipendente. Si fa salvo il capitale finanziario che si arricchisce sulla base di dinamiche speculative, e si colpiscono la vita concreta e la dignità di milioni di persone. Le misure assunte dall’esecutivo Monti, riflettono una drammatica condizione che vede governo e istituzioni completamente asservite al potere diretto delle formazioni monopolistiche. La produzione industriale è crollata, la disoccupazione in costante aumento tocca vertici di drammaticità. La filiera dell’acciaio (Ilva, Thyssen-Krupp, Lucchini), del tessile, dell’alluminio, dell’industria del bianco mostrano condizioni di mortalità produttiva che spinge il paese verso la dipendenza economica dall’estero.

Il mercato dell’auto è in picchiata: Fiat ha chiuso l’anno con 415mila auto vendute e con un massiccio ricorso alla cassa integrazione. Questo dato lascia facilmente prevedere un definitivo riassetto industriale: 400 mila macchine l’anno, con la dovuta organizzazione, si possono tranquillamente produrre in un solo stabilimento. E mentre i lavoratori sono espulsi dal ciclo produttivo, mentre l’indotto muore, i dati di vendita del gruppo volano negli Usa, in Canada, Messico e in Brasile. Ciò dimostra che il problema non è l’innovazione, come si dice in giro: il diminuito potere d’acquisto, determinato dallo sfruttamento capitalista e dalla ricerca del massimo profitto, causa la drastica riduzione della produzione ed indirizza gli investimenti e le attività verso chi può spendere. Dalla sua prospettiva di classe, Elkann non sbaglia. Per far quadrare definitivamente il cerchio, i capitani d’industria impongono la riforma del mercato del lavoro, fondamentale per sbarazzarsi senza troppe storie dei lavoratori in esubero e rendere ricattabili i restanti, per liberarsi delle avanguardie politicizzate e sindacalizzate, e ottenere infine ulteriori margini di profitto. Quello che si va delineando è un processo di americanizzazione delle relazioni industriali, per ottenere un modello basato su puri rapporti di forza. Infatti, nei giorni scorsi il Padrone John Elkann è andato a Melfi, portandosi dietro Sergio Marchionne ed il Presidente del Consiglio Mario Monti. Elkann è andato quindi a mostrare il suo piano di classe, la sua minaccia, il suo ringhio verso la classe operaia proprio a Melfi, dove nel 2004 si produsse una delle più grandi battaglie operaie europee da trent’anni a questa parte, una vertenza che inginocchiò Elkann ed il governo Berlusconi.

Le contraddizioni generali oggi mostrano che la classe operaia italiana è in una condizione di arretramento. C’è una oggettiva situazione d’isolamento, di frammentazione, di costante minaccia e terrorismo cui siamo sottoposti. Si avverte persino paura ad avvicinarsi a un banchetto per una raccolta firme, e questo per via del cordone sanitario edificato intorno ai lavoratori, che li isola, esponendoli al disegno restauratore . Questo automaticamente complica il lavoro dei comunisti. La divisione dei lavoratori e l’assenza dirigente della classe operaia dalle proprie organizzazioni, frutto di lontane strategie revisioniste che oggi danno i loro frutti, non consente un efficace contrasto alla cultura borghese imperante, al pensiero dominante. C’è però un’altra oggettiva difficoltà, ben più seria: riducendosi la presenza operaia ed il suo pensiero di classe, prendono slancio le rivendicazioni della piccola borghesia intellettuale. Attraverso una fraseologia ultra-rivoluzionaria e di estrema sinistra, l’individualismo piccolo borghese si adopera per alimentare divisioni, demolendo “da sinistra” le esperienze altrui. Non possedendo la capacità d’analisi concreta della classe operaia, ma solamente la retorica imbonitrice del venditore, questa deviazione si esprime attraverso schematismi e parole d’ordine accattivanti, immediati ed attrattivi, ma illusori e devastanti per i comunisti ed i lavoratori. L’individualismo intellettuale del piccolo borghese si manifesta ad esempio nella convinzione di essere autosufficienti, nell’alta considerazione di se stessi, nell’assoluta convinzione che le proprie idee si possano sostituire all’analisi dialettica, nel disprezzo verso i compagni di lotta, nel creare caos e confusione.
In queste drammatiche condizioni si trovano ad operare la classe operaia ed i comunisti, mentre il paese si appresta a breve ad andare alle elezioni. Senza troppi giri di parole, il capitalismo monopolistico intende stabilizzare il quadro politico in un’ottica reazionaria, sussumere definitivamente lo Stato e le istituzioni fino ai più intimi livelli, cancellare lo Stato Sociale e la rappresentanza democratica, impedire ad ogni costo qualsiasi rallentamento di tale progetto (anche attraverso uno stallo delle due camere), cancellare la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

Il ritorno di Berlusconi, la “salita” di Monti, l’appoggio a questo di Montezemolo e del Vaticano rispondono appunto a queste esigenze. Ovviamente le tensioni esistenti tra l’ex premier e quello attuale, sono contrasti secondari rispetto al piano comune diretto contro i lavoratori, le masse popolari, la borghesia stessa. Monti e Berlusconi vanno fermati.

La politica non è esercizio intellettuale, ma è lotta di classe, anche nella competizione elettorale.

I comunisti devono saper sempre individuare la contraddizione principale da quelle secondarie, avere in base a ciò la capacità di modificare la strategia e la tattica a seconda del modificarsi delle situazioni, ed adoperarsi per costruire il più ampio schieramento di forze per disarticolare le trame del nemico principale. Anche alleandosi, in certe situazioni, a certe circostanze, col nemico secondario. Nella fase attuale, essi si adoperano per rompere con ogni mezzo l’accerchiamento e la condizione d’isolamento cui sono sottoposti, favorendo la convergenza massima delle forze politiche disponibili a condurre l’opposizione al montismo e al berlusconismo, convergenza materializzatasi nella lista elettorale Rivoluzione Civile. I comunisti, all’interno di questo cerchio, porteranno avanti la battaglia in favore dei diritti dei lavoratori e delle masse popolari, per il diritto al lavoro, contro la guerra, per la pace e l’amicizia tra i popoli. E’ questo un importante percorso di accumulo di forze, necessarie anche per mantenere aperta la prospettiva di lotta per il socialismo. Ricordandoci sempre che la condizione insopprimibile per il rafforzamento e la ricostruzione del Partito sono il ritorno attivo, creativo, protagonista e dirigente della classe operaia. Quando i lavoratori e le masse popolari irrompono sulla scena politica, le tendenze piccolo-borghesi indietreggiano, la lotta prende corpo, si crea vera unità, e i governi reazionari possono essere abbattuti. Il nemico di classe può essere sconfitto.

di Erman Dovis, Comitato Centrale Partito dei Comunisti Italiani per Marx21.it

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