I giovani del centrosinistra ripartono dalla foto dell'esquilino | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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I giovani del centrosinistra ripartono dalla foto dell’esquilino

Ieri, presso la sala “Esquilino domani”, incontro fra le giovanili dei partiti del centrosinistra. Tanti i presenti al dibattito pubblico: si è parlato di questione generazionale, programma di governo, primarie e la scoperta è che i giovani la pensano in maniera più simile di quanto si credesse. Nasce una nuova foto della sinistra italiana?

Fonte: Oltremedianews.it

 Quale futuro per l’Italia? Le proposte dei giovani della sinistra. 

“Berlinguer, Trentin, Gramsci, Mandela…” a sentire il pantheon dei giovani del centrosinistra la differenza con i loro colleghi di partito più grandi è abissale.
Che le rispettive giovanili dei partiti che con ogni probilità andranno a comporre la coalizione “Italia bene comune” fossero più a sinistra dei “vecchi” già lo si sapeva; del resto sono ancora in molti nei Giovani Democratici a chiamarsi l’un l’altro “compagni” e a sentir l’internazionale. Ma ieri proprio i giovani hanno dimostrato di saperci fare anche sul piano politico dando luogo ad un ampio e sincero dibattito dal quale son venute fuori numerose proposte destinate ad integrare un possibile programma di governo, e dal quale è emerso, mutuando il pensiero gramsciano, quel filo conduttore culturale comune che è poi il solco tracciato negli anni dalla grande famiglia della sinistra italiana.

L’occasione si è presentata nel corso di un interessante dibattito tenutosi ieri in zona Esquilino a Roma intitolato “Verso l’Italia di domani” al quale hanno preso parte Flavio Arzarello, Coordinatore nazionale della Fgci (la giovanile dei Comunisti Italiani), Fausto Raciti, Coordinatore nazionale dei Giovani Democratici, e Marco Furfaro responsabile politiche giovanili di Sel.  La discussione, moderata dal giornalista di Pubblico Luca Sappino, è stata molto ampia ed ha toccato diversi punti che segnano oggi la discussione politica nel Paese: partendo dall’esperienza del governo Monti per finire con le proposte concrete per un programma di governo; in mezzo la questione scottante delle primarie.

E proprio partendo da quest’ultimo punto sono emerse interessanti spunti di riflessione: i giovani non amano le primarie. Lo ha detto chiaramente Fausto Raciti quando su esplicita domanda ha risposto: “Premetto che sono molto diffidente sullo strumento, le primarie non sono un congresso. Il partito non si costruisce come un comitato elettorale; un progetto politico non si costruisce coi simboli né con le primarie, ma i luoghi sono altri”. Sarà, ma per qualcuno forse non è così. Proprio ieri Matteo Renzi ribadiva due concetti: chi vince fa il programma, chi perde rimane a casa. “Sono un po’ stufo di chi afferma che in caso di perdita rimarrebbe a fare il sindaco di Firenze” ha ribadito Raciti. “Se c’è un’utilità in queste primarie, questa sta proprio nell’aver riavvicinato i soggetti politici che vi prendono parte al popolo del centrosinistra, di aver aperto un dibattito mobilitando pezzi di società civile”. Ma allora cosa sono queste primarie? Più concreti e pragmatici Furfaro e Arzarello. “Noi di Sel abbiamo un progetto – è intervenuto il primo – ma questo non può essere una bandierina; bisogna trovare bensì lo strumento, il contenitore tramite il quale farlo vivere. La storia italiana ci insegna che si è in grado di cambiare i rapporti di forza solo se si riesce a mettere tutto dentro un unico contenitore e a trovare l’adeguata strategia per fare in modo che i propri temi facciano breccia nel dibattito dell’opinione pubblica. In questo momento le primarie rappresentano questo strumento”. Questo ovviamente apre delle contraddizioni, spesso Vendola appare in difficoltà nell’ambito di un contesto di eccessivo moderatismo in cui si viene a trovare, ma bisogna terner presente che gioca pur sempre in casa d’altri.
Del resto Vendola non è Bersani né tantomeno Renzi o Tabacci, e questo lo hanno compreso bene anche i giovani della Fgci che con Flavio Arzarello rompono gli indugi: “Votiamo Vendola perché il suo programma e quello più simile al nostro e il più lontano dalle politiche di austerità”.
Come Furfaro anche Arzarello ne fa una questione apparentemente di tattica: “Noi abbiamo intrapreso in questi anni un percorso nel solco delle proposte della Fiom. Patrimoniale, abbattimento delle spese militari, istruzione e lavoro al centro di tutto. Su questi temi il sindacato ha provato a lanciare una piattaforma per aprire un fronte comune. Purtroppo questo percorso è venuto meno mentre tre partiti prendevano una ulteriore iniziativa: parlo della carta d’intenti firmata da Sel Pd e Psi. E’ stato a questo punto che il Pdci si è dovuto misurare con questa prospettiva; senza cadere nella semplificazione di dire che a sinistra è tutto morto, noi come forza politica ci siamo sentiti in dovere di confrontarci con gli strumenti che più ci consentono di incidere negli attuali rapporti di forza. E abbiamo sentito l’esigenza di farlo subito perché De Magistris potrà pure aspettare la composizione di un quadro, ma invece la sinistra non può permettersi di saltare un altro giro”.

Capitolo Monti. Se per qualche grande (pochissimi in realtà a parole) se ne potrebbe pure parlare per il futuro, per la carta d’intenti così come per i giovani il professore della Bocconi fa parte del passato. Tuttavia il presente scotta, proprio nelle ultime ore il Pd si è trovato a votare l’ultima fiducia di una lunga serie al governo Monti; la domanda di Luca Sappino è sorta spontanea: come si fa ad andare oltre Monti continuando a votare i provvedimenti di questo governo? Già, come si può? Il sospiro della sala davanti all’interrogativo più atteso è emblematico delle contraddizioni che il difficile rapporto con l’attuale esecutivo pone. Tutti guardano Fausto Raciti, lui si divincola: “Tutto ciò si spiega con la condizione disperata dell’Italia. Il nostro Paese, come quelli dell’area mediterranea dell’Euro è stato colpito dalla crisi più di altri. Ad un certo punto, così come successo a Spagna, Grecia e Portogallo ci siamo trovati a dover affrontare un percorso obbligato. Parliamoci chiaro, a me non piacciono le cose che stiamo attualmente votando, ma è stato meglio cercare di ottenere qualcosa dall’interno di questo governo piuttosto che lasciarlo ad una maggioranza che aveva condotto il Paese alla deriva”. Insomma, per il Coordinatore dei GD si parla tanto di Monti ma la vera questione è un’altra: “Il problema è piuttosto non oltre Monti, bensì è oltre la Merkel! Il vero problema è l’edificio europeo. Questa è la sfida dei progressisti per i prossimi anni: saper mettere mano a questo edificio, la partita è lì perché è da lì che impongono coi trattati certe politiche economiche e monetarie ed è da lì che bisogna trovare le risposte”.

Il tema del programma di governo è dunque posto. E’ di nuovo Raciti che su domanda dei presenti riprende parola, questa volta in maniera più netta: “Perché nell’immediato non possiamo fare ciò che dice Bersani ai comizi? Semplice, perché non siamo maggioranza”. Quindi una battuta per il futuro: “Sì al ripristino dell’art. 18, modifica della riforma Gelmini, e sì anche alla riforma del fisco – con una patrimoniale? urla qualcuno – si con una patrimoniale”. Applausi. Anche Furfaro e Arzarello parlano di programma e di governo. Per il Responsabile politiche giovanili di Sel le priorità si chiamano: “Battaglia sulla precarietà, diritto alla libera informazione, avanzamento dei diritti, dignità del lavoro. In particolare sul lavoro bisogna fare in modo che i contratti flessibili siano tutelato; questo lo si può fare con un salario minimo. Per condurre queste battaglie occorre avere la possibilità di dire di no. Oggi questa possibilità di fatto non c’è, perché non c’è diritto di sciopero in quanto no ci sono contratti nazionali che ti consentono di organizzare una mobilitazione su vasta scala. Sul lavoro bisogna partire da qui. E poi c’è una enorme questione democratica: oggi c’è un presidente della repubblica che vuole decidere il futuro di questo Paese. Noi dobbiamo riaprenderci il ruolo che spetta alla sinistra, che non è fare l’estetica dell’opposizione al governo Berlusconi, ma è riaffermare i principi democratici su cui si fonda questo Paese”. Esaustivo sul “suo” programma di governo anche Flavio Arzarello della Fgci: “Io partirei dal lavoro e dai saperi. Bisogna ripensare un nuovo modello di sviluppo, quindi ripristinare l’Art.18 dello Statuto dei Lavoratori e affrontare i problemi della precarità. Su questo bisogna condurre una battaglia prima di tutto culturale, perché la logica del capitale che ha portato alle riforme in tema di lavoro in questi anni è sempre la stessa. Inoltre non è accettabile che l’Italia pensi di poter competere sul piano europeo e globale sulla base del costo della mano d’opera; al contrario bisognerebbe competere sul piano della specializzazione. Per fare ciò bisogna investire sui saperi, sulla ricerca, sull’istruzione. E poi sono d’accordo col fatto che la partita si gioca anche in Europa: bisogna modificare l’edificio europeo riportandolo al Manifesto di Ventotene. Sui temi internazionali – ha detto infine il Coordinatore nazionale della Fgci – sengalo la questione del Medio Oriente: il continuo conflitto israelo-palestinese si risolve solo con il riconoscimento di uno Stato di Palestina” applausi.

Più che un dibattito quello di ieri è stato un vero e proprio manifesto dei giovani del centrosinistra. Al di là delle questioni di partito, infatti, il modo di affrontare i temi del lavoro, dell’istruzione, dell’economia, e dei diritti civili riflette una sensibilità comune che ha poche contraddizioni e molti punti d’incontro. Del resto le mobilitazioni degli ultimi anni hanno portato in piazza una generazione uscita da venti anni di Berlusconismo che ha dinanzi la sfida rappresentata dalla crisi economica. Per questo non è un caso che seduti ad un tavolo a parlare di proposte concrete si riescano ad elaborare ricette comuni e condivise; per questo l’immagine che è uscita dall’incontro di ieri è stata quella di una nuova grande foto di famiglia. Una famiglia, un po’ allargata certo, ma la foto dell’Esquilino, stiamone certi, ha colori più accesi di quella dei “grandi”.

Michele Trotta

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