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martedì , 24 gennaio 2017
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I lavoratori sotto il regime fascista

I lavoratori sotto il regime fascista

Chissà quante volte abbiamo sentito frasi del tipo “Ci rivuole Mussolini!”, “il fascismo ha fatto cose buone” o addirittura “quando c’era lui, i treni arrivavano in orario!”.Il diritto di parola, ovviamente, è sacrosanto. Ma esso implica il dovere di parlare con cognizione di causa. Altrimenti si rischia di confondere la realtà e scivolare impotentemente verso scenari non tanto auspicabili.Cosa è stato davvero il fascismo? E, nella fattispecie, cosa è stato il fascismo per “coloro che per vivere debbono lavorare”, cioè per la parte più numerosa e attiva di un popolo? Una valutazione del fascismo, che sia rigorosa e veritiera, non può prescindere da tali interrogativi. Altrimenti si rischia di portare acqua al mulino dei soliti pochi che contrappongono i loro interessi a quelli dei molti.

L’articolo che segue è tratto da NUOVA UNITA’, GIOVEDI 27 APRILE 1972. 

Il fascismo, che per vent’anni ha dominato il nostro paese, è stato la dittatura della borghesia italiana attuata con la violenza e la soppressione delle stesse libertà democratiche-borghesi. Il fascismo fu anche demagogia. Riteniamo che sia necessario esaminare, sia pur brevemente, alcuni modi e forme con cui il fascismo riuscì ad esercitare il potere.

INDEBOLIMENTO ED ANNIENTAMENTO DELLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI E DEGLI ENTI E ISTITUTI E CENTRI DI ORGANIZZAZIONE DELLE MASSE.

Il proletariato industriale ed agricolo italiano aveva rafforzato negli anni del dopoguerra le organizzazioni sindacali, le leghe contadine, le cooperative agricole. Aveva conquistato, attraverso il Partito Socialista, l’amministrazione di numerosissimi comuni grandi e piccoli.

Tutto ciò, a parte le debolezze organiche e strutturali derivanti dai contrasti tra riformisti e massimalisti ed anarco-sindacalisti, costituiva un supporto essenziale alla lotta di classe, un punto di riferimento attraverso il quale le masse si ritrovavano in situazioni di unità assai spesso al di là e contro i contrasti paralizzanti e l’incapacità e la carenza di una reale volontà rivoluzionaria delle diverse correnti del Partito Socialista. Dal 1922 al 1926, il fascismo portò a termine l’annientamento delle tradizionali organizzazioni sindacali del proletariato, fino alla loro definitiva soppressione legale. La violenza squadrista si scatenò contro le leghe, le camere del lavoro, le cooperative, gli uffici di collocamento, nonchè contro numerose amministrazioni comunali, specie della Val Padana.

A causa della carente strutturazione dei sindacati, la cui direzione riformista aveva respinto le indicazioni che la Terza Internazionale aveva dato, tali organismi cadono uno dopo l’altro sotto i colpi spietati della violenza fascista, che agisce in connivenza con le istituzioni borghesi, nonostante episodi eroici di resistenza spontanea della classe operaia e del proletariato agricolo.

L’insegnamento della Rivoluzione Bolscevica sembrava essere stato inteso assai meglio dalla borghesia che non dai dirigenti riformisti delle organizzazioni sindacali. La distruzione degli organismi di massa della classe operaia era la premessa necessaria per rescindere qualsiasi rapporto organico tra i partiti di classe e la classe stessa, isolando quelli per poi annientarli e ponendo questa alla mercè della borghesia, della sua violenza e della sua ideologia.

Nel dicembre del 1924 gli iscritti alla CGIL (7° Congresso) erano ridotti a poco più di 250.000, un vero e proprio tracollo determinato dallo sbandamento delle masse che i dirigenti della Cgil si erano rifiutati di chiamare alla lotta armata contro la reazione fascista.

Basti rilevare come anche dopo il delitto Matteotti, quando il fascismo aveva manifestato chiari segni di crisi ed era pressochè isolato nel paese, allorchè il PCd’I aveva proclamato lo sciopero generale contro il fascismo, i dirigenti riformisti della Cgil anzichè denunciare la violenza fascista si scagliarono contro “le iniziative particolari ed inconsulte” di lotta contro il fascismo prese dai comunisti.

La Camera del Lavoro di Milano in tale occasione usciva con un comunicato in cui era detto: “L’incitamento all’indisciplina degli esagitati gruppi estremisti e la provocazione di alcune isolate anime perverse non hanno avuto presa sull’animo delle masse, le quali si sono corazzate della loro nobile, serena e sicura coscienza”.

Dopochè, nel marzo 1925 la Cgil era riuscita a mobilitare per uno sciopero limitato i metallurgici della Lombardia, del Piemonte e della Liguria e dopochè nello stesso anno i comunisti e i socialisti ottennero la stragrande maggioranza nella elezione della Commissione interna alla Fiat di Torino (dove i fascisti neppure un voto), il 2 ottobre i rappresentanti della Confindustria e della Confederazione Generale delle Corporazioni Sindacali fasciste, auspice il famigerato Ras fascista Farinacci, segretario del Partito Fascista, stipularono un accordo in base al quale le due organizzazioni si riconoscevano reciprocamente come le uniche rappresentanti degli industriali e degli operai; con lo stesso accordo vennero abolite le Commissioni interne, le cui funzioni erano demandate ai sindacati locali. Tale patto venne sanzionato dal Gran Consiglio del Fascismo con il ricononoscimento giuridico dei sindacati e l’istituzione della “Magistratura del lavoro”. Il riconoscimento veniva concesso ad un solo sindacato “per ogni specie di impresa e categoria e precisamente ad un solo sindacato fascista”. Solo i sindacati riconosciuti potevano stipulare contratti collettivi con effetti obbligatori per tutti. Contemporaneamente venne abolito il diritto di sciopero. Tali principi sanzionati definitivamente dalla Legge 3 aprile 1926 attuavano i principi dello Stato Corporativo che, sotto il principio ideologico dello Stato al di sopra delle parti (e cioè delle classi), attuava, come è evidente e come fu soprattutto storicamente evidente, l’istituzionalizzazione garantita coercitivamente della pace sociale.

Il tradimento dei dirigenti riformisti della Cgil si consumava allorchè nel gennaio del 1927 decidevano lo scioglimento della Confederazione Generale del Lavoro e D’Aragona e Rigola, già massimi dirigenti dei sindacati riformisti, scrivevano che la legislazione fascista aveva accolto i loro “principi”.

La distruzione delle organizzazioni sindacali veniva così portata a compimento. Gli operai dovevano inquadrarsi in quell’unica mascheratura di sindacato che erano le Corporazioni fasciste, a ciò spinti dai vantaggi che da tale partecipazione derivavano non solo in relazione agli avanzamenti di qualifica ma anche al posto di lavoro.

Il 29 marzo 1928 il fascismo dava valore di legge alla prassi già applicata, per cui gli uffici di collocamento dovevano dare la precedenza negli elenchi dei disoccupati agli iscritti al Partito Fascista ed alle unioni fasciste.

Si dava così corso ad un’opera di corruzione politica basata sulle necessità fondamentali dell’operaio.

Dal 1925 al 1927 il fascismo perfezionò la propria dittatura totalitaria con una serie di leggi speciali che sopprimevano la libertà di stampa ed ogni attività politica di opposizione al regime.

Veniva istituito il Tribunale speciale, dal quale furono giudicati e condannati i militanti dei partiti operai e i membri del PCd’I, tra i quali Antonio Gramsci, e che costituì lo strumento repressivo specifico diretto a garantire il nuovo ordine instaurato in Italia.

La Camera dei deputati veniva trasformata in Camera dei Fasci e delle Corporazioni, con la distruzione anche dell’ultima apparenza di una formale democrazia borghese.

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POLITICA SALARIALE ED INTENSIFICAZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELLA CLASSE OPERAIA.

Il fascismo andato al potere con l’appoggio dei settori più reazionari della borghesia capitalistica, specie agraria, e con il beneplacito degli altri settori industriali e finanziari che vedevano in esso uno strumento utile a sconfiggere il movimento di classe, assunse sempre di più la funzione attiva e traente del capitalismo monopolistico.

I primi provvedimenti finanziari ed economici furono inequivoci circa la volontà di ottenere l’appoggio di alcuni settori capitalistici ancora incerti: abolizione della nominatività dei titoli azionari; abolizione dell’imposta di successione nell’ambito del nucleo familiare; parziale sanatoria dei sovraprofitti di guerra; estensione dell’imposta di ricchezza mobile ai redditi inferiori con aliquota uguale per tutti; ecc.

L’annientamento delle organizzazioni sindacali consentiva al capitalismo l’arresto di ogni incremento dei salari, che negli anni successivi subivano, in concomitanza con particolari situazioni di congiuntura economica, notevoli diminuzioni attraverso decurtazioni imposte d’imperio e che, anche durante la crisi deflazionistica mondiale che si ripercuoteva in Italia intorno agli anni ’30, risultavano ridotti in misura superiore al costo della vita.

Il 18 dicembre 1930, in un suo discorso al Senato, il capo del regime fascista poteva affermare che l’economia italiana era stata “alleggerita”, per effetto di riduzioni salariali, di ben 3 miliardi.

Nel 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra, le retribuzioni dei dipendenti dell’industria in generale risultavano diminuite del 15% (in valori reali) rispetto al 1922; per i salari operai tale riduzione era ancora maggiore, data la disparità di trattamento economico con gli impiegati. Ciò mentre il reddito nazionale pro capitale era aumentato del 20%. Tenuto conto che in relazione all’economia di guerra impostata dal fascismo fin dal 1930 ed all’intervento dello Stato a salvataggio delle industrie in crisi a sostegno della concentrazione capitalistica, l’industria aveva superato come prodotto lordo l’agricoltura ed era divenuta attività economica preminente, ne risulta che si ebbe una intensificazione massiccia dello sfruttamento operaio, sia quantitativo che qualitativo, a vantaggio del padronato.

Tale situazione di massiccio sfruttamento, reso necessario dal perseguimento di una politica economica proiettata, in ormai totale concordia con i gruppi monopolistici industriali e finanziari, verso un aumento sempre più ampio dell’accumulazione capitalistica ed una accellerazione dei processi di concentrazione industriale e finanziaria cui la politica autarchica portò il sussidio di una difesa dalla concorrenza straniera, è rilevabile anche in relazione alle norme riguardanti l’orario di lavoro. Fin dal 1923, difatti, il regime fascista si sottrasse agli obblighi assunti con la Convenzione internazionale del lavoro di Washington che aveva fissato la durata del lavoro ordinario a 8 ore giornaliere, applicando tale principio solo in funzione della media settimanale di 48 ore.

Nel 1926 venne consentito di superare di un’ora il limite della durata del lavoro straordinario giornaliero fissato in precedenza in 2 ore.

Nel 1937, ai fini di far fronte alla grave ondata di disoccupazione che si era abbattuta in Italia come conseguenza della crisi capitalistica mondiale di “sovrapproduzione”, la durata del lavoro per gli operai delle industrie venne limitata a 40 ore settimanali. I “nostalgici” ed i coriferi del nuovo fascismo si sono richiamati impudentemente a tali disposizioni per sostenere che il fascismo sarebbe stato il precorritore di una conquista operaia notevole. Essi, in perfetta malafede, naturalmente, sottacciono il fatto che la limitazione dell’orario lavorativo settimanale a 40 ore comportava la riduzione corrispondente dei salari e quindi si risolveva in una vera e propria decurtazione degli stessi.

Tale provvedimento venne ben presto superato dalle nuove esigenze economiche imposte dalla guerra fascista.

La classe operaia fu assoggettata, in nome della guerra che avrebbe dovuto nella propaganda demagogica fascista aprire un nuovo avvenire al popolo italiano, ad inenarrabili sacrifici: uno sfruttamento sempre crescente per le necessità dello sforzo bellico, accompagnato da condizioni di vita sempre più misere per la mancanza dei generi di prima necessità.

Aligi Sassu, Eccidio di Piazzale Loreto, 1944.

Aligi Sassu, Eccidio di Piazzale Loreto, 1944.

IL “RIFORMISMO” FASCISTA. DEMAGOGIA FASCISTA COME STRUMENTO DELLA COSCIENZA DI CLASSE.

Nessun sistema di dittatura borghese, neppure il più retrivo, può, in una situazione in cui la classe operaia costituisce una componente notevole del tessuto sociale e si trova per le stesse necessità strutturali del sistema ammassata nei luoghi di lavoro, prescindere da essa.

Gli atteggiamenti riformistici diventano così, anche in tali situazioni più apertamente reazionarie, una componente necessaria ed utile per inserire la classe nel sistema, soddisfacendo determinate esigenze assistenziali che non intacchino ovviamente il meccanismo dei profitti.

Anche il fascismo non trascurò tale esigenza modificando gli istituti previdenziali già sorti nell’epoca giolittiana ed introducendo altre forme assistenziali (Casse mutue di malattia e Legge sugli infortuni sul lavoro).

Naturalmente tali norme ponevano in essere forme di previdenza ed assistenza che erano ancora assai arretrare rispetto non solo alle reali esigenze operaie, ma anche rispetto a quanto negli altri paesi capitalistici era stato già attuato.

La politica che il fascismo attuò, al fine di ottenere almeno la passiva acquiescenza di alcuni strati popolari, si attuò peraltro attraverso forme paternalistiche e demagogiche che tendevano a mascherare un sistema di violenta oppressione di classe sotto bardature populistiche ed attraverso una ideologia nazionalistico-borghese che costituisse il surrogato di una coscienza di classe.

Le colonie marine, i viaggi nuziali a Roma, i treni popolari, ecc. ecc., furono l’ “epopea” fascista, attraverso cui si attuava il demagogico principio dell’ “andare verso il popolo”.

Il fascismo creò poi organismi di massa specie giovanili che, accanto alla funzione della scuola, dovevano servire a formare delle coscienze sempre più e meglio impregnate di “valori nazionali”.

L’esaltazione della Nazione come unità inscindibile di una “stirpe” destinata a ripercorrere le “gloriose” conquiste di Roma imperiale; il richiamo ad una Italia “proletaria” circondata dalle ricche nazioni capitalistiche-borghesi (cui si faceva naturalmente carico delle inferiori condizioni economiche del paese), motivo questo che del resto era stato già anticipato dalla borghesia italiana, sorretta persino da alcuni settori socialisti, all’epoca delle guerre coloniali in Libia (1911); la necessità della conquista di “spazi vitali” per un popolo che era destinato a “civilizzare” il mondo, ecc. ecc. , costituivano i motivi contraddittori, ma concorrenti nell’opera di scalzamento della coscienza di classe degli oppressi e sfruttati.

Sarà la guerra che dimostrerà tutta l’orribile verità del fascismo.

L’alleanza con la Germania nazista; l’aggressione militare contro altri Paesi; la corruzione dell’apparato statale resa evidente dall’assoluta impreparazione bellica, nonostante i sacrifici che per anni erano stati imposti al popolo lavoratore, saranno gli aspetti più evidenti che attraverso i quali le vaste masse italiane, guidate dai comunisti, riconquisteranno una coscienza che le porterà a lottare contro il fascismo fino alla gloriosa guerra partigiana.

Che il risultato della sua lotta sia sfociato, in definitiva, in uno stato dominato ancora dalla borghesia capitalistica, se pure in forma democratico parlamentare, trova una spiegazione in sede storica con il tradimento della Resistenza.

E’ questo un conto ancora aperto che la classe operaia un giorno chiuderà certamente.

Fonte: http://www.laricostruzione.org/?p=493

A.C.

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