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venerdì , 24 marzo 2017
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I numeri della crisi

Che la crisi stia depauperando tutta la fascia medio-bassa degli italiani non è di certo una novità, ma i dati riportati da Bankitalia sul fenomeno sono eclatanti: il 65% degli italiani non arriva a fine mese. Crollano i risparmi e i redditi in favore del precariato e del lavoro nero.

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Fonte: Oltremedianews

Gli spaccati e le storie di vissuto che ogni giorno tocchiamo con mano hanno già dipinto da tempo molto bene la situazione per quel che è: un disastro di dimensioni epocali. L’attuale crisi economica fa tornare i livelli di ricchezza media e di benessere sociale indietro di oltre 20 anni. Se a fine anni ’80 circa il 50% delle famiglie italiane riusciva a mettere un gruzzoletto da parte alla fine mese per spenderlo e in futuro, oggi la percentuale si è abbassata al 30%. Il dato più eclatante emerso dagli studi di Bankitalia è però che ad oggi addirittura il 65% delle famiglie italiane fa fatica ad arrivare a fine mese. Inoltre il 50% dei nostri connazionali compra solo prodotti di prima necessità in offerta e il circa il 30% dichiara di aver ridotto sensibilmente la quantità dei suoi acquisti. Non si vedevano dati così bassi dagli anni ’70. E i dati sono ancora più negativi nel caso di gruppi familiari monoreddito, separati, anziani e giovani. Proprio tra i ragazzi sotto i 25 anni di età, le statistiche hanno riscontrato che il 15% di loro vive sotto la soglia di povertà.

Altro dato che fa riflettere è l’incredibile aumento della percentuale di persone che dichiarano di non aver abbastanza reddito per le proprie spese ordinarie. Dal 2008 al 2011 le statistiche sono arrivate ad inserire in questa categoria più di 1 italiano su 5. Tutto ciò, tradotto nella prassi economica, significa meno risparmi, meno investimenti, meno mercato di lusso e dunque meno scambi di ricchezza; nella prassi sociale vuol dire più disoccupazione, meno speranze sul futuro quindi meno serenità generale, più alcolismo e più droga, maggiori spese per gli ammortizzatori sociali (a fronte di risorse ogni giorno più scarse); nella prassi giuridica, infine, si esplica in un aumento delle cause per inadempienza di privati o di imprese e nella chiusura o fallimento di attività commerciali. Un’attenzione particolare, stando ai dati della Banca d’Italia, va dedicata all’aspetto sociale della crisi: circa il 30% degli italiani ha paura di essere licenziato, circa l’80% si dichiara insoddisfatto della propria condizione finanziaria e oltre il 92% dichiara di non avere sufficiente reddito per soddisfare i propri bisogni e aspettative. Ciò vorrebbe dire che il potere di acquisto risiederebbe nelle mani di una ristrettissima elite(l’8% dei cittadini).

Ma il fatto più rumoroso è che questi dati sono in controtendenza rispetto allo zoccolo duro dell’Eurozona (Francia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio ecc.), dove le statistiche su occupazione, redditività generale e impiego sono più o meno stazionarie dal 2008 ad oggi. Sarebbe certamente erroneo dare spiegazioni affrettate su questa situazione e, non a caso, sull’origine dell’odierna crisi sono in molti ad avanzare risposte diverse che danno vita a chiarimenti molto distanti tra loro. Tuttavia, a nostro avviso, un denominatore comune tra le varie interpretazioni esiste eccome.

Che si tratti di una crisi capitalismo americano, di speculazione contro il mediterraneo, di indebitamento improprio imprese o di mossa decisa dalle elites neoliberiste, in ogni istanza rimane una sostanziale aprassia della politica, o comunque una sua connivenza e un suo immobilismo. Soprattutto per quel che riguarda l’Italia, lo scenario post-voto non può tranquillizzarci molto. All’interno dei partiti chiamati dai votanti a governare l’Italia sguazzano infatti le più disparate soluzioni, spesso inconciliabili o addirittura contraddittorie, e anche all’interno dello stesso schieramento si fa fatica ad individuare una proposta costruttiva. Tra governissimo, governo di minoranza al senato, governo tecnico, ritorno immediato alle urne e governo di responsabilità le abbiamo sentite tutte. Speriamo di non dover sentire anche il fracasso generato dal nostro definitivo schianto culturale, sociale e politico.

 Fabrizio Leone

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