'i poeti non parlano, vedono' | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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‘i poeti non parlano, vedono’

Le frasi migliori che ho scritto sono rimaste intrappolate tutte dentro la mia testa, durante certe passeggiate con me stessa al chiar di luna. Durante quelle ore di luce blanda c’è sempre stata un’aria che profumava di estate.

Le luci della città accese e la gente un po’ più spenta, tranquilla, condotta da quella flemma che vien dalla sera. La città che preferisco e’ in primavera proprio alle nove di sera. È come un’età di mezzo: non c’è la calca estiva dei ragazzini ma qualcuno esce a passeggiare. Non è che non sopporti Torino di giorno, ma qualche volta mi sento soffocare: è il lacerìo delle sirene, sembra che mi sbattano la testa contro uno spigolo e mi devo sempre aggrappare a qualche cazzo di cosa, alla maniglia del pullman, a una panchina a un libro. Un libro me lo porto sempre dietro anche se non posso leggere in quel momento, così non mi manca l’aria. Non so perché mi succede così, questa cosa del correre e dell’aria che si blocca in fondo alla gola, neanche si trattasse di un bolo che fatica a scendere, me la porto dietro da anni, dall’infanzia, o forse è proprio congenita. Ho provato a incasellarla in una patologia, ma crescendo mi sono accorta che si tratta solo di poesia.

Sì. Ovunque mi segue. Lì fuori dal finestrino del tram, nel riflesso del mio occhio riproposto dal riflesso del mio stesso sguardo contro il finestrino, e’ lì che capisco chi sono, la poesia. E aprirsi a lei e’ inevitabile, nonostante la meraviglia che essa può relegare costi un dolore lacerante. Questa defaillance, questa incrinatura, Questo difetto del non saper selezionare il materiale visivo che ti entra e sfonda la testa: il sole, i palazzi, le forme, le forme dei palazzi e allora ci pensi, te lo dici: chissà qual groviglio aveva in testa quello che si è immaginato quella forma, quella forma di demone, Angelo, quella spigolatura e noti una crepa che il giorno prima non c’era e ti incaponisci verso un progetto e un percorso ideale che è di qualcun altro e cosa c’è da capire? L’intimità interiore altrui, grazie a Dio, almeno quella è imperscrutabile, ahi se fossimo così nudi da mal celarla.

La gente non vive di queste cose, sai cosa gliene frega della geometria delle forme? Ma mica me la sono andata a cercare Io la malattia dell’armonia? E poi mi entrano in testa le sofferenze e le rughe marcate, disperate della gente che elemosina alle stazioni. Sarà stato un mese fa: un vecchio piangeva: non ho tre euro per prendere il pullman e tornare a Volpiano, aiutatemi. Piangeva. Piangeva. Un padre. Un nonno un uomo. L’ho aiutato. Ma poi? Ma se il dolore della sofferenza non ci tocca, ma se siamo indifferenti, ma se non sappiamo ascoltare, se non siamo attenti, se non siamo attenti, se non siamo attenti, se non siamo all’erta. Di cosa viviamo? Ci lamentiamo e la sofferenza vera ci cammina davanti in strada e neppure la vediamo. I bambini soli, in braccio alle madri, come giustificazione all’elemosina. E, poi la bellezza dei simboli mi scoppia in testa, fiorisce… Baudelaire, ma quale foresta di simbolismi se non Torino? Ovunque il demonio sui palazzi, nei bassorilievi maestosi! Ma quale religione? I massoni qui han fatto la Storia e hanno deciso quello che voi oggi state vivendo, ma se non leggete libri e poi i segni, il buio camminerà con voi. La scienza e’ esoterismo, lo è l’aria che respirate e Torino e’ massiccia, irregolare, spigolosa, elegante, romana, gotica, plumbea, dorata, labirintica, Moderna e conservatrice, sporca e squallida poi si erge e vi ammutolisce con il solo gesto della Vergine alla Gran Madre, aristocrazia, imponenza, mutismo solenne e tutto si ferma. Tutto tace, nell’inferno edonista e antico, iper tecnologico della city: un ossimoro che continua a integrare se stesso, nei dettagli mai a caso del suo essere. Qui è un caos ordinato, come quel solito giardino in Oceanomare. Nietzsche impazzì per lei perché una mente sensibile le percepisce le energie che qui si esagitano, due triangoli, uno per il bene e l’altro per il male. Lo squallore del vomito di qualcuno alle sei del mattino, chissà perché cazzo sboccano sempre negli angoli? La bellezza devastante, da rimanere a bocca aperta e occhi sbarrati quando tagli quella vena che è Corso Moncalieri e vedi i Murazzi, la vita e le generazioni che si consumano, l’afa acquosa del fiume e quella luna sul fiume che brilla sulle ossa di chi là dentro ci è caduto, e forse non per caso, la maestosità di Piazza Vittorio, i fiumi collosi e colorati di gente che s’investe e Si scruta, si fiuta. A volte ho la testa pesante, ma ne vale la pena…
°i poeti non parlano, vedono°

Photo CreditBy Hpnx9420 (Own work) [CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], via Wikimedia Commons

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/62/Turin_monte_cappuccini.jpg

 

Chiara Nirta

Tribuno del Popolo

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